ma me lo trattengo in gola
chè a qualsiasi risposta
non saprei replicare.
ma me lo trattengo in gola
chè a qualsiasi risposta
non saprei replicare.
Avete presente quelle cose che si dicono ai bambini? Del tipo che i piccoli occupanti abusivi si depositano in pancia quando una mamma ed un papà si vogliono tanto, ma tanto bene?
Ecco.
Oggi la piccola Piera mi ha chiesto se il fatto di voler bene, ma tanto bene al suo nuovo compagno di banco possa causarle inconvenienti simili.
Le suggerisco un preservativo emozionale?
Quanto sai fingere? Quanti sospiri, quante contrazioni muscolari? Quanti fremiti? Quante emozioni che non hai?
E quante sai nasconderne? Quanto sai mentire con te stessa? Quanto sai ripeterti di star bene?
Quanto amore hai? Quanto ne puoi provare? Quanto, invece, vuoi tenerne gelosamente per te?
Quante volte ti sei sentita delusa? Da quanti letti freddi sei scappata? In quanti sei rimasta, impietrita?
Quante cose ti trattieni in gola? Quante parole non urli?
Quanto sai essere cattiva, perfida, violenta, tragica?
Quante speranze credi di avere? Con quanti sogni ti carezzi? Di quante cose giuste ti sei pentita? Di quante, sbagliate, non sai pentirti?
Quanto ci credi ai tuoi mai più, ai tuoi si vedrà, ai tuoi domani?
Quanto sei vera? Quanto è tutta una messinscena?
Quant’è il dolore? Un litro, un etto, un metro, quanto?
Dico a te, lì, nello specchio!
Fai le facce, giochi alle millemila me, mi sorridi di sorrisi strani.
Dico a te, e non far finta di non sentire…
Quante sono le lacrime?
Quelle, almeno, potresti contarle.
Googlando questo annoso quesito, una fanciulla perplessa è giunta sul mio blog.
Cara, la risposta è che io non lo so.
Ma, se ti consola, noi etero non si è messi particolarmente meglio, eh.
In uno spasmo quasi contro-futurista (sì, proprio oggi) razionalizzo l’amore rassicurante che ho nei confronti della ri-lettura, del ri-ascolto, della ri-visione.
Un’ode in prosa ai rewind, alle ridondanze e ai ritorni.
Alle parole ri-assaporate, all’amore ri-fatto, alle mani ri-strette.
Al fascino sfatto e mesto del già visto.
Una dichiarazione d’amore tiepido per le minestre ri-scaldate.
(Sì, Miss sono io.)
Incoraggiata dalla prospettiva tutt’altro che rosea di 3 ore di treno (un mefitico regionale Roma – Caserta), ieri ho comprato il famoso n° 1 della versione italiana di Wired.
Premetto di essere una capra, a proposito, e di essermi sentita anche abbastanza stupida nel chiedere all’edicolante questa rivista dalla quale non sapevo assolutamente cosa aspettarmi.
C’è che ho bisogno, periodicamente, di interessarmi e di entusiasmarmi per qualcosa. Capitemi.
Wired, all’olfatto e alla vista, mi ha ricordato il mio sussidiario delle medie: le pagine lucide (forse, appena un po’ più sottili) e l’odore moderato e chimico d’inchiostro e di colla.
Chè se le cose andassero come canta questa qua, io non mi metterei a dormire ogni notte con un gomitolo di tristezze e rancori ingolfato in gola.
Però, caruccia è caruccia, eh.
Vent’anni passati a sentirsi fuori dal coro. Sempre troppo oltre, o troppo puri, o troppo ingenui, o troppo consapevoli, o troppo coglioni.
Vent’anni a braccetto con le proprie intime solitudini. A oleare e a limare (controvoglia) i propri ingranaggi per funzionare con gli altri.
Vent’anni a sentirsi minoranza. Che dico! unità.
Fuori dal coro non c’è un contro-coro. Fuori dal coro, solo molecole impazzite che cozzano in moti frenetici e disordinati. Possono affiancarsi per un pezzo, avere l’illusione di un passo a due, ma il tempo le scaglierà ciascuna nella propria spirale di solitudine. Irrimediabilmente.
E allora, certi giorni, io quasi lo capisco, il coro. Con la sua armonia di voci educate e corrette. Misurate, ponderate, pesate, concordate.
Io le capisco le ragioni del coro e di chi ci sta dentro.
Lo capisco l’occhio triste di desiderio di chi si scopre a bramare l’ovvietà.
Ok.
Tanto per non smentirmi, anche stanotte mi sono ritagliata il mio bel momento onirico – delirante.
Sto collezionando sogni assurdi, negli ultimi giorni. I protagonisti siamo sempre: io e la mia rabbia, io e i miei pensieri scomodi, io e i miei fantasmi, io e i litigi violenti (che spesso culminano in delitti truculenti) con i miei/con lui/con i vecchietti in fila all’ufficio postale/con gli assistenti universitari ottusi/ecc. ecc. ecc.
Stanotte, o meglio, stamattina, considerando che non prendo sonno prima delle 4, c’ho dato una svolta!
C’era quest’ambientazione un po’ fumosa e sfatta, da retrobottega di club londinese, e io avevo il trucco pesante mezzo sciolto e i capelli lisci e neri.
Lui precipita nel campo visivo spalancando la tipica porta sul retro, cigolante. Un fascio di luce, di cui lui è la fonte indiscussa, invade l’ambiente, colorando le spire di polvere sottile nell’aria.
Lui mi guarda, si avvicina con passo deciso-ma-felpato e mi fa:
We can be Heroes, just for one day
…
Se lo dici tu, David…
Supponiamo è già tardi
devo andare, ma non vuoi
supponiamo che cerchino
il mio viso, gli occhi tuoi.
Arrossiresti nel viso
se mi rubassi un sorriso,
supponendo che, in fondo,
ciò che conta,
siamo noi?
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