L’inerzia è dei corpi morti

Non ho mai creduto particolarmente nell’impegno sentimentale.

Se le cose andassero come dovrebbero, ognuno perseguirebbe il proprio metodico, sistematico e autonomo piacere, intercettando ed esaltando (ma soprattutto non intralciando) quello dell’altro. Niente sforzi, niente doveri: la facilità del per sé.

Non ci sarebbero recriminazioni e conti lasciati impari, la doverosità cederebbe il passo ad una reciprocità spontanea e sempre desiderata.

Confido relativamente nei sentimenti e moltissimo nel sacro vincolo della condivisione (che non vuol dire confrontare settimanalmente le proprie stenografie animiche, ma proprio condividere il bello e l’appassionante e l’interessante e il reciprocamente avvincente), ma ho sempre guardato con una certa diffidenza a quelle persone che faticano a stare assieme e sostanziano il loro rapporto nell’adempimento quotidiano di questa fatica.

Poi mi ricordo della mia professoressa di Fisica del liceo, della sua faccia spigolosa e del suo corpo ossuto: della sua figura così palesemente inadeguata alle faccende di  carne e di corpi.

Del primo principio della dinamica e della biglia che scorrerebbe all’infinito sul piano se solo non ci fosse l’attrito.

E solo che l’attrito c’è e tutto fa attrito. Pure l’aria fa attrito, e la biglia si ferma.

Non ho mai creduto particolarmente nell’impegno sentimentale.

Se le cose andassero come dovrebbero, ognuno perseguirebbe il proprio metodico, sistematico e autonomo piacere, intercettando ed esaltando (ma soprattutto non intralciando) quello dell’altro. Niente sforzi, niente doveri: la facilità del per sé.

Ma le persone fanno più attrito delle biglie e la vita quella di tutti i giorni è l’aria più viscosa che ci sia: rallenta, impigrisce, stronca.

Torna comodo averci le braccia [e le gambe e le mani e i piedi e gli occhi e le bocche e pure i nei] per potersi difendere e per potersi abbracciare, per potersi spingere, per poter spingere e per farsi aria.

Per guadagnarsi il movimento centimetro per centimetro, in un sistema non sentimentalmente inerziale.

Il vuoto deciso

Mi piacciono gli oggetti, fisici e netti, perché occupano lo spazio con naturale determinazione.

Mi piacciono i fatti di mani, il toccabile, ciò che ha confini senza bisogno di disegnarsene attorno.

Mi piace la geometria delle cose, le tessere del tetris che saturano lo spazio quadrettato, le architetture degli oggetti sui mobili. Gli oggetti necessari, non i gingilli, quelli che allo spazio hanno diritto.

I piatti impilati, i libri affiancati che mostrano il dorso, la roba che si giustappone autolimitandosi, le pareti che si giungono in angoli perfettamente retti e i mobili che li riempiono col brivido dell’aderenza.

Mi piace il vuoto che resta oltre il pieno: anche gli oggetti hanno la loro benevolenza.

 

Manovre anticrisi

La standardizzazione è un processo necessario di economia sentimentale.

Abbatte il costo delle emozioni: le riduce all’osso e le moltiplica per i giorni che verranno

Ma la mia crema idratante ha l’odore delle nostre vacanze e le nostre vacanze sanno di sale e vino buono, di musica, di sigarette, di un letto mai ruvido di sabbia.

E io voglio morire di dettagli.

Al netto del nettare

Nettezza è una delle mie parole preferite.

Una di quelle con le quali mi riempio la bocca quando voglio allargare i polmoni per ingoiare più aria che posso e appiattire le grinze di dentro.

Davvero.

Ci sono parole, e concetti che ci si appoggiano intermittenti, che ti riempiono di orgoglio presuntuoso perché riesci a dirle, a sentirle, a starci dentro.

Nettezza è la mia formula d’onnipotenza: segue, con enfasi composta e minore,  completezza.

Se completezza è un tondo fatto col dito nell’aria, perfetto e inesistente, nettezza è la buccia sottile che viene via tirando un lembo: un atto costante e gentile che conduce al nudo inequivocabile, alla polpa.

Una parola che sa del pulito incorrotto delle superfici piane e riflettenti, il pulito che ricostruisce l’intero, che azzera la complessità, che spiana lo sguardo.

Io non sono netta.

Sono nodosa e corrotta, irregolare.

Ho sensazioni nitide che si deformano al caldo di pensieri tortuosi. Sensazioni che vorrei godere al netto dei pensieri e del loro viscido brulicare.

Sensazioni nette, lucide, con attriti smorzati, da sedercisi sopra e spingersi con le mani.

E poi c’è il verbo, nettàre, che se ci cambi l’accento diventa lo stucchevole beverone degli dei. Dolce, colloso nèttare dell’immortalità.

A me quell’accento sembra sempre che stia a chiedermi di scegliere.

Tra il ruvido e il liscio, tra il molle e il compatto, tra lo sporco fetente nel quale immergi le mani se lasci che le cose diventino tue e l’asettico incorrotto netto splendore delle superfici ipotetiche, nette allo sguardo ed estranee a pelle, stomaco, cuore.