Oggi pomeriggio sbirciavo distrattamente nella piccola (ma neppure tanto) biblioteca di mia madre, alla ricerca di un non meglio precisato libro.
Con la lettura, come col resto, ho un approccio molto impulsivo: sono un’emotiva, mi affascinano gli incipit brillanti e le frasi prese nel mezzo che sembrano risposte a ciò che stai pensando, le illustrazioni di copertina, le dediche, i sottotitoli, la righina dorata di certe rilegature in pelle, l’odore stantio della carta invecchiata o quello pungente dell’inchiostro fresco di stampa.
Tanta psicologia e psicoanalisi, Freud a gogò, una collezione notevole di pedagoghi, classici d’ogni sorta, per lo più in edizione economica, in quel classico formato rilegato in verde cartonato, su fogli riciclati e il prezzo (3 – 4.000 £) stampato in bella mostra sulla copertina. Una Bibbia (?), un Siddharta sgualcitissimo, una fila di libri nuovi ma intonsi, qualche dizionario etimologico, qualche raccolta di Van Gogh, e tanto, tanto altro.
Ad un tratto mi trovo sottomano un librettino scarno, tipico formato Oscar Mondadori. Aldous Huxley - Le porte della percezione: paradiso e inferno. Il nome del tizio mi risuona in mente, il titolo dell’opera anche. Le porte della percezione, the doors of perception…
Se qualche giorno fa non avessi visto (in spagnolo, sottotitolato in tedesco) il film The Doors, di Oliver Stone, probabilmente manco c’avrei fatto caso, e invece ecco pronto il collegamento
“Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe com’è, infinita”
dice Jim nel film, citando William Blake, a sua volta citato dall’Huxley nel saggio di cui sopra.
Se i Doors si chiamano così, lo dobbiamo proprio a questo librettino, che mia madre conserva nella sua biblioteca e che, a giudicare dalle macchie giallognole sulle pagine, deve starci almeno da 30 anni.
Il trattato è stato scritto alla fine degli anni ‘50, e, per quello che ho letto, può considerarsi una sorta di precursore di quella corrente psichedelica destinata a spopolare nell’occidente una decina di anni dopo. Parla di viaggi da acido, delle reazioni del cervello alle così dette droghe psichedeliche, delle porte della percezione ampliate dall’esperienza quasi mistica dello stupefacente.
Un libro da sfattoni, volendo essere sintetici.
Ecco, a me questa scoperta nella biblioteca di mia madre m’ha messa di buon umore: lei, cresciuta in un piccolo paesino, sì, brillante, intelligente, ma pur sempre troppo vicina all’Azione Cattolica per meritarsi la mia stima totale. Lei che il ‘68 l’ha visto in Tv. Lei che se sapesse che mi faccio qualche tiro di spino mi darebbe della drogata. Lei che bolla lo spiritismo, le esperienze paranormali e allucinate, la corrente new age e tutto il resto come cazzate belle e buone. Lei che, sì, poi col tempo ha finito per votare sempre più a sinistra, ma è rimasta comunque, in ogni caso, inevitabilmente, tristemente così moderata. Così borghese.
Lei se l’è letto Aldous Huxley. Se l’è letto negli stessi anni in cui se lo leggeva Jim.
Ok, magari non avrà incontrato il capo sioux nella dolce prateria del trip da acido, e neppure sarà mai andata in giro predicando peace & love con delle lenti incredibilmente tonde e fluo calate sugli occhi, ma qualcosa le sarà pure arrivato di questo fermento mistico/sfatto/psichedelico dei 70’s.
Io faccio parte della schiera dei nati tardi: mi sono persa Woodstock, e non credo che riuscirò a perdonarmelo. Mi sono persa anni without complication. Mi sono persa i pantaloni a zampa e le camicie fluo, il libero amore e gli impeti post – sessant
ottini. Grandi anni. Mi ci sarei trovata bene.
Io che mi sono sempre rammaricata di avere una madre così poco 70’s style.
Si leggeva gli stessi libri di Jim.
Domani le chiedo se sa chiudere uno spino a bandiera.
Potrei rivalutarla.














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