Archivio per Novembre 2008

30
Nov
08

E se oggi fosse domani?

La domenica è la patria indiscussa della paranoia.

Oggi son vittima di quella brama prepotente di finalizzarsi a qualcosa, di avere un obiettivo, una meta magari chimerica alla quale tendere, per la quale migliorarsi e impegnarsi. Ancora.

Ma le mie scadenze son sempre troppo brevi, i miei segmenti di progetti non valicano il limite della settimana. Tra quello che ho, o che potrei avere, non trovo nulla per cui valga la pena guardare più in là, per cui puntare il cannocchiale e darci di lungimiranza e dedizione.

Ci educano a vivere domani, a proiettarci nel domani, a costruire il domani, a formarci per domani.

Tutto ad un tratto m’è venuto il dubbio che di domani me ne sia lasciati sfuggire già troppi, io.

Domani vestiti da oggi, domani discreti, che non ti si presentano in parata scandendo: “Hey, sono il tuo futuro, agguantami!”

Ho vent’anni e per sognare mi aggrappo al lacero clichè di aprire un locale su un’isola caraibica, inondato da musica suadente e dal caldo buono del sud del mondo.

Ho vent’anni e mi sento braccata.

E non è per nulla bello.

29
Nov
08

Tempo e distanza

stratificano pareti di roccia difficili da scalfire.

E io sto qui, a scegliere, perplessa, tra l’armarmi di piccone e il richiudere la porta del ricordo, senza far rumore.

(La migliore amica dell’infanzia, confidente e complice di innumerevoli primi piccoli misfatti, portata via da fraintendimenti, intromissioni e parole non dette)

29
Nov
08

Dicono di me

Essì.

Il mondo (che megalomane, dai!), quella minuta-misera-microscopica porzione di mondo con la quale di tanto in tanto mi confronto, in questi giorni (complici i babbinatalespastici che fanno capolino dai balconi e le renneinamidate) ha deciso, in paranza, di esprimersi su di me.

Non è stato un fenomeno omogeneo et unitario, al massimo si sarà innescata qualche reazione a catena, ma, insomma, non ho rinvenuto legami di causalità particolarmente rilevanti.

Ammetto che del giudizio del prossimo non è che me ne freghi un granchè, ma, dinanzi ad una sollevazione popolare di cotanta portata (vox populi, vox dei) un benchè minimo interesse è stato suscitato.

L’idea era di fare una cosa carina, strutturata su categorie di appartenenza (tipo: “la mia famiglia dice di me”, “i miei colleghi dicono di me”, “i miei ex dicono di me”, “i miei fruttivendoli dicono di me”, etc.) però, alla fine, ho optato per una struttura più semplice: mi limiterò ad uno sterile elenco degli aggettivi, delle definizioni e delle perifrasi che mi sono state gentilmente attribuite in questi giorni.

Dicono di me: Continua a leggere ‘Dicono di me’

28
Nov
08

Ticchettare

pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto

Sì, lo so, era “meriggiare” e non “ticchettare”. Però, che ne so, stamattina la si potrebbe declamare cosi:

ticchettare pallido e assorto / presso il trafficato muro Torto

Ok, la smetto. E’ che essere svegliati dalla pioggia che ticchetta sul vetro, non avere la premura di doversi alzare e affrontare il caos della città, giocare a nascondino coi piedi sotto le coperte, imprime a questa giornata un grande senso di serenità.

Roma piange, e io con lei. Perchè Roma me la sento dentro, Roma è l’unico posto, fino ad ora, nel quale io mi sia sentita “a casa” nell’accezione rasserenante e intima del termine.

Piango un po’ anch’io, quasi a suggellare un patto tra me e la Capitale.

Non son lacrime tristi, piuttosto lacrime serene-un-po’-amare di chi ha aggiunto un’altra voce alla lista mentale dei MAI PIU’.

Mai più indulgere al passato e alla tentazione del ricordo. Gli archivi sono fatti per impolverarsi.

E’ tutto.

27
Nov
08

Caro Luissino

eccoci, dopo oltre un anno di assidua (?) frequentazione, ho l’ardire di scriverti.

Lo so, lo so: son tempi duri, c’è crisi, il mondo ti giudica e ti critica e certe volte ti svegli con i capelli stopposi, ma, ti prego, concedi qualche minuto del tuo prezioso tempo alla lettura di questa sciocca lettera.

La verità è che io ti invidio!

Sì! Invidio il tuo essere splendido alle otto del mattino, invidio il modo in cui la tua capigliatura fluente riflette la luce del sole, i tuoi pulloverini costosi e le tue borse Luisvittòn! Tu non hai occhiaie, tu non hai la pelle cartavetrata nei giorni del ciclo, sul tuo ovale vellutato non si incidono a fuoco i segni del day after e sei sempre puntualissimo. Ti destreggi con il tuo incedere fluttuante tra le aule di viale Romania, dispensi cenni di saluto e magistrali convenevoli e riesci ad imprimere all’atto del fumare una connotazione sensualissima.

Io, invece, son come sono.

Prima delle dieci non connetto, ho il colorito cinereo e le occhiaie iperboliche. Diciamocelo pure senza problemi: io la mattina sono brutta e cattiva, ostile e attaccabrighe, musona e vulnerabile: la mia lotta comincia alla fermata del 63, tra le vecchiette mannare e i bimbiminkia assatanati. Tu, invece, avvolto dalla luce iperuranica del tuo essere Luissino, sei bello, sei speldido, sei gioviale, sei deciso.

Ecco: sei deciso. Tu sei sempre risoluto: sai che fare, quando farlo e come farlo. Hai piani perfetti per tutto, la tua destrezza tattica ti permette di ottimizzare tempi di studio e relax, socialità, shopping, fitness e quant’altro. Conosci a menadito le date delle sessioni d’esame prima che vengano pubblicate, hai già redatto il tuo impeccabile piano di studi: hai schematizzato, sistematizzato, riassunto, compendiato.

Come fare a non invidiarti? Continua a leggere ‘Caro Luissino’

25
Nov
08

Folle – mente

distratta

Momentaneamente devota al rito di una vecchia abitudine: ripetere una parola all’infinito sulla superficie piana dello spazio bianco. Innescare il pensiero per mezzo della parola.

distratta

distratta

distratta

distratta distratta distratta

Le immagini dissolvono: sprazzi di colore. Ogni paio d’occhi racconta una storia, ogni storia ne intreccia altre mille, e io mi perdo tra le trame, vittima del demone immaginificio della caffeina, o di chissà cosa. Pensieri rapidi come scosse, elettrici come brividi.

Sono troppo poco consequenziale per essere vera.

Mi attacco alle imperfezioni: venero le macchie sul soffitto e le rughe attorno agli occhi. I pallini dei pullover di cachemire e le stempiature sulle fronti attente.

Le rughe, le pieghe, le rientranze, le deviazioni.

Scivolo sul piano impervio delle giornate, assecondando l’incedere delle imperfezioni.

C’era un gioco: una scatolina di plastica, cubica o giù di lì, con una delle superfici interne segnata da scanalature e gradini a disegnare percorsi possibili, e poi una piccola sfera metallica. Perfetta, tonda, riflettente, minuscola. L’obiettivo era farla scivolare nelle scanalature, inventando percorsi, disegnando traiettorie tra i gradini e le rientranze.

Ecco. Io sono quella sferetta. Mi faccio guidare dal tracciato delle imperfezioni. Seguo la traccia folle del nonsenso e ti capisco se mi dici che sono pazza.

Ma oggi divergo e continuo a divergere, fondo pezzi di dialoghi e gesti e comportamenti. Stringo la pelpebre fino a sentire gli occhi che bruciano e poi mi godo il frattale luccicante che si espande a partire da uno sciocco punto di luce.

La serranda abbassata destruttura il cielo pallido di novembre in pixel asciutti. Li collego come nel gioco dei puntini numerati: una stella iscritta in un pentagono iscritto in una stella iscritta in un pentagono.

Mi eclisso nel vortice geometrico della follia: una pausa ad ogni angolo, lo spazio minimo di un perchè, per un’incertezza, per l’ipotesi timida di un’impossibile deviazione.

Ho bisogno di immagini, di linfa grafica per i miei occhi assetati.

Se tutto questo avesse un audio, un sonoro, sarebbe il ticchettio metallico incessante del metronomo; al massimo il rincorrersi ossessivo di due note consecutive. Tutto questo divagare necessita della scansione senza appello della più spietata regolarità.

E’ dalla regolarità che scaturisce la follia, dall’identicità che si solleva il dubbio della divergenza, dal grigio inespressivo del cielo esanime di oggi che le nuvole prendono forma.

Vomito la mia incertezza e mi adagio nella cupa normalità.

Per ora.

25
Nov
08

Bianco tra le righe

vuoto interpretativo.

Oggi all’ermeneutica ci rinuncio.

Perchè, è vero: il fatto non sopravvive alla prospettiva, lo sguardo plasma, decora, modifica e il tempo ricama rughe e traccia solchi.

Ma le mani sono mani.

E io alle mani ci credo. Ci credo al loro ottuso attaccarsi alla mera corporeità.

23
Nov
08

Stratificazione

io sono come sono per stratificazione.

Sono lo strato sottile delle persone sfiorate, l’incarto che si aggiunge all’incarto. La carezza sulla pelle, la pelle sulla pelle, il vento sul viso, il sole negli occhi.

Sono nelle matrioske infinite di me, nei pacchi concentrici della convenzione, della struttura, della morale, dei clichè.

Persa tra gli strati di un accrescimento perenne: sfoglia a sfoglia.

Arricchita tornita esaltata, ma anche coperta nascosta occultata smorzata snaturata

Se gratti via la stagnola il cioccolato viene fuori. Il nucleo, il magma incandescente, la sostanza primordiale.

L’ultima matrioska, la più piccola, la più interna, la più segreta, sarà un pensiero sciocco, lo so.

Un sorriso, un ricordo, un sassolino colorato.

23
Nov
08

RomeCamp

Ci pensavo stanotte. Sì, stanotte. Perchè soffrendo io di insonnia, la notte spesso la dedico ai pensieri.

Uno dei mille scomposti e visionari di stanotte, suonava più o meno così: Che faccio, lo scrivo o non lo scrivo un post sul RomeCamp? Eh, perchè, diciamoci la verità, io son andata lì da perfetta sconosciuta e semi-profana, e già il fatto che qualcuno m’abbia detto “Ah, sì, tu sei quella che posta le foto con le sue occhiaie!” è stata per me indubbia ragione d’orgoglio.

Cronache, commenti tecnici, ratio filosofiche e quant’altro le lascerò ai tanti più competenti e informati di me. Io mi limito a trascrivere qualche sensazione del mio RomeCamp.

Bello. Anche emozionante, se mi passate il termine.

Sì, perchè è emozionante dare un volto, una fisicità, un sorriso, un modo di muovere le mani e un tono di voce a chi leggi, a chi segui.

Bella la location, bella l’idea di coinvolgere gli studenti in un progetto complementare.

Bei sorrisi, bella gente, bell’entusiasmo dilagante.

Bel RomeCamp, insomma.

Che, tra parentesi, è il mio primo BarCamp.

(E poi, diciamocelo, vedere Vibes al mattino, sconvoltissimo e appena sveglio, non ha veramente prezzo!)

17
Nov
08

Voglio essere un luogo comune

Chiaro, banale, vuoto d’interpretazione.

Voglio essere concetto semplice oltre le parole.

Immagine che ti si disegna nella mente alla facilità di un richiamo.

Stereotipo compatto.

Tipicità ridondante.

Idea grossolana.

Paradigma stucchevole.

Stare nell’immaginario di tutti, venire bistrattato, odiato, usato come mera esemplificazione.

Voglio essere chiacchiera da bar e materia da convenevole.

Voglio sentire il mio nome vuoto.

Contenitore per l’ovvietà, scatola per l’eco.

Sottratto alla pesantezza inutile del mio inevitabile essere me.




divago ergo sum

Sono Alessandra, bipede, femmina, respiro e poco altro. Sono Jaqueline, fumo Vogue alla menta e ho la "r franscese". Sono Miss, sono più vera del vero, o almeno ci provo. Sono IO, coerente all'incoerenza, e scusatemi se è poco.

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