Il mio rapporto col pianoforte è lo stesso che si potrebbe avere con un grande amore adolescenziale, ad una manciata d’anni dalla fine della storia.
L’attrazione è ancora tutta intatta, così come la voglia di toccarsi e di provocare il suono di quelle corde sempre uguali (sempre le stesse) eppure sempre affascinanti.
E le dita sanno ancora dove andare, e certi brividi sono sempre gli stessi e non devi pensare a come fare. Certi lievi automatismi si riattivano con la potenza del contatto. Con uno sguardo, una carezza che si attarda, un sorriso condiviso.
L’ho spiato per settimane, composto nel suo nero lucido.
E stamattina, quando sono inciampata sugli arpeggi più banali e ho mancato gli accordi più consueti, quando ho dovuto cedere allo spartito per affrontare un passaggio che tante volte avevo carezzato ad occhi chiusi, mi sono sentita proprio come alle prese con un concluso amore. Con un corpo del quale non indovinavo più le geometrie, mancando di centrare, disinvolta, tutti i punti sensibili.
E potrei quasi sentirmi sollevata, ché se anche le dita dimenticano, magari imparerò pure io.







Grazie!
E di cosa?