Eccomi qui.
A rimuginare sull’ennesima partenza, o ritorno che dir si voglia.
A rimandare il momento drammatico del dover costringere in una valigia un pezzo di vita.
Attorno ai trolley, per me, tira aria di sacralità e di bilanci. Sto lì, che nella mano destra tengo un paio di stivali, e nella sinistra un paio di ricordi.
Riempire un bagaglio significa svecchiare, fare una cernita, aprire gli armadi e valutare cosa ti serve ancora, davvero, e cosa è lì solo per infittire la nebbia densa della memoria, per alimentare il ricordo.
Ma con le cose di dentro non si può fare come con i jeans a zampa e gli scarponcini con le zeppe (reliquie scomode degli inoltrati anni ‘90). A smuovere i ricordi si fa polvere, di quella polvere che dà il prurito, che si insinua negli occhi gonfiandoli di rosso e di lacrime.
E stasera non ne ho voglia.
Già sento quei mille perchè stupidi e insolubili affollarsi ai margini della coscienza.
Voglio leggerezza, serendipità, treni di marzapane che scivolano su binari d’arcobaleno.
Farmi da ora in poi, voglio.
Non avere memoria.
Non essere frenata da quel che è stato e da quello che potrebbe essere.
Così, senza impegno.
Prendere i carboncini della sorte e disegnarmi sul marciapiede della vita: pochi tratti, essenziali, colori tenui, sfumati, contrasti cromatici.
Temporanea, effimera.
Una me in balia dei piedi dei passanti, delle pipì dei cani.
Ammirata per un attimo, poi dimenticata.
Destinata all’oblio istantaneo.
Me d’asfalto.
Me di sorriso.
Me, appena me.
Me che teme la pioggia.
Me che attende di esser lavata via.















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