Archive | ottobre 2009

Relazioni a contratto

Al prossimo giro voglio una data di scadenza.

E la voglio subito, dall’inizio.

[Contrariata per contratto]

Righe

Non sono una persona ordinata.

Faccio confusione, arronzo, tengo calzini e mutande nello stesso cassetto.

Spesso perdo le cose nella dimensione imperscrutabile del sotto-al-letto.

Sotto-al-letto accumulo mondi, dimentico storie, colleziono polvere e fantasmi.

Non sono una persona ordinata. Non so esserlo.

Spesso mi impongo delle meticolosità artificiali: allineare le scarpe, disporre i libri per gradazione di colore del dorso, fare bucati bianchi e bucati colorati.

Ma dura un attimo, il tempo di rassegnarsi a questa personalissima entropia. Di rimanere incantati davanti al centrifugato di stracci iridati che si scorge dall’oblò della lavatrice.

Non sono ordinata. Ciò che ordino finisco per considerarlo archiviato.

Anche per i sentimenti è così: chiudo in teche di cristallo quelli che raggiungono conformazioni stabili. Li guardo come si guardano i quadri già dipinti e i fogli già scritti. Con compiaciuto distacco.

Non sono ordinata e non vado orgogliosa del mio non esserlo.

Il disordine, per risultare gradevole, richiede una calma che non ho, una serenità d’animo che mi è estranea.

Non sono ordinata, ma amo le righe del mio letto.

Sono righe orizzontali, righe di tela ispida, gialle e arancioni.

Le amo perfette. Ordinate, loro. A me ortogonali, reciprocamente parallele.

Ogni riga è una traccia e ogni traccia è un percorso.

Ogni percorso tira la coda ad un perchè, un’esitazione, un sogno, un ricordo.

E le voglio pronte ogni notte. Tese, distinte, compatte. Onde statiche e sicure.

Al mattino le liscio sotto le mani, le blandisco col palmo, come fossero rughe della notte.

Grinze lievi sui corpi che esse stesse cullano al largo, ma che (sempre, ogni volta) faticano a lasciar scomparire.

Ovvietà mancanti

È così poco onesto giocare sul filo tagliente del mi manchi, non mi mancare.

non sono mai stata simpatica

e questa decisamente non è la sera giusta per iniziare.

[Prendere o lasciare,
si avverte che  nella confezione non è incluso il libretto d'istruzioni.]

Ho ancora

troppi dei tuoi sorrisi a perdere

incastrati tra i miei perchè.

Certe porte

stanno lì per lasciarsi bussare.

Si tengono su perchè noi tendiamo l’orecchio,

perchè attendiamo attese  spesso disattese,

perchè carezziamo maniglie,

perchè inventiamo passi

lontani

cauti,

e poi li sentiamo rallentare

e poi lasciamo che ci illudano.

E sorridiamo alla malinconia,

mentre, decisi, guadagnano un altro uscio.

Per esempio

ti chiederei se le otto di mattina esistono davvero, anche se uno si impegna a non pensarci. Anche se facciamo tutti finta di no.

Ora, te lo chiederei.

E poi mi metterei comoda con gli occhi chiusi ad ascoltare, il braccio penzoloni sopra il tuo, così è sicuro che non scappi. E respirando piano ti lascerei raccontare.

Il fatto è che tu c’avevi le risposte, e io sempre tanto da domandare.

Tu chiedi chi erano i Puddle of Mudd

I Puddle of Mudd sono un gruppo alternative metal statunitense, formatosi nel 1993 a Kansas City per iniziativa di Wes Scantlin.

dice Wikipedia.

Per me i Puddle of Mudd erano quelli che cantavano She hates me, che, per i più spregiudicati, c’aveva pure la parolaccia censurata nel ritornello (She fu***n’ hates me/la la la la) con tanto di tripla stelletta che fa sempre tanto figo.

Questa canzone uscì come singolo nel 2002, e, a quanto ricordo, ebbe un discreto successo, infatti MTV (fonte indiscussa delle acquisizioni musicali condivisibili col gruppo dei pari) la proponeva spesso.

Del 2002 ho ricordi confusi.

Sono cresciuta in un piccolo paese, io. Duemila abitanti, poco più. Forse è per questo che mi porto questa voglia malata di novità stampata  a fuoco nell’anima.

Sono cresciuta in un paese di duemila abitanti, e con tutto che i quattordici anni sono l’età della scoperta (sì, a contare sulle mani ne avevo quattordici, di anni, nel 2002) c’era veramente poco da scoprire in un paese di duemila abitanti.

Era estate, è sempre estate quando succedono le cose, e dopo qualche settimana avrei iniziato il liceo. E lì che le cose sarebbero cambiate (oh yeah!).

In un paese di duemila abitanti se ne arriva uno nuovo la novità è notevole. Immaginatevi se ne arrivano undici, di novità.

Una squadra di calcio, esatto. Undici giovani manzetti arrivati da tutt’Italia per foraggiare una nascente società sportiva, rapidamente tracollata di lì a poco.

La mia novità aveva i capelli e gli occhi neri, le vocali molto aperte e una lievissima e  piacevolissima zeppoletta in bocca, che addolciva quell’aspro buono sul fondo delle parole, testimonianza innegabile dell’isola che gli aveva offerto i natali, al mio manzetto bruno.

Aveva diciassette anni, diciotto al massimo. A me sembravano più o meno un’eternità.

Fu una scoperta breve, il calciatorino siciliano, stretta tra un ritorno dalle vacanze in Sardegna con mammina e papino, e l’arrivo di Settembre.

E a questo punto tu potresti chiedere e che c’entrano i Puddle of Mudd?

Eh.

Ce l’ho ancora da qualche parte. In qualche diario, sicuramente.

Un foglietto spiegazzato, a quadretti, con  i buchi da un lato. Un foglio da raccoglitore, insomma.

Scritto fronte-retro, penna blu, stampatello incetro. Testo e traduzione.

Testo e traduzione di She hates me, (Mi odia fottutamente: così era stato tradotto).

Al sicilianino non era piaciuto come l’avevo trattato. Non gli era piaciuto come avevo accolto l’arrivo di settembre, come gli avevo detto che sai, il liceo, nuova gente, nuove cose, mi piaci ma.

Mi stava dando della stronza. E la cose risultava fottutamente piacevole.

Gli mollai in bacio sulla guancia, che tentò di respingere con una certa classe, e me ne andai, entusiasta, stronza e sculettante.

Dopo qualche settimana, come era giusto che fosse, ci ripensai, ci versai qualche lacrima e saltai un paio di pasti. Ma anche per lui Settembre aveva voluto dire cambiamento: lo vidi un paio di volte in giro con una ragazza poco più grande di me, ma con un grado di competenza tecnica che probabilmente io non ho raggiunto ancora e difficilmente raggiungerò. Poi tornò nell’isola natale.

E poi niente più.

Io misi quel foglietto scritto fronte-retro nella teca dei cimeli e andai a collezionate altri stronza, e a dirne, e a starci male questa-volta-non-per-finta, e a fingere di sculettare felice, o a sculettare felice davvero. Sempre meno stronza, sempre più sincera.

Sempre meno sincera, sempre più stronza.

E quindi non ti stupire se tu chiedi chi erano i Puddle of Mudd e io ti rispondo che erano un gruppo folck siciliano, che si esibiva in tenuta da calcio e raccontava la storia di una finta-stronza e di un finto-innamorato che si erano salutati un po’ male in un giorno di inizio settembre.

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