Archive | gennaio 2010

Le conseguenze dell’amore

L’amore, nel prender commiato, ha una pessima abitudine: quella di assegnare le condanne, di monetizzare le colpe, di quantificare i sentimenti.

Ci mettiamo lì col bilancino del cuore a pensare a quello che abbiamo dato e a quello che abbiamo ricevuto.

Vorremmo inventarci una legge dei giusti compensi, del minimo sindacale, della buonuscita per fine rapporto.

Vorremmo risposte e spiegazioni razionali, vorremmo riprenderci le attenzioni in eccesso, farci restituire le carezze, i caffè del mattino, i silenzi preoccupati e le attese strazianti.

Ognuno sarà convinto di aver investito di più, di essersi messo maggiormente in gioco, di aver mediato con se stesso e di aver amato fino a star male, fino a smettere di respirare.

Ma i brividi fanno parte di quella categoria di beni che trovano in se stessi il proprio compenso, e i baci dati, l’amore fatto, le lenzuola carezzate e la biancheria recuperata sotto i divani, non solo non può esser restituita, ma ha anche una pienezza tutta sua, un suo senso maledetto e profondo. Una bellezza intrinseca e contemplativa che punta dritto dritto al ricordo. Quello che si materializza come brivido lungo la schiena.

Come sorriso senza un perchè.

Se proprio volete saperlo, penso che non dobbiate rammaricarvi mai per tutto il cuore che c’avete messo.

E’ sempre lì, è sempre il vostro.

Solo un po’ più gonfio, più logoro.

Più meravigliosamente vissuto.

Amo far nevicare su Parigi

Amo guardare quelle briciole bianche frenate dalla persistenza compatta dell’acqua. Un’acqua che non evapora,  un’acqua che si rimescola.

Sempre la stessa, sempre uguale.

Io a Parigi non ci sono mai stata. Sono tanti (troppi) i posti in cui non sono mai stata, e a quest’ora mi piglia una frenesia sconclusionata. Una febbre del fare, malattia del tempo che passa.

Ma il letto è letto, con la sua incombenza orizzontale, e la coscienza è sporca, ma ad una certa ora non ti viene manco l’idea di fare il bucato.

E allora faccio nevicare su Parigi ancora un po’ e mi tengo stretti un paio di ricordi prima di domani. Perchè domani arriva sempre.

E non solo al peggio, ma anche al meglio ci si deve preparare.

Perchè anche il meglio è altro, diverso, differente.

Perchè altrimenti capita che c’hai Parigi imbiancata e vera davanti agli occhi, e tu continui a rigirarti tra le mani la stupida sfera col miracolo di polistirolo di un inutile nevicare.

Dolce notte.

La sottile differenza

La gente è confusa e superficiale.
Ha poche risposte e si fa ancora meno domande.
Manca di chiarezza nei confronti di se stessa, pecca di leggerezza perché non sa, o forse non vuole, guardare. Guardarsi.
La gente, ad esempio, confonde l’allegria con la felicità.
E quando sei in silenzio ti chiede perché sei triste, senza capire che l’antidoto gira sempre a braccetto con il veleno, e che non c’è cura che tenga, se non si conosce la malattia.
A me la differenza tra allergia e felicità certe volte appare nitida, quasi oscena nella sua disarmante chiarezza.
Posso essere allegra in mille serate alcoliche, sorridere per qualche battuta scema, riposarmi dentro un abbraccio che ho scelto di volere a tempo determinato
Posso essere allegra, contagiare con la mia allegria, spingere il piede sull’acceleratore e ridere fino ad irrigidire i muscoli facciali.
Felice, felice, invece, beh.
Felice, si sa.
E non è affatto allegro, certe volte, essere così felici.

Pezzi

Pezzi di sonno, pezzi di notizie, pezzi di parole che feriscono come lame.

Pezzi di solitudine, pezzi di incapacità di amare, pezzi del dolore del non sentirsi amati.

Sono a pezzi, di me rimangono solo pezzi.

Piccoli, impossibili da ricomporre, dispersi.

E non è un mese e non è un giorno. Sono anni che non sono altro che i pezzi di me, e ogni cattiva notizia non fa che stritolarmi e colpirmi ancora.

Frantumarmi, distruggermi, polverizzarmi.

Ora, lo so, non è giusto, ho ad odio tutti quelli che non si sono presi la briga di provare a ricompormi.

Troppo impegnati a parlare di sè, a ragionare su sè, a capire cosa gli si muoveva dentro per vedere la graniglia di me che si disperdeva,

Irreversibilmente.

Vorrei poter esigere, ora, tutto quello che ho sempre pensato fosse una mancanza di rispetto chiedere agli altri.

Tutto

Perchè la gente è ottusa: si abitua a n0n dare e a non ricevere, e a considera una conseguenza naturale quel morire ogni giorno un po’ dentro.

Sono a pezzi e non ho bisogno di un nuovo anno, ho bisogno di una nova me.

Di due occhi nuovi, di un cuore meno bistrattato.

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