Archivio per Aprile 2009

30
Apr
09

Ti voglio facile

Ho sempre pensato che lui sentisse i miei vuoti, che cogliesse da lontano quei momenti di interregno emozionale che, così spesso, ghiacciavano le mie relazioni. E che colasse, piano, per riempirli.

Lui non chiedeva, non faceva promesse nè voleva pegni, in cambio. La sua era una proposta spicciola e silenziosa, quella di carezzarsi per un po’, magari, di fingeresi ubriachi per poi reclinare i sedili. Mi sarebbe apparso squallido, se non fosse stato per questa faccenda della tempestività. E, non che passasse la sua vita ad osservare le mie mosse! Attratto, com’era, dal pacchiano, credo che mi abbia sempre considerata esteticamente insulsa. Le ho viste le sue donne, tutte di bellezze grossolane e appariscenti, come le femmine polpose dei video delle canzoni reggaeton. Non so cosa cercasse in me: tolti i sentimenti, ai quali rinunciavamo senza rimpianti, e una fisicità prorompete, che di certo non mi apparteneva, non so cosa potesse interessargli di me.

I nostri dialoghi erano motteggi fitti di ghigni e frecciatine: ironizzavamo l’uno sulle abitudini dell’altro, ci insultavamo e ci scaldavamo. Le nostre serate le trascorrevamo in auto, lui alla guida e io accanto. Non ricordo di aver mai passaggiato con lui, o di averci visto un film. Ci fermavamo per fumare e per bere, ma erano pause brevi, di necessità, come se quest’andare senza meta ci incalzasse irrimediabilmente.

L’auto era il perimetro delle nostre faccende. Fuori, probabilmente, saremmo stati dei perfetti sconosciuti. La nostra ritualità era metodica: ogni volta sembrava la prima volta, con le sue strategie di avvicinameti e le sue mani incerte. Eravamo noi, gli stessi, imprigionati in un clichè adolescenziale. Dopo c’erano sempre le coccole, anche quando, spesso, non le avrei volute. Era il suo modo di fare le cose per bene, evidentemente.

I -ci sentiamo- di commiato erano una promessa mai disattesa: potevano covare attese lunghe mesi, ma alla fine venivano esauditi. Non ho mai capito come facesse a indovinare i momenti in cui avevo il cuore sgombro. Io, d’altronde, non lo avrei mai cercato di mia iniziativa. Eppure, col suo discreto e insinuante manifestarsi, mi si configurava come necessità. Una di quelle necessità banali e essenziali, come il bere e il respirare.

Non mi soddisfacevano quegli incontri, non erano la botta di vita che si cerca per ripartire, per rimettersi in sesto. Li accoglievo con stanca rassegnazione, come un temporale un lunedì di Marzo. Non c’erano palpitazioni, non c’erano preoccupazioni, non c’era quell’effervescente condizione di stato nascente. Ma neppure c’erano la noia e il fastidio della routine, la gabbia opprimente del clichè, l’assillo categorico della progettualità.

Ci volevamo e ci prendevamo, così. Mi voleva e mi lasciavo prendere. Lo volevo e lui veniva a prendermi.

Non ci volevamo, magari.

 Ma era così dannatamente facile aversi…

28
Apr
09

Con le mani

carezzo

le concavità lievi

delle tue assenze.

[La pioggia, il buio, la malinconia.
La pelle, e la sua memoria di ferro.]
26
Apr
09

Pranzo della Domenica

C’è un tempo approssimativo. Approssimativo come solo la Domenica sa essere. La Domenica è una zingara che rovista tra gli scarti della settimana: non ha la potenza espressiva di un the end col botto, né l’entusiasmo sottile per proiettarsi in un inizio, il ciclico inizio del lunedì.

La Domenica resta sospesa, limbo settimanale, ignavia temporale.

Dalla stanza a fianco mi arrivano i rumori convulsi di un pranzo in potenza: posate, stoviglie, cigolii di sportelli e incastri di sedie.

Non ho un buon rapporto con la convivialità, trovo imbarazzante lo stare seduti attorno ad un tavolo, a mangiare. I miei pasti sono sempre transitori: sbocconcello davanti alla TV, sorseggio mentre controllo la posta, addento conversando al telefono. L’idea di dare un luogo ed un tempo al cibo mi mette ansia. La sacra immanenza del convivio non l’ho mai sopportata.

Forse è per questo che amo gli aperitivi, quello spizzicare distratto facendo due chiacchiere, quel prescindere dalla tavola imbandita e dalla lancetta che si impunta ostinatamente sul mezzogiorno.

Di là fervono i preparativi. Genitori accorti di coinquilini vari ed eventuali si inventano il rito della domenica, in una casa che, di riti convenzionali, cerca di non averne. O, semplicemente, non sa averne.

I miei pranzi della domenica li ricordo nebbiosi. Da bambina si traducevano nell’eterno litigio per chi avesse diritto a tenere i gomiti sul tavolo, tra noi tre cugini, stretti sul lato breve di un rettangolo. Col passare del tempo è arrivato il galateo: i gomiti andavano tenuti giù e quella correttezza vomitevole di grazie e prego e porgimi il sale, già ci snaturava, togliendoci l’entusiasmo rabbioso dei litigi. Altri cugini si sono aggiunti, negli anni, mentre le domande di una nonna brillante-ma-invecchiata divenivano ossessive, cicliche, estenuanti, dimentiche di se stesse appena proferite e rimpinzavano i silenzi perplessi di chi non ha poi molto da dirsi. Poesiole in piedi sulle sedie di paglia, gnocchi fatti in casa, assenze sempre meno ingombranti, la guerra e i suoi racconti, e i tedeschi, e gli americani, e. Nella prima adolescenza intervenivo con decisione nei dibattiti della domenica, sbandieravo i miei eccentrici punti di vista, giocavo a scagliare sassi nello stagno dell’indolenza bigotta dei convitati. Poi il gioco, come ogni gioco, ha iniziato a stancarmi e allora la tavola della domenica è diventata una pozza piatta e vischiosa, ho imparato il silenzio autistico di chi sente il mondo come un rumore di fondo, un brusio leggero destinato ad estinguersi.

Non ci sto ad affidare al cibo il ricordo stinto dei nostri reciproci sentimenti, non ci sto a confondere il silenzio con lo sferragliare delle mandibole. Il sangue è bugiardo, l’amore si costruisce e noi già da un pezzo lo abbiamo sostituito col suo surrogato polposo: il sugo.

Mi capita sempre meno spesso di essere lì con loro, a fingere di volersi bene. Il cibo della Domenica non mi dà tepore, lo ingoio a cucchiaiate svogliate, concentrandomi sui sapori che fanno a pugni tra di loro e sulla natura esanime del polpettone: queste Domeniche  senza amore guastano il cibo.

E non chiedetemi di fare il caffè. Il caffè, come i sentimenti, è un rito. E’ l’amore che spinge l’acqua su per il filtro, impregnandola di nero e d’aroma, è il volersi bene che spinge a stare insieme e a raccontarsi. Non il contrario. Noi siamo passati dal rito all’abitudine senza accorgercene. Tentiamo di usucapire l’amore per vicinanza geografica, per numero di contatti.

E questo sterile rapportarsi, al massimo, merita il gusto slavato di un caffè solubile.

22
Apr
09

Ho comprato un vestito da marinaretta

di ritorno dall’università. Ero su un 38 bastardo che ha deciso di guastarsi ad un bel numero di fermate da casa.

La Primavera e il vento che ti carezza sotto la gonna, il richiamo di una vetrina svolazzante di stracci colorati, hanno fatto il resto.

Il vestito da marinaretta mi guardava da un espositore in disparte, accartocciato nel caos beato dei magazzini-senza-commesse.

Avevo due anni, gli incisivi appena un po’ grossi e un vestito da marinaretta, di quelli col colletto quadrato e il fiocco al cento. Blu, di raso. Era il mio compeanno ed io ero impegnata in una posa semi-seria davanti ad un vaso di ranuncoli. Mio padre dietro la macchina fotografica, mia madre lì accanto, con un vestito da marinaretta di foggia identica al mio, fatta accezione per il petto rigonfio e la gonna a tubo ben stretta in vita, che con la sua sinuosa linearità stabiliva la gerarchia rispetto alla mia, plissettata e morbida. Era il ‘90, e queste cose dovevavo avere un loro perchè.

Ho pagato in fretta, sorridendo come una che si nasconde un tesoro in una mano, e non può fare a meno di sbirciarlo, di tanto in tanto.

Tra un mese esatto ne avrò 21, di anni. Quella bambina col vestito da marinaretta me la porto sempre per mano. Ora che dietro la macchina fotografica non c’è più nessuno, ora che nessuno più si veste come lei, il giorno del suo compleanno.

-Sta’ tranquilla- le dico -quest’anno ci sono io, quest’anno ci penso io-

22
Apr
09

Giorni pneumatici

intrisi del nulla triste delle emozioni passate.

Solo parole, sillabe ossessive, che riempiono le notti e il diradarsi dei pensieri. E sonni come l’oblio, coi sogni violenti e assassini d’entusiasmo, sonni che stancano, sonni elettrici e sconclusionati.

Mi abbandono a questi giorni pneumatici, ché tutto mi sembra inutile e insensato. Vorrei appellarmi a questa Primavera in fuga, tirarle il manto verde e imporle di restare, costante, fiorita, vivace.

E invece torna questa pioggia che macchia senza lavare, e un po’ ci assomiglia, a noi. Ogni giorno rinfresca quella patina vischiosa e sciocca che ci ha tenuti fasciati, come due avanzi insoliti e avvizziti, nel nostro cellophane emozionale.

Sono stanca del sapore chimico di ogni emozione, sono stanca del ricatto subdolo dietro ogni compromesso, sono stanca di non capire, sono stanca di non conoscere le regole. Sono stanca del fatto che ci siano delle regole.

Voglio disimparare, disobbedire, disapliccare.

Voglio sporcarmi di vivere, cadere e ricominciare.

Voglio avere un cuore solo per provare, come quelle Panda scassate, sulle quali si impara a guidare. Come le puttane sfatte che ti insegnano a fare l’amore.

Voglio un cuore da maltrattare, da rompere e rincollare.

Un cuore infinitamente elastico, che mi tolga la paura di provare.

20
Apr
09

Sonno stupido

e pesante, senza muscoli nè sentimenti. Sonno che non riposa. Sonno a litigare con i sogni, sonno di tachicardie e cappi stretti alla bocca dello stomaco. Sonno che vorresti svegliati, ma gli occhi restano serrati, sonno abbandonato e sfatto.

Sonno col corpo sasso e ostinato, e l’anima, irriducibile, farfalla.

19
Apr
09

Punti di non ritorno

BASTA 

17
Apr
09

Mi manca la voglia di. (videopost sconclusionato)

http://www.vimeo.com/4199937 ]

Ok, un altro videopost inutile in cui vi pucciate le guanciotte di Miss, che poi sarei io.

La differenza è che, stavolta, potete vederlo solo su Vimeo, cioè qui, ché con YouTube ho avuto qualche problemino del genere “gente che si impiccia”. Lo so, potrete obiettare che, se uno non desidera impicci, può serenamente evitare di caricare stupidi videopost su YouTube, e forse c’avete raggione, ci penserò.

E’ una cosa proprio inutile, eh, quindi siete ancora in tempo per ripensarci.

Ossequi,

Miss

14
Apr
09

Io vedo

dove e come curvano

i tuoi punti esclamativi.

 

! ?

14
Apr
09

C.

Mi chiedo sempre come fa a rimanerci intatta la voglia che abbiamo di raccontarci e la capacità spontanea di capirci, nonostante i silenzi non previsti e i lunghi mesi di lontananza, la mia pigrizia emozionale e la tua singhiozzante vitalità.

Sarà che ci siamo odiate, prima, e poi abbiamo iniziato a parlare. Sarà che abbiamo fatto una forza delle nostre reciproche debolezze.

Sarà che siamo amiche, di quelle migliori.

Quelle del cuore.




divago ergo sum

Sono Alessandra, bipede, femmina, respiro e poco altro. Sono Jaqueline, fumo Vogue alla menta e ho la "r franscese". Sono Miss, sono più vera del vero, o almeno ci provo. Sono IO, coerente all'incoerenza, e scusatemi se è poco.

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