Archive | settembre 2008

Potrei

…alzarmi.

Rincorrere l’alba.

Dare il buongiorno a questo mondo sonnacchioso.

Tinteggiare a colori lucidi questa livida mattina.

Sentire il fresco buono del risveglio.

Perdermi nella quiete stordita e confusa di questa dimensione d’ovatta.

MA ANCHE NO!

L’usurpatore lettifero è andato via, e io torno a dormire senza indugio.

Aggiornamento della lista dei propositi: MAI, e dico MAI, decidere di dividere stabilmente il letto con un uomo (o un qualsiasi essere approssimativamente animato) che russa, ha il respiro pesante, mi sottrae le coperte, tenta impunemente di spalmarsi sulla MIA metà di letto.

Amen.

Riquadro 119, galleria V

Odio i funerali.

Le morti, i cimiteri.

Il dolore che si fa lacrima, tangibile.

E’ uno di quei sentimenti con i quali non so misurarmi.

Non che con gli altri vada, poi, particolarmente meglio: c’è qualcosa che mi arena ad uno strato superficiale di me, un’incrostazione di timore e circospezione. Lo faccio con l’amore, lo faccio con l’odio, con la rabbia e col dolore. Mi tengo in superficie, chè ad abbandonarsi al vortice c’è da non uscirne più.

Non è un bene, ma quando non è stato così, non è andata, poi, meglio, quindi…

Ecco, uno sproposito di parole inutili, come al solito.

Uno sproposito di parole inutili per dire che oggi, complici le mollezze dell’ultimo sabato di libertà, il grigio diffuso e morbido del cielo di fine settembre e la disponibilità (momentanea) di un’automobile qui a Roma, sono andata al Verano.

L’idea principale era quella di fare un saluto a Rino Gaetano, un pensiero che mi coglie spesso.

No, non sono una fanatica dell’esserci, del farlo perchè lo fanno tutti, del crearmi una passione o dello sposare una causa. Semplicemente mi andava.

Stare lì, concedersi il piacere amarognolo di una lacrima, lasciare il pensiero libero di divergere, di chiedersi, di cantare, di sussurrare, di andare in dissolvenza.

Così è stato.

Il Verano ti accoglie nel suo ventre di ricordo, celebrazione, passato. Nomi e date ti si impongono alla vista, ma anche architetture, geometrie, materiali, gatti sinuosi e cornacchie gracchianti. Ti racconta di chi c’è stato prima, di chi è passato giusto per un giro, di chi ha lasciato un segno, di chi, dimenticato, non s’è visto concesso neppure il privilegio di una manciata di sillabe stanche.

Il Verano sa di cipresso e di tristezza buona. Di quella che ti si attacca alla pelle creando una patina vischiosa, che ingentilisce il mondo, gli umori e le stagioni, col suo costante persistere.

Rino è lì, un nome tra i nomi, un parallelepipedo incastrato in un’ossatura di cemento armato, una foto, qualche sillaba dorata, due date.

Abbondano le frasi, i fiori, le sigarette offerte da chi è passato di lì. Destinate a non essere fumate. Il marmo è zebrato da tratti di uniposca: ci tengono, tutti, a far sapere che sono passati. Raccontano brandelli di storie, le loro, quelle del mondo, le voci della strada. Lasciano segni su un segno che, momentaneamente, sta allenando la clemenza del tempo.

La capisco questa infantile e qualunquista smania di esserci. E non la condanno.

Scrivo due righe, anch’io, su un quaderno lasciato lì apposta.

Tra le tante cose che avrei potuto dire, in quel momento butto giù la più banale, inutile, sciocca, impulsiva.

Lascio una Vogue alla menta, faccio qualche foto, consento di scendere ad una lacrima, sì, sfioro con l’indice le lettere dorate.

Non sono venuta qui ad adorare nessuno. Caso mai a respirare la magia, quella che si desidera aleggi su certi luoghi, su certe cose che diventano simboli.

Dedico un pensiero a questo culto privato del dolore che diventa culto generale, mito, quasi. Mi chiedo se la spettacolarizzazione accentui o smorzi il dispiacere, quello vero.

La verità è che siamo smaniosi di eroi: non ci bastano i Che Guevara, i Ghandi e i Gesù Cristo. C’abbiamo bisogno di gente vera, non spettacolare, non eccelsa, non sublime.

Abbiamo bisogno di crederci, crearci il nostro feticcio emozionale.

E oggi io sono qui per questo. T’ho messo tra i miei dei di oggi. Dopo quello dello zucchero filato e delle caramelle gommose, appena prima di quello del caffè, accanto al dio misericordioso dei lunedì di febbre di quando ero al Liceo.

L’ennesimo dio delle piccole cose, Rino. Nè di meno, nè di più. Il dio di qualche canzone che ti senti dentro, della sequela dei ricordi.

Un dio dalla voce aspra e il sorriso pulito.

Nulla di trascendente, nulla di spettacolare.

Il mio quotidiano attimo di laica spiritualità.

Pecore mannare

Conta le pecore!  Si consiglia a chi non riesce a prendere sonno.

Mai corbelleria più succosa fu proferita.

C’ho provato, io, a contare le pecore. Mica facile.

Sono nel letto, tesissima e imbottita di caffè. Sono le tre, ho appena smesso di studiare. Curve della domanda e dell’offerta si intersecano inverosimilmente sul grafico spazio-tempo del mio cervello. Esternalità di Network implorano attenzione, elasticità incrociate si contorcono in sinusoidi inverosimili.

Sto flippando.

Accanto a me, placido come solo il genere maschile sa essere, l’ospite russa. Gli mollo qualche calcio, finto involontario. Lo bistratto fregandogli il lenzuolo. Mi rivolto convulsamente come una sogliola in padella.

Nulla.

Ok - penso – proviamo con le pecore.

Traccio col lapis della follia la mia bella pecorella mentale (è piccina, un po’ storpia, ma, insomma, ci sta, è proprio una pecora) e mi appresto a farle saltare uno steccato. Di quelli di legno chiaro, levigato, da paesaggio alpino.

La prima va, senza apparenti problemi.

Nel contempo un rumore graffiante, di unghia maleficarossalaccata su lavagna, mi raggiunge dal piano di sopra: ecco, mi ripropongo di andare a presentare la mia vibrata protesta alla prossima riunione di condominio, chè non è possibile che questi facciano tutto ‘sto casino, giorno e notte.

Mi rigiro, sbuffo, assesto una manata finto involontaria all’ospite, giusto per ricordargli chi è che comanda qui.

Ritorno alla pecora.

Non c’è più. Devo aver lasciato il recinto aperto.

Ne disegno mentalmente un’altra, la faccio saltare. Poi un’altra ancora. Infine una terza.

Concludo che mi costa uno sforzo immane immaginare una pecora ogni volta, poi convincerla a saltare lo steccato e a scomparire subito dopo.

Il lapis della follia si sente futurista, stanotte: pecore con mille zampe, steccati da rincorrere, lupi in tuta da Supermen che sbucano dal cespuglio di malvarose. (Un cespuglio di malvarose? E chi ce l’ha disegnato sulla tela della mia insania?)

Mi fermo, respiro. Una pedata all’ospite, tanto per gradire.

Decido di disegnare un archetipo di pecora che salta su un archetipo di steccato, per poi inserire la modalità rewind.

Dispersione musicale.

La la la la la la la fammi vedere! La la la la la la la fammi godere!

Ossantinumi, Vasco no!

Stringo il mio cuore di pelouche. Tengo ostinatamente aperti gli occhi nel buio. La pecora non c’è più.

Un rumore di spalaneve in piena attività arriva, nitido, dal piano di sopra.

Mi rammarico del non trovare particolare soddisfazione nell’arte della bestemmia.

Chiudo gli occhi per sfinimento.

Sono a migliaia! Mi aggrediscono! Hanno il sangue raggrumito agli angoli della bocca e un cipiglio folle e feroce! Un gregge di pecore mannare sullo schermo bigio della mia insonnia!

Riapro gli occhi.

L’ospite dorme supino, invadendo con gli arti oblunghi la mia parte di letto.

Mi aggroviglio nel lenzuolo, per protesta.

Contare le pecore è una puttanata, e questo è tutto.

J898 (1864)

How happy I was if I could forget
To remember how sad I am
Would be an easy adversity
But the recollecting of Bloom

Keeps making November difficult
Till I who was almost bold
Lose my way like a little Child
And perish of the cold.

E. Dickinson

Capisco di non essere poi questo granchè quando scopro che quello che voglio dire l’ha già detto qualcun altro. Molto meglio di quanto avrei fatto io.

Capisco di non essere poi questo granchè quando passo senza lasciare traccia.

Quando mi domando dove ho sbagliato.

Quando mi impecolo in notti stupide.

Come questa.

Col PC sulle ginocchia e nessuna voglia di affrontare il mondo.

Un caffè. Antiteticamente.

Odio i vecchietti che mi sbirciano il decoltè, però solo se sono lucidi e arzilli. Con quelli male in arnese prevale la compassione. Che quasi mi avvicinerei per farli sbirciare meglio (bambini miei).

Amo il 22 Settembre perchè ognuno si veste un po’ come cazzo gli pare: indistintamente si inforcano infradito sabbiose o stivaletti di pelliccia di foca. E non è il clima a disciplinare la passerella, ma il tempo umorale, quello che ti senti dentro, che sul limitare delle stagioni si amplifica incedibilmente.

Odio essere fissata, mi imbarazza, la trovo una cosa estremamente intima. Una violazione bella e buona dell’anima.

Amo inchiodare con gli occhi, arpionare pupille a pupille, imporre il mio ritmo di respiro e la contrazione dei miei muscoli. Così, guardando. Ma solo quando voglio io.

Odio il portiere che mi saluta viscidamente, che si attarda a fissarmi quando ormai gli dò le spalle.

Amo scendere a prendere il caffè, fare lunghi giri contorti e solitari per arrivare sempre negli stessi posti.

Odio il traffico congestionato e gli autisti scazzati che non rispettano i passaggi pedonali.

Amo fare un cenno di ringaziamento agli automobilisti che rallentano per lasciarmi passare, anche se non sono sulle strisce. A quelli potrei dedicare una sculettata, se proprio fossi particolarmente ispirata.

Odio i lampadati, i pompati, gli anabolizzati, i tirati, i lucidati, gli impomatati.

Amo qualcosa di tutti gli altri, più o meno.

Odio i sorrisi di circostanza.

Amo sorridere ai bambini, per strada.

Odio il caffe bruciato.

Amo i baristi simpatici che mi augurano buona giornata sorridendo. Se calvi con grazia poi, è il top.

Odio il riporto e trovo estremamente patetici gli uomini col riporto.

Amo il mio amore per le imperfezioni: rughe, asimmetrie, cicatrici, calvizie drasticamente corrette da rasature radicali, nei.

Odio i cambi di rotta improvvisi e senza ragione apparente.

Amo i cambiamenti, li ricerco dal piccolo al grande. Sorrido per un’alba come per una tempesta marina. Per un giro in centro come per un anno a Bogotà.

Odio essere ignorata, essere messa da parte, essere mortificata con frasi che mi relegano ad una categoria: le mie ex, le mie amiche, le mie allieve, le mie donne, le mie confidenti, i miei flirt. Io sono io: se dovete marchiarmi, abbiate la compiacenza di farlo a bassa voce.

Amo suscitare ricordi specifici e coltivare ricordi specifici. Stupire con la mia portentosa quanto inutile memoria fotografica. Lasciare tracce di me.

Odio i clichè. Inoltrasi per percorsi già battuti. Attardarsi in conversazioni sterili. Recitare sempre sullo stesso canovaccio.

Amo i riti. Quello dell’attesa e quello dell’addio. La ciclicità dei giorni e delle stagioni. Il riproporsi di certe voglie e di certi sentimenti.

Odio chi recita nella vita vera.

Amo accentuare la realtà, renderla caricaturale, grottesca, cinematografica.

Odio chi non sa andare oltre lo sguardo globale.

Amo chi ama i dettagli. Amo i dettagli. Io sono un dettaglio. Un imprescindibile dettaglio.

Odio la mollezza, l’inconcludenza.

Amo la casualità e il prestigiare del destino.

Odio i risvegli convulsi, col solletico alla bocca dello stomaco.

Amo le attese ansiose, col solletico alla bocca dello stomaco.

Odio quando mi dici forse oggi, preferisco un sì, tra un anno!

Amo quando quel forse oggi diventa inaspettatamente realtà.

Odio chi ha mille certezze, chi sa di essere dalla parte della ragione, chi non si chiede mai perchè, chi non è disposto al cambio di opinione. Parimenti odio le bandiere al vento, i senza-ideali, gli opportunisti e quelli che ballano disinvolti sulla scacchiera degli eventi.

Amo chi ascolta, chi non chiude l’audio, chi non ripete convulsamente lo so, chi riduce i punti esclamativi, chi presta attenzione agli incisi e alle parentesi.

Odio chi mi odia.

Amo chi mi ama.

Odio chi mi ama.

Amo chi mi odia.

Perchè questo non puoi pianificarlo. Non puoi stabilirlo prima.

Ma una certa dose di tatto, ecco, quella è sempre apprezzata.

Se

…un albero cadesse in una foresta, senza che nessuno possa sentirlo, farebbe ancora rumore?

…ci si fermasse prima dell’ultimo bicchiere, si rimarrebbe sobri?

…si contasse fino a dieci prima di parlare, si eviterebbero le guerre?

…ci si fasciasse la testa prima di rompersela, non ce la si romperebbe affatto?

…riuscissi a correre più veloce della luce, la vedrei rallentare in sfere opalescenti?

…si mollasse la presa solo un attimo prima, non si spezzerebbe la corda?

…ci si svegliasse all’alba, si sbadiglierebbe fino a mezzogiorno?

…ci si allenasse a dire no, si direbbero meno stupidi?

…si rallentasse il cuore, si velocizzerebbe il pensiero?

…esistesse la macchina del tempo, si riuscirebbe a modificare il passato?

…nessuno si svegliasse domattina, il sole sorgerebbe comunque?

…smettessi di respirare, morirei così?

…guardassi fisso negli occhi qualcuno, potrebbe comunque chiuderli?

…non mi svegliassi più, i sogni, col tempo, diventerebbero la mia realtà?

Quella strana rabbia lì

Ecco.

E’ in questi momenti che mi accorgo con lucidità di essere totalmente insana.

Preda totale dei miei portentosi cambi d’umore.

Un’ora e mezza in palesta, a gettare sudore rabbiosamente. Chè già dovresti accorgertene che c’è qualcosa che non va: la cyclette è un essere totalmente inanimato, e tu ti ci accanisci come se fosse un SS nazista uscito pulito da Norimberga.

Sei caduta, poco prima, per strada. Questa pioggia sciatta invischia la strada di bava di lumaca, e tu sei una bambina: un gradino, un tombino, una crepa nell’asfalto, tu devi saltarci sù, assolutamente, devi saggiarne la consistenza coi piedini, misurarne il perimetro centimetro per centimetro.

E’ il tuo amore infantile per le imperfezioni. Per le rughe.

Col culo (perchè fondoschieda e deretano sono parole ridicole) dolorante ti trascini in palestra: fai le tue cose, la tua corsa autistica sul tapis roulant, guardi le tue braccia morbide ramificarsi di venuzze verdi, le tue guance accendersi di rosso per lo sforzo e pensi (sì, proprio questo pensi) che allora quando fai l’amore sei carina, tutta arrossata e lucida e tesa.

Torni a casa: affrontare le scale è una piccola odissea.

Un cellulare (il tuo) che vibra ti accoglie. Quattro parole smozzicate: sai di essere scortese, ti dispiace, ma non riesci ad aggiustare il tiro.

Tagli bruscamente.

Un occhio alla stanza, uno al pc. Decodifichi sillabe. Fatichi a star seduta e a rimetterti in piedi.

Sillabe cucite in croce. Pensieri che si incastrano, sgradevoli. Che si aggrovigliano nel filtro della percezione, come i cumuli di capelli in quello dello scarico del lavandino.

Sono incazzata, perchè a me nessuno chiede scusa, a me nessuno chiede posso, a me nessuno dice grazie. Per me nessuno ha un ricordo, una parola gentile. Una canzone.

Sono incazzata e tutto quello che riesco a fare è esplodere in un pianto rabbioso e poi rimproverarmi per essere stata così indulgente con me stessa.

E non solo.

La mia rabbia rimane dentro, e scopro che è ancora lì, tutta.

Ed è bastata una caduta con culo per terra e qualche malefico pixel a riportarla tutta a galla.

Farewall

Questo Bolognese Comunista e Bevitore riesce ancora a commuovermi.

Farewell.

Un’altra puntata del ciclo degli addii.

Sulla soglia di una storia ci si culla nel ricordo di un montone orientale.

Farewell, perchè “…il peccato fu creder speciale una storia normale”.

Perchè siamo tutti un po’ così: con la fretta nelle mani e l’eternità negli occhi.

Farewell: lasciamoci un saluto. Un the end con l’applauso.

Saranno i bistrattati titoli di coda di mille storie tristi, rattoppati, giustapposti, misturati, a far da colonna sonora agli anni dell’oblio.

Saranno le mancanze e i percorsi interrotti a foderarci la memoria, a scaldarci il cuore, a tenderci un sorriso.

Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d’estate
con qualcosa di fragile come le storie passate:
forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè
ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me…

E il dolore di non sentire più assieme passerà. Passerà anche quello.

Ma dedichiamoci un saluto.

Farewell.

Io Rick Wright l’ho conosciuto così

Avevo sei anni, massimo sette.

Ero in auto, una Renault color melanzana che a pensarci ora mi viene da ridere, con questo mio zio giovane, un po’ scapestrato. Che mi raccontava di viaggi in America, di donne bellissime, e aveva sù sempre qualche maglietta marchiata Yale o Columbia.

Bruno, mediterraneo, affascinante. Il modello sul quale, in seguito, ho costruito il mio ideale d’uomo.

Il suo più grande tesoro era un pezzo di carta rettangolare, lo teneva sotto vetro.

Pink Floyd c’era scritto sù.

In seguito ho scoperto che si trattava del biglietto di un concerto, al quale, per ragioni avverse, alla fine non era potuto andare.

Ero in auto con lui, dicevo. S’era preso l’impegno di farmi crescere bene. Ecco, mi stava facendo osservare una custodia quadrata, cartonata, con una immagine meravigliosa sù.

Una distesa di letti, su una spiaggia.

Che senti?

Mi chiedeva. Io non capivo, però mi sentivo felice.

Forse un po’ spaventata ecco. Con una moltitudine di domande di seconda fila affacciate ai bordi della coscienza: E se piove? E se ho freddo, poi? E se gli altri russano?

Alessà, tu devi imparare a volare

Mi diceva. Faceva partire una canzone, e a denti stretti guardava oltre il finestrino.

Ora mio zio ha quarant’anni e due figli.

Che io sappia, a loro non fa ascoltare questa musica qui. S’è convinto che è meglio non imparare a volare, se poi ti devono spezzare le ali.

Non se li carica in auto a caccia di emozioni. A cercare sogni nelle custodie dei vinili e nei letti sulla spiaggia.

Disincanto.

E ieri Rick Wright è morto.

Learning to fly, io ci sto provando, tu non smettere.

Gli ho mandato uno sms ieri a mio zio, ne ho sentito il bisogno.

Qua nessuno capisce un cazzo.

Mi ha risposto, secco, dopo poco.

Mi chiedo se le ali cicatrizzano, col tempo.

O se, a non usarle, si rattrappiscono e cadono giù.

Ciao Rick, statti bene!

Wallace sul tram

E’ anziano, sui 70, forse di più. Ha i capelli candidi, burrosi, soffici: come una nuvola sul capo. Gli occhi belli, contornati da rughe morbide, plastiche, dolci.

Parla.

E’ seduto svariate file di sedili dietro di me, ma lo sento. Ha una di quelle voci che non puoi non sentire: morbida, lenta, che disegna nelle pause tra le parole, si attarda sulle vocali, soppesa gli accenti, è ricca di sa’? ‘nevvero? non crede?

Parla agli sconosciuti. Parla perchè ha qualcosa da dire. Qualsiasi cosa. Lui ha la voglia di dirla.

Intesse trame di pubblico e privato. Fila arazzi di storie improbabili. Ricama a punto croce quotidianità e  eccezione. Follia e grigiore. E’ un collettore di mondi disparati.

Sa’ quello scrittore? Quello che s’è suicidato? L’ho letto oggi, sul giornale. Era uno felice lui, aveva una moglie bellissima, ‘n sacco de successo…

Noi eravamo dieci in famiglia, sei già sell’è portati via. Due da bambini.

Erano artri tempi…

Oltre il vetro lurido del finestrino, Roma si affaccenda nel suo pomeriggio.

Sa’ che io dipingo? Sì, ora sto a fa’ la Dama coll’Ermellino, di Leonardo.

C’ha presente? Quella ha una collana, di perle, nere.

Io però le sto a fa’ violette…

Microcosmo e macrocosmo. Uniti da un filo di perle.

Non mi piace arrampicarmi su argomenti troppo impervi. Dare giudizi all’ingiudicabile. Chiedermi perchè.

Non mi piace dire mi dispiace. Chè chi sono io per dispiacermi?

Il dolore è un pegno che ora come ora non posso concedermi.

A Wallace rapporto di queste quattro parole, sentite per caso, rubate ad un vecchio coi capelli di zucchero filato, sul tram.

Mi sembrano le più adatte.

Il 15 Settembre Roma si riappropria della sua estate.

E’ una città forte, sa difendersi.

Io imparerò.

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