Vent’anni passati a sentirsi fuori dal coro. Sempre troppo oltre, o troppo puri, o troppo ingenui, o troppo consapevoli, o troppo coglioni.
Vent’anni a braccetto con le proprie intime solitudini. A oleare e a limare (controvoglia) i propri ingranaggi per funzionare con gli altri.
Vent’anni a sentirsi minoranza. Che dico! unità.
Fuori dal coro non c’è un contro-coro. Fuori dal coro, solo molecole impazzite che cozzano in moti frenetici e disordinati. Possono affiancarsi per un pezzo, avere l’illusione di un passo a due, ma il tempo le scaglierà ciascuna nella propria spirale di solitudine. Irrimediabilmente.
E allora, certi giorni, io quasi lo capisco, il coro. Con la sua armonia di voci educate e corrette. Misurate, ponderate, pesate, concordate.
Io le capisco le ragioni del coro e di chi ci sta dentro.
Lo capisco l’occhio triste di desiderio di chi si scopre a bramare l’ovvietà.














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