di quello che la notte screma dal rimescolio confuso del giorno.
Ho paura perchè non si può più scappare.
Faccia a faccia io e te
e i nostri occhi troppo belli per poter essere ingannati.
di quello che la notte screma dal rimescolio confuso del giorno.
Ho paura perchè non si può più scappare.
Faccia a faccia io e te
e i nostri occhi troppo belli per poter essere ingannati.
L’amore, nel prender commiato, ha una pessima abitudine: quella di assegnare le condanne, di monetizzare le colpe, di quantificare i sentimenti.
Ci mettiamo lì col bilancino del cuore a pensare a quello che abbiamo dato e a quello che abbiamo ricevuto.
Vorremmo inventarci una legge dei giusti compensi, del minimo sindacale, della buonuscita per fine rapporto.
Vorremmo risposte e spiegazioni razionali, vorremmo riprenderci le attenzioni in eccesso, farci restituire le carezze, i caffè del mattino, i silenzi preoccupati e le attese strazianti.
Ognuno sarà convinto di aver investito di più, di essersi messo maggiormente in gioco, di aver mediato con se stesso e di aver amato fino a star male, fino a smettere di respirare.
Ma i brividi fanno parte di quella categoria di beni che trovano in se stessi il proprio compenso, e i baci dati, l’amore fatto, le lenzuola carezzate e la biancheria recuperata sotto i divani, non solo non può esser restituita, ma ha anche una pienezza tutta sua, un suo senso maledetto e profondo. Una bellezza intrinseca e contemplativa che punta dritto dritto al ricordo. Quello che si materializza come brivido lungo la schiena.
Come sorriso senza un perchè.
Se proprio volete saperlo, penso che non dobbiate rammaricarvi mai per tutto il cuore che c’avete messo.
E’ sempre lì, è sempre il vostro.
Solo un po’ più gonfio, più logoro.
Più meravigliosamente vissuto.
Amo guardare quelle briciole bianche frenate dalla persistenza compatta dell’acqua. Un’acqua che non evapora, un’acqua che si rimescola.
Sempre la stessa, sempre uguale.
Io a Parigi non ci sono mai stata. Sono tanti (troppi) i posti in cui non sono mai stata, e a quest’ora mi piglia una frenesia sconclusionata. Una febbre del fare, malattia del tempo che passa.
Ma il letto è letto, con la sua incombenza orizzontale, e la coscienza è sporca, ma ad una certa ora non ti viene manco l’idea di fare il bucato.
E allora faccio nevicare su Parigi ancora un po’ e mi tengo stretti un paio di ricordi prima di domani. Perchè domani arriva sempre.
E non solo al peggio, ma anche al meglio ci si deve preparare.
Perchè anche il meglio è altro, diverso, differente.
Perchè altrimenti capita che c’hai Parigi imbiancata e vera davanti agli occhi, e tu continui a rigirarti tra le mani la stupida sfera col miracolo di polistirolo di un inutile nevicare.
Dolce notte.
Pezzi di sonno, pezzi di notizie, pezzi di parole che feriscono come lame.
Pezzi di solitudine, pezzi di incapacità di amare, pezzi del dolore del non sentirsi amati.
Sono a pezzi, di me rimangono solo pezzi.
Piccoli, impossibili da ricomporre, dispersi.
E non è un mese e non è un giorno. Sono anni che non sono altro che i pezzi di me, e ogni cattiva notizia non fa che stritolarmi e colpirmi ancora.
Frantumarmi, distruggermi, polverizzarmi.
Ora, lo so, non è giusto, ho ad odio tutti quelli che non si sono presi la briga di provare a ricompormi.
Troppo impegnati a parlare di sè, a ragionare su sè, a capire cosa gli si muoveva dentro per vedere la graniglia di me che si disperdeva,
Irreversibilmente.
Vorrei poter esigere, ora, tutto quello che ho sempre pensato fosse una mancanza di rispetto chiedere agli altri.
Tutto
Perchè la gente è ottusa: si abitua a n0n dare e a non ricevere, e a considera una conseguenza naturale quel morire ogni giorno un po’ dentro.
Sono a pezzi e non ho bisogno di un nuovo anno, ho bisogno di una nova me.
Di due occhi nuovi, di un cuore meno bistrattato.
Che ho una clessidra tatuata sul polso sinistro lo sapete più o meno tutti.
Ho terrore del tempo che passa, e questa gioia convulsa del voler festeggiare l’inizio di un anno nuovo non l’ho mai particolarmente capita.
Quello che mi piace, quello che mi interessa davvero, sono le storie.
Vorrei poter catalogare le storie che ogni anno (ogni giorno) si porta dietro. Tenere irreprensibili archivi della memoria, in maniera da non dover più inciampare sulla perplessità del colore di un cardigan, dell’anno di un concerto, del sapore di qualcuno.
E’ la maniera più efficace che so che fermare il tempo o, quantomeno, per rallentarlo.
E’ stato un’anno vero, questo 2009.
365 giorni di tutti i colori, di tutte le taglie, di tutte le consistenze.
Un anno unico come è unico ogni anno, suo mal grado.
So che questo blog non conta molti lettori, ma, se chi passa di qui ha piacere a raccontarmi un suo pezzo di 2009 io ne sarò felice: potete sia lasciare un commento, sia scrivermi all’indirizzo alessandrarotCHIOCCIOLAgmailPUNTOcom.
Potete raccontarmelo tutto o soffermarvi su un particolare, essere prolissi o consegnarmi un semplice aforisma. Anche un’immagine, una foto, una qualsiasi vostra espressione andranno bene.
L’idea sarebbe quella di costruire un 2009 a più voci, frammentato, eterogeneo molteplice.
Probabilmente tramite un post su questo blog o un lavoro multimediale su una piattaforma sociale, nel quale ciascuno deciderà liberamente se venir nominato o conservare l’anonimato.
Ovviamente accetto consiglia anche in merito alle modalità, poichè la mia idea è estemporanea e assolutamente abbozzata, e si fonda essenzialmente sul principio di voler conoscere e dar voce alle microstorie che si sono innestate e hanno costruito questi lunghi, brevi, incerti, definiti, luminosi, bui, perplessi 365 giorni.
Ché anche il peso del tempo si affievolisce, se condiviso.
Non che ami molto questa canzone.
Non più nè meno di una qualsiasi altra che, per una questione generazionale, abbia fatto bene o male parte di qualche momento della mia vita.
Quello che amo, di questa canzone, è il video.
Ed è un clichè, uno dei mille che ho e che parlano di me più di quanto io sappia fare, al quale mi appiglio spesso di notte, magari appena tornata a casa un po’ a pezzi.
Le mie serate iniziano tutte alla grande: dovrei, in qualche modo, riuscire a bypassare il momento del ritorno, della strada che scivola, l’autoradio che gira a vuoto, quel senso definitorio di nulla.
Mi pare scioccamente retorico dire che anche a me certe volte sembra di avere un cuore così. Rosso, fuori misura, fragile, ingombrante.
Pronto a ritornare enorme ad ogni risveglio e a rimpicciolirsi durante la giornata.
Ma suppongo sia solo perchè sono un po’ malinconica, e tutto questo fastidio che tento di convogliare in rabbia, uscite vorticose, contatti rapaci, poi viene a farmi toc toc sulla spalla quando sono sola.
Fossi in lei, comunque, io sarei molto orgogliosa del mio gigantesco cuore rosso.
Indipendentemente da tutto.
Mia nonna aveva l’abitudine di nascondere i dolci nei vecchi cassetti di legno scuro dei mobili del soggiorno.
Quei mobili, e poi la stanza, e poi il corridoio che ci passava di fronte, avevano un odore unico. Inconfondibile.
Un misto di zucchero e muffa con un lieve sentore alcoolico, dato dai barattoli di amarene e prugne sotto grappa che, forse con meno gelosia, ma altrettanta dedizione, venivano riposti nelle ante degli stessi mobili scuri.
Erano mobili buffi, dal corpo tozzo e le gambe molto sottili, come certe signore lardellate di maglina che ti chiedi sempre come fanno a stare in piedi.
Mia nonna nascondeva i dolci perchè voleva avere sempre qualcosa da offrire. O qualcosa per blandire i nipotini il sabato pomeriggio, o qualcosa da mettere a tavola a fine pasto, come fosse una sorpresa, la domenica.
Operava, a suo modo, un razionamento del benessere che il ricordo ingombrante della guerra le imponeva come saggio obbligo.
Solo che quei dolci sapevano di chiuso e di polvere, e anche quando erano buoni al gusto, non riuscivi mai a dimenticarti del fatto che fossero stati chiusi in un cassetto.
E quelle leccornie che solo qualche giorno prima avevi guardato, desideroso, scomparire negli antri bui dei mobili dalla forma buffa, ti ripugnavano ora che ce li avevi davanti.
Non sono una fanatica delle scorpacciate, ma la felicità non dovremmo mai chiuderla nei cassetti.
La felicità va a male, come i dolci di mia nonna, e razionarla non è che una vana pretesa che porta a perderla del tutto.
Nei cassetti stanno bene le vecchie foto, le storie archiviate.
E io non voglio non voglio non voglio chiudere al buio qualcosa che può essere ancora condiviso, vissuto, offerto, goduto, smezzato.
Felici lo si è, non lo si spera.
Questo blog si prende una pausa.
O almeno questa è l’idea, al momento.
Nutro rispetto assoluto nei confronti di una cosa sola: le parole.
E non è etico raccontare con gli occhi così annebbiati.
La prima volta che mi ci sono trovata da sola avevo 14 anni.
Era agosto, e tornavo da quella strana parte dell’Italia che chi ci vive chiama Südtirol. Dopo due settimane di würstel e orologi a cucù, avevo un disperato bisogno di sud. Il mio sud.
Mi sono lasciata appena confondere dallo scalpiccio di passi e rotelle e ho corso verso un Caserta luminoso e rassicurante.
Per la foga, sono tornata a casa su un regionale (pochi anni dopo sarebbe diventata una consolidata abitudine) con un biglietto da Eurostar.
Poi sono arrivati i primimaggi e i capodanni, qualche concerto, qualche filone.
Ma è stata solo la prima volta che sono arrivata-a-Roma-per-restare, che ho guardato Termini davvero.
E’ curiosa, questa cosa.
Termini, voce del verbo terminare. E invece per me Termini è stata un inizio.
Nulla che termini mai, a Termini.
E ogni volta che torno, che termino a Termini il mio viaggio, ricomincio a respirare. Anche mentre tiro giù santi per i bagagli pesanti e i turisti asiatici che sciamano distratti: è un inizio ogni volta.
Anche il mio amore per Roma, credo sia iniziato con Termini. Con quei treni che ci si insinuano piano, percorrendo gli ultimi 500 metri a passo d’uomo.
Di quell’ultimo tratto conosco ogni centimetro: ogni sbafo di colore su ogni brutto muro in cemento, ogni palo della luce, ogni insegna di ogni negozio che si intravede per strada.
Mentre gli altri passeggeri sbuffano, io mi godo questa Roma centellinata che si lascia spiare dai vetri sporchi e opachi. Mi godo le braccia rigide e sbilenche di Termini, che non si rifiuta mai.
Termini e i suoi baci che certe volte sono dei vattene, certe altre dei non te ne andare. Termini e i suoi baci sempre in bilico, che tiravano o verso un letto o verso un addio. Termini e i suoi buoni auspici a cui sono seguite pessime conseguenze.
Termini, e riconoscere qualcuno che non si conosceva.
Sono una sciocca sentimentale, lo so. Ed è fin troppo scontato che, sopra ogni cosa, io mi sia innamorata di una stazione che ha un nome per finire e una predilezione per l’iniziare.
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