Archive | agosto 2008

Cortado con leche

La prima domanda da porsi è:

C’è uno strano legame di inversa proporzionalità che lega il “proposito di ritirarsi presto” all’ “ora effettiva del rientro“?

La questione potrà apparirvi banale e irrilevante, ma vi garantisco che ha una qualche affinità col caffè che ho intenzione di raccontarvi oggi.

(Mi piace l’idea di raccontare un caffè, sì.)

Provengo da giorni mediamente convulsi: stato di paranoia accentuato, studio della Malefica Economia Politica, mal di stomaco da somatizzazione nervosa, ecc. ecc. ecc. .

Condisci tutto questo con serate mediamente sregolate, che si sa quando iniziano, ma non si sa come finiscono, e il quadro è completo.

Il mio stomaco, in religiosa genuflessione, mi sta scongiurando da un paio di giorni di non assumere il nero veleno.

Allora gli indòlo la pillola, con un cafferino leggero leggero, reinterpretazione personale di uno spettacolare Cortado leche leche sperimentato un annetto fa nella bella Tenerife del nord (e preciso del “nord”, che qua a noi le cose troppo turistiche non ci piacciono).

Cortado con leche

La base è costituita da un caffè leggero: riempite a soddisfazione d’acqua la fida cinquetazze e, con una miscela dolce (non quella da espresso, per intenderci) rinpinzate ben bene il filtro, senza pressare troppo il tutto.

Raccomandazione: non v’azzardate a provarci con una vile pastocchia decaffeinata, chè vi disconoso e vi interdico l’ingresso al blogghe (sai che punizione esemplare…).

Non zuccherate il caffè.

In una tazzina amalgamate un buon cucchiaino pieno di latte in polvere con un goccetto di latte scremato, fino ad ottenere una cremina omogenea e compatta.

Versateci sù il caffè e miscelate il tutto. Bevete con serenità e lungimiranza d’animo. (Eh?!)

A me, in realtà, piace pure fare un’altra cosa: dopo aver preparato la cremina di latte in polvere, la allungo con qualche goccio di caffè e rimescolo, ottenendo una specie di schiumetta dall’aria molto invitante. Poi ci verso sù il caffè restante, lentamente, in modo che non si misceli completamente alla crema sul fondo, ma che resti in parte, nero e amaro, in superficie.

Poi me lo calo tipo cicchetto (tipo shottino, per gli anglofoni e i fighetti) in modo che prima shocco le papille gustative con l’incontro inaspettato e amaro con un caffè assolutamente non zuccherato, e poi le stupisco e le blandisco con l’approccio alla schiumetta di latte in polvere, dolce e avvolgente.

E anche per oggi è tutto.

Buon caffè!

Dita

Il respiro c’è. E la cosa mi consola.

Comincio dai piedi: risalgo, dito per dito, vena per vena, lembo di pelle per lembo di pelle, peletto sfuggito al silk epil per peletto sfuggito al silk epil. Inguine, pancia.

Circumnavigo l’ombelico.

Costole, un po’ sporgenti, seno insolitamente pieno, collo, collo, collo.

Millimentro per millimetro. Spalle tonde, braccia morbide.

Fin giù alle mani.

Eccole.

Sono tese, contratte. Dita febbrili.

Le immagino attraversate ad una ad una da un filo di rame.

Respiro, controllo il respiro. Lo ritmo, lo rallento. Cerco di imporgli il passo di danza della notte.

Ma loro sono lì: dita piccole, bambolesche. Ma affusolate. Contratte nel buio, allertate dai pensieri e dal sonno che non arriva, sensibili ad ogni fruscio sommesso della notte.

Le rilasso, ci provo: intono ninne nanne sussurrando.

L’inno alla gioia, Chiaro di luna, Canzone di notte di Guccini, Dormi dei Subsonica.

 

Ma voi rimanete tese. Trattenete un ricordo con le unghie.

Un pensiero, una possibilità, una parola, uno spiraglio.

Siete così: sapete solo stringere, costringere, intingere, respingere

E io di parole non ne ho più, non ne ho più di parole da prestarvi.

Convulsamente vi impongo la calma.

Vivo di ossimori, lo so.

Il Kamasutra della Moka

Allora, premetto che sto furiosamente sbarellando sotto gli effetti (malevoli & benevoli) della caffeina.

Considerando che, almeno nell’ultimo periodo, il caffè è l’unica cosa nei confronti della quale nutro un sentimento che può approssimativamente definirsi “Amore”, decido, oggi, di iniziare su codesto blogghe una rubrica che racconti di quest’amore e delle sue molteplici forme ed espressioni.

Una specie di Kamasutra della Moka, giusto per capirci.

E dato che la denominazione “Kamasutra della Moka” mi piace abbastanza, fino a nuova deliberazione è così che si chiamerà la pseudo rubrica di cui sopra.

(Ora il mio pensiero va, divertitamente, a coloro i quali si imbatteranno nel mio blogghe cercando tutt’altro. E con loro mi scuso sin d’ora.)

Ed ecco il primo articolo:

Ristretto con cacao amaro

Stamattina la mia voglia di caffeina si presentava complessa. Esigente.

Smaniavo per una martellata adrenalinica prêt-à-porter, più che per un caffè. Ho dato un’occhiataccia alla mia enciclopedia mentale (composta di cazzate, più che altro) e mi sono imbattuta nel ricordo di questo caffè denso e aromatico, vero must personale di qualche anno fa.

La preparazione è semplice:

Dopo aver sciacquettato approssimativamente la moka, ci si mette l’acqua. ATTENZIONE! Trattandosi di un ristretto, il quantitativo d’acqua deve essere più o meno la metà di quello che impieghereste per un caffè normale.

Per quanto riguarda la carica del filtro, io procedo così: lo riempio per metà, curando di pressare bene la polvere di caffè, poi aggiungo un cucchiaino raso di polvere di cacao amaro, per poi completare il riempimento con la polvere di caffè. Livello col cucchiaino, ci incido una “A” sopra perchè sono scema, e procedo alla chisura della moka. (Rischiando di slogarmi un polso).

La metto sù a fuoco piuttosto lento, e intanto preparo una tazzina di vetro con un paio di cucchiaini scarsi di zucchero.

La vigilo amorevolmente.

La sollevo dalla fiamma quando il caffè inizia ad uscire.

Inalo religiosamente l’aroma delle prime gocce, le migliori.

Smorzo la fiamma prima che la moka inizi a vomitare qualla schiumaccia giallognola e bagnaticcia che (de gustibus) rovina tutto.

Verso il tutto, bollente, nella tazzina e miscelo col cucchiaino. (Concedendomi il conformismo di girare in senso orario).

Degusto L E N T A M E N T E .

Amen.

N.B.: Sconsigliato agli ipertesi e agli schizzati redenti, o comunque con intenzione di redimersi.

Il dio del caffè

Ok.

Attimi di quotidiana schizofrenia.

Metto sù la moka, una prosperosa cinquetazze dal ventre generoso. Sono inebriata dall’odore della polvere di caffè. E ho detto odore.

Un profumo ti piglia il cuore, la mente, i ricordi.

L’odore va dritto ai sensi. E’ qualcosa di molto più istintivo e primordiale. E’ qualcosa che stuzzica le pulsioni. E per questo ho detto odore.

Infiammo il fornello senza particolari difficoltà. Abituata a certi clichè romani (ricerca dell’accendino, prova dell’accendino, constatazione dolorosa della non fungibilità dell’accendino, richiesta dell’ausilio tecnico di coinquilini vari ed eventuali) mi sembra un semi miracolo. Mi sento una novella Prometea.

Il caffè è un rito, e non lo dico perchè sono del sud, nè perchè sono un’appassionata e sentimentale cultrice di Eduardo de Filippo.

Ci vuole una meticolosità tutta rituale per farlo venire buono.

Richiede lentezza.

Quando lo sento gorgheggiare mi appresto a sollevare la moka dalla fiamma: deve uscire lento, il calore non lo deve forzare (e mi viene in mente qualcosa di affine, ma mi asterrò dal farci cenno), deve scivolare piano, aggrappandosi alle pareti della moka, misurando il condotto viscidamente. Si deve impregnare di sè. Deve dar prova di tutta la sua viscosità.

Fisso il filino scuro di liquido che scende, mi godo la misticità del momento: se prima o poi mi verrà voglia di credere in qualche dio, sarà il dio del caffè. Quello che porta ad ebollizione l’acqua e, facendole vincere la forza di gravità, la spinge nel filtro, ad impregnarsi di nero e di sapore.

Uno squillo acuto mi disturba: il telefono.

Per quanto lo odi, lo squillo compulsivo del telefono mi getta in uno stato di ipertensione cosmica. Rispondere si configura come necessità assoluta.

Mollo la moka sul fuoco, stizzandomi per lo scempio che quella temperatura troppo alta e quella risalita troppo rapida imporranno al mio nettare, e corro.

Mi fiondo sul coardless. Esso non trilla. Ci metto qualche secondo a realizzare che è scarico: dimenticato lontano dalla base probabilmente da giorni.

Raggiungo il primo fisso che mi trovo a tiro.

Ma è tardi. E’ muto.

Di fretta compongo il 400. Ascolto la fastidiosa voce di seta della signorina virtuale, che immagino come una crisalide in un bozzolo di tulle rosa. Riconosco il numero.

Un 333 storico che mi appresto a richiamare.

Con foga, aggiungerei.

Un’altra voce di seta mi risponde. Non c’è campo, oppure ha spento. Insomma non c’è nulla da fare, fai un po’ tu.

Breve cenno cerebrale all’ineluttabilità del destino e all’assoluta inutilità di ritentare.

Certe cose sono come le onde: vanno e vengono, e quando ritornano non sono mai le stesse, acque bastarde, acque diverse.

L’odore di bruciato viene a prendermi per mano fin giù alle scale. (Un altro odore: stuzzica le corde della rabbia, questa volta). Tiro giù un paio di santi, giusto per non esser da meno.

Lo faccio per clichè, interpreto la me stessa incazzata e vile. E mentre lo faccio un altro paio di me (l’osservartice e il censore) motteggiano di gusto:

- Smettila di bestemmiare!

- Che ti frega, tanto manco crede!

- Appunto, che senso ha?

- Sta recitando, non lo vedi?

- Sì, vedo. Recito anch’io, non te ne accorgi?!

Intimo a tutte quelle me di tacere. E preparo l’aria più sentitamente tragica che ho.

Le mattonelle della cucina sono tempestate di lentiggini, e la moka emette un rantolo sofferente. Spengo tutto, ci dò di spugnetta.

Maledico tra me, me e me quel 333 e il suo titolare frettoloso. O confuso. Confuso e frettoloso. Frettolosamente confuso. Confusamente frettoloso.

Come me.

Carico di nuovo la moka, chè c’è sempre tempo per un caffè.

Ma allora erano i 70′s anche per mia madre…

Oggi pomeriggio sbirciavo distrattamente nella piccola (ma neppure tanto) biblioteca di mia madre, alla ricerca di un non meglio precisato libro.

Con la lettura, come col resto, ho un approccio molto impulsivo: sono un’emotiva, mi affascinano gli incipit brillanti e le frasi prese nel mezzo che sembrano risposte a ciò che stai pensando, le illustrazioni di copertina, le dediche, i sottotitoli, la righina dorata di certe rilegature in pelle, l’odore stantio della carta invecchiata o quello pungente dell’inchiostro fresco di stampa.

Tanta psicologia e psicoanalisi, Freud a gogò, una collezione notevole di pedagoghi, classici d’ogni sorta, per lo più in edizione economica, in quel classico formato rilegato in verde cartonato, su fogli riciclati e il prezzo (3 – 4.000 £) stampato in bella mostra sulla copertina. Una Bibbia (?), un Siddharta sgualcitissimo, una fila di libri nuovi ma intonsi, qualche dizionario etimologico, qualche raccolta di Van Gogh, e tanto, tanto altro.

Ad un tratto mi trovo sottomano un librettino scarno, tipico formato Oscar Mondadori. Aldous Huxley - Le porte della percezione: paradiso e inferno. Il nome del tizio mi risuona in mente, il titolo dell’opera anche. Le porte della percezione, the doors of perception…

Se qualche giorno fa non avessi visto (in spagnolo, sottotitolato in tedesco) il film The Doors, di Oliver Stone, probabilmente manco c’avrei fatto caso, e invece ecco pronto il collegamento

“Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe com’è, infinita”

dice Jim nel film, citando William Blake, a sua volta citato dall’Huxley nel saggio di cui sopra.

Se i Doors si chiamano così, lo dobbiamo proprio a questo librettino, che mia madre conserva nella sua biblioteca e che, a giudicare dalle macchie giallognole sulle pagine, deve starci almeno da 30 anni.

Il trattato è stato scritto alla fine degli anni ’50, e, per quello che ho letto, può considerarsi una sorta di precursore di quella corrente psichedelica destinata a spopolare nell’occidente una decina di anni dopo. Parla di viaggi da acido, delle reazioni del cervello alle così dette droghe psichedeliche, delle porte della percezione ampliate dall’esperienza quasi mistica dello stupefacente.

Un libro da sfattoni, volendo essere sintetici.

Ecco, a me questa scoperta nella biblioteca di mia madre m’ha messa di buon umore: lei, cresciuta in un piccolo paesino, sì, brillante, intelligente, ma pur sempre troppo vicina all’Azione Cattolica per meritarsi la mia stima totale. Lei che il ’68 l’ha visto in Tv. Lei che se sapesse che mi faccio qualche tiro di spino mi darebbe della drogata. Lei che bolla lo spiritismo, le esperienze paranormali e allucinate, la corrente new age e tutto il resto come cazzate belle e buone. Lei che, sì, poi col tempo ha finito per votare sempre più a sinistra, ma è rimasta comunque, in ogni caso, inevitabilmente, tristemente così moderata. Così borghese.

Lei se l’è letto Aldous Huxley. Se l’è letto negli stessi anni in cui se lo leggeva Jim.

Ok, magari non avrà incontrato il capo sioux nella dolce prateria del trip da acido, e neppure sarà mai andata in giro predicando peace & love con delle lenti incredibilmente tonde e fluo calate sugli occhi, ma qualcosa le sarà pure arrivato di questo fermento mistico/sfatto/psichedelico dei 70′s.

Io faccio parte della schiera dei nati tardi: mi sono persa Woodstock, e non credo che riuscirò a perdonarmelo. Mi sono persa anni without complication. Mi sono persa i pantaloni a zampa e le camicie fluo, il libero amore e gli impeti post – sessantottini. Grandi anni. Mi ci sarei trovata bene.

Io che mi sono sempre rammaricata di avere una madre così poco 70′s style.

Si leggeva gli stessi libri di Jim.

Domani le chiedo se sa chiudere uno spino a bandiera.

Potrei rivalutarla.

Noi come i grilli

Sono a casa, appena tornata da un aperitivo protratto. C’è voglia di raccontarsi, questo scorcio di Agosto mette voglia di parlare, di intrecciare le vite e di sfiorarsi.

Un prosecco, spiluccarere in qualche ciotola di noccioline, una sigaretta lenta, trattenuta tra le dita ad oltranza e in parte offerta al vento.

“E tu che fai? E con chi stai? E come mai è finita? E la sera, la sera con chi esci? E Roma, e Torino, e Padova? E gli esami? E le amiche? Ne hai di amiche belle? E le avventure? E Trastevere? E bevi sempre tanto? Però, come sei cambiata! Ma forse no… Dico, da quando eri piccola, come sei cambiata…”

Mi dite cose che non supponevo pensaste di me. Mi confidate qualche fantasia, qualche sogno da bambino, qualche antipatia malcelata, qualche infantile amore represso.

Ci raccontiamo. Forse abbiamo voglia di essere testimoni gli uni degli altri, forse ci serve un pubblico, forse in questa serata strana ci sentiamo tutti un po’ vicini.

No, non siamo tristi, sarebbe disonesto dire che lo siamo. Appena un po’ malinconici: Agosto sta finendo, le nostre strade separate ormai da anni e tornate ad intersecarsi appena in queste ultime settimane già divergono.

Siamo qui ma abbiamo gli occhi nel domani: chi nella sua casa, chi nella sua città d’adozione, chi nella sua caserma, chi ancora qui, ma non più con noi, non più come ora.

A tratti ci sfiora il pensiero della piccola morta carbonizzata a pochi passi dalle nostre case. E’ un peso che incombe, e quando il silenzio diventa cupo è anche per questo.

Poi ricomincia il nostro sommesso parlare di tutto e di niente: un altro prosecco, un’altra sigaretta al vento.

“Che a noi ci piace farci portare la bottiglia e i bicchieri, e poi ci pensiamo noi.”

Giochiamo col ghiaccio, intingiamo la mano nel cestello e poi ci schizziamo: vi riconosco bambini, ai miei compleanni, quando mi alzavate la gonna (o almeno ci provavate) e vi rincorrevate tra i tavoli, avete la barba e la voce grossa, lavorate, siete indipendenti, ma io vi riconosco lo stesso.

Ognuno propone il suo brindisi, lancio il mio, classico, immancabile:

“Un brindisi speciale a facc’ e’ chiavc’ e chi c’ vo’ mal’ “

Sorridete. Io negli anni ho imparato a fare gli occhi da gatta morta: è l’unico pegno che ho concesso alla mia “femminilità”. Lo notate, ne ridete. Mi fate domande inopportune, ma io vi rispondo, fingendo di imbarazzarmi. Mi porto i pugni sugli zigomi e vi fisso con gli occhi da cerbiatta smarrita, esplodete in una fragorosa risata.

Mi piace giocare sì, mi piace.

Mi piace viaggiare come una spoletta sul filo del mio imbarazzo.

Andare avanti e indietro tra messinscena e realtà. Gioco, mi piace.

Per un attimo mi rattristo, mi chiedo se, per caso, sia stato questo gioco a farmi perdere una partita. Ma non era gioco scorretto, affatto! Misuravo me stessa, adeguavo i movimenti, calibravo gli sguardi. Ero vera! Ma io ci metto un po’, anche quando sono me stessa. Ci metto un po’ ad interpretare me stessa.

Ora sono sola.

Oltre la finestra della mia stanza c’è un concerto di grilli. Mi piace pensare che anche loro si stiano raccontando reciprocamente.

“E com’è l’altro lato del giardino? L’erba è soffice come qui? E la rugiada? E’ dolce la rugiada? E c’è qualche lucciola per scambiare due chiacchiere? Salti ancora così in alto? Poi t’è guarita la zampa? E tuo figlio alla fine ha imparato a saltare?”

Resto in ascolto, non si può mai sapere.

Il pensiero Ciambella (ovvero i miei momenti di vuoto cerebrale)

Come annunciavo qualche giorno fa su Twitter, mia intenzione era dedicare un post alla difinizione del cosidetto pensiero Ciambella.

Esso è stato scoperto/definito/fissato/nomenclato/ecc. ecc. ecc. durante un estenuante viaggio in auto sulla via del mare (direzione Formia/Gaeta…non si sa bane come poi ad un punto ci si è ritrovati a Sora…ma questa è un’altra storia).

Il pensiero Ciambella si rifà alla poetica immagine di Homer Simpson che si astrae dal mondo circostante (soprattutto quando parla con mogli/figli/datori di lavoro/Ned Flanders e cose simili) e si concentra totalmente su questa gigantesca ciambella glassata che comincia a formarsi nella sua mente, per poi iniziare a invocarla con voce piena di desiderio:

“Mmm…ciambelle…mmm…ciambelle”

Comportamenti simili sono stati rilevati in me, durante i miei mostruosi momenti di vuoto cerebrale.

La sintomatologia è la seguente: pupilla dilatata, occhio da triglia morta da giorni, bocca lievemente aperta, battito cardiaco smorzato, encefalogramma piatto, astrazione totale dallo sapazio – tempo, mancata partecipazione alla conversazione o partecipazione con interventi a sproposito.

Non essendo un’appassionata di ciambelline glassate, gli studiosi ritengono che, con ogni probabilità, nella mia mente vadano a formarsi ben altre immagini, ma, insomma, il concetto è lo stesso!

La cosa mi crea non pochi disagi, costringendomi a continui e tardivi

“Eh? Come? Cosa?”

e conferendomi l’immagine di principessina triste del post-moderno, un po’ alienata e intrappolata nella sua torre di suoni e colori.

C’est la vie.

Troppo sbronza per…

…scrivere un post

…fare pipì da sola

…bere l’ultimo cicchetto di intruglio malefico

…bere l’ultimo cicchetto di intruglio malefico senza versarselo addosso

…bere l’ultimo cicchetto malefico senza versarselo addosso e poi far infrangere il bicchiere al suolo

…rispondere allo sms del ragazzo col quale forse, e dico forse, potrebbe pensare di.

…respingere le avances di gente che “è una vita che”.

…scacciarere il pensiero di te (qualsiasi cosa questo voglia dire).

…tentare di guidare (3 rischiati incidenti nel giro di 3 minuti).

…leggere le mail accumulatesi in una lunga giornata di assenza.

…dire “No, sto bene!”

…rifiutare l’ultimo cicchetto

…parlare di James Joice e del flusso di coscienza

…parlate di James Joice e del flusso di coscienza con un Normalista

…assillarsi con un paio di “Perchè” sparsi.

…dire dei “sì” convintamente.

…pentirsi di aver detto dei “sì” convintamente.

…rollarsene una.

Buonanotte!

Alta tensione

Mi percorre il braccio come un brivido folle.

Si aggrappa ai muscoli della spalla e risale quelli del collo.

Mi tende una parte di volto. La accende di una luce oscena, di una smorfia sgraziata.

Mi dilata le pupille. Come di fronte al peggiore degli orrori.

Eppure serro la mano. Continuo a stringerla. Mi tormento le dita. Conficco le unghie nella carne senza sentire dolore.

E’ un tutt’uno con la mia pelle. Il rame mi entra dentro, come fosse una nuova vena. Una vena sottile e spigolosa.

“Lascia!” mi dico. “Molla la presa!” ripeto.

Eppure le dita si stringono, si intrecciano,  vi si cementano attorno. Con una determinazione che non sapevo di possedere.

L’elettricità mi anima di moti convulsi e io abbraccio il filo, mio carnefice di metallo.

E’ così, è sempre così.

Mi manchi, e quando mi manchi, manchi a me. E non riesco a scriverlo in terza persona.

I pensieri del mattino e la colla moschicida

Ok. A me capita spesso questa cosa: c’ho un pensiero che mi ronza, e faccio di tutto per ignorarlo, non gli presto attenzione, come si fa con i bambini quando fanno i capricci.

Ma il pensiero è lì, come una mosca fastidiosa, e procedere con le sue zampette pelose sulla cortina delle mie percezioni. Sicchè una mattina, dopo l’ennesima notte di sogni assurdi e altamente simbolici chè non ci vuole Freud per spiegarmeli, mi armo di colla moschicida e di paletta e eccoci qua.

Il mio cervello trattiene troppo i ricordi. Finisce per confondersi tra l’ieri e l’oggi e non fa mai pulizia di emozioni.

L’ho capito lucidamente qualche giorno fa. Ho ricevuto una telefonata da una persona del mio passato (un passato lontanissimo, non tanto cronologicamente, quanto…emozionalmente), mi sono bastate quattro parole, un accenno a quelche brivido, a qualche frammento, per ritornare quella che ero, per farmi le stesse domande di allora e per riporre fiducia nelle stesse, inutili, promesse.

Ho avuto bisogno di fermarmi, di riflettere un attimo, di elencare diligentemente e distaccatamente a me stessa le ragioni per cui le cose cambiano, per cui prendiamo le nostre belle decisioni, per cui preferiamo abbandonare una strada e mettiamo una bella X nera e spessa su certe situazioni.

Mi chiedo se ho la memoria troppo corta o il cuore troppo grande.

Ma forse è la smania di vivere.

Sì, è quella che mi frega.

Bah.

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