Archive | ottobre 2010

Muffins di zucca (con ragnatela di caramello)

Questa ricetta nasce dall’intreccio di più (s)fortunati eventi, essenzialmente:

- la graziosa idea delle Geek Girls di Roma: Geek O’Lantern Contest

- la passione malsana che sto sviluppando negli ultimi mesi per la preparazione di muffins e dolci monoporzione

- la provvidenziale comparsa di una zucca rigorosamente made in Terronia

Questa ricetta è “originale”, nel senso che è frutto della rielaborazione di ricette e consigli letti e sentiti in giro e dell’immancabile trial & error strategy.

Trattasi di muffins dolci alla zucca, arricchiti con un dressing di ricotta e una “parrucca” di caramello (la ragnatela).

Ma bando alle ciance, procediamo con gli ingredienti.

Per una ventina di muffins occorrono:

IMPASTO PER I MUFFINS

-300 gr di zucca arancione

-200 gr di farina

-70 gr di zucchero di canna

-30 gr di zucchero semolato

-70 gr di burro

-2 uova

-150 ml di latte parzialmente scremato

-1 bustina di lievito istantaneo per dolci

DRESSING ALLA RICOTTA

-250 gr di ricotta

-4 cucchiai di zucchero

-20 gr di scorzette d’arancia candite

RAGNATELA DI CARAMELLO

-200 gr di zucchero di canna

-100 ml d’acqua

Passiamo ora al procedimento:

la prima cosa da fare è accendere il forno e preriscaldarlo a 200°, poi si pulisce la zucca privandola dei semi e della buccia e riducendola in fettine spesse più o meno mezzo centimetro, le si dispone in una teglia cosparse di zucchero semolato e una spruzzatina di succo di limone (o di arancia se preferite un aroma più gentile, io avevo un mapo sottomano e ho usato quello) e le si lascia a caramellare in forno per un quarto d’ora.

Nel frattempo potete procedere con l’impasto dei muffins.

Procuratevi due terrine: in una unite la farina, lo zucchero di canna, quello semolato e la bustina di lievito, nell’altra i rossi d’uovo, il latte e il burro fuso a bagnomaria. Poi montate gli albumi a neve e teneteli da parte.

Omogeneizzate i composti delle due terrine, nel frattempo la zucca che è in forno a caramellare dovrebbe essere pronta (deve risultare morbida sotto la forchetta), quindi passatela al mixer oppure (se come me avete avuto problemi col mixer -_-) schiacciatela con la forchetta.

A questo punto potete comporre l’impasto, amalgamando: i contenuti delle due terrine, la zucca frullata e infine gli albumi montati a neve.

Portate il forno a 180°, riempite i vostri pirottini per 3/4 e disponeteli in uno stampo per muffins (io in realtà preferisco usare gli stampini monouso di alluminio, quelli da budino, li trovo perfetti per questa funzione e avendo cura di pulirli sono utilizzabili per più e più volte).

I dolcetti devono stare in forno per 20 minuti.

Nel frattempo ci occupiamo del dressing (facilissimo): basterà mescolare zucchero e ricotta e lavorarli un po’ con la frusta in modo che la crema diventi vellutata e infine aggiungere le scorzette d’arancia candita.

Il caramello è da fare all’ultimo minuto, quando i muffins saranno già guarniti con il dressing. Il procedimento è facilissimo: in una pentola si mette a riscaldare lo zucchero di canna fin quando non inizia a sciogliersi, in un’altra si porta ad ebollizione l’acqua. Quando accade, si addiziona l’acqua allo zucchero e si mischia fin quando il caramello non risulterà uniforme. Poi si spegne il fuoco e si lascia riposare per qualche minuto in modo che raggiunga la temperatura ottimale per venir “lavorato”, e qui inizia la parte divertente, ma attenzione a non scottarvi!

Il nostro obiettivo e quello di ottenere una piccola “parrucca” di fili di caramello, con un po’ di pratica e agendo molto velocemente i “fili” si possono agevolmente tirare con le mani, lavorando il caramello da dito a dito.

E’ veramente divertente, c’è solo da essere fulminei, sia perché il caramello sarà ancora caldo, sia perché solidifica in fretta quindi per imprimergli “la forma” che desiderate dovete agire in fretta!

Questo il mio risultato:

Briciole e cuore

Ci sono dei posti che ti invitano a spargere pezzi di cuore come se fossero briciole di una pagnotta che non ti riporta mai a casa.

Non sono posti belli o, almeno, non devono esserlo per forza.

Sono posti che esistono e hanno tutta una loro fisicità fatta di poster di cattivo gusto e di pulizia sommaria.

E’ l’immanenza del tirato a lucido:  si innesta come una tappezzeria stesa male su un muro pieno di bozzi, e tu non fai altro che passare la mano e scoprire le storie che solo il ruvido sa raccontare.

In questi posti capisci che il cuore li moltiplica, i suoi pezzi, nei posti così.

Ed ogni sorriso sarà ugualmente identico, ogni brivido dolcemente ripartito tra la pioggia e il ricordo, ogni briciola ben spesa. Abbandonata con cura col proposito birichino di esser ritrovata per caso.

Perché in certi posti i tuoi mille e passa pezzi di cuore lo sanno che la strada migliore da trovare è quella che non stavi cercando.

Come si cura il singhiozzo?

Sbronza e col diaframma in rivolta.
Ma per il resto tutto uguale.

Anche le maschere piangono

Sono venuta su tra pirandellismi prêt-à-porter, deprecabili sconfinamenti litfibiani, propensione da discount alla tristezza e alla filosofia, passioni malsane per Donnie Darko e amori incartapecoriti per teatranti della domenica, malinconici di professione e adepti del Dio Rarefatto cresciuti a pane, blues e nichilismo.

Che aderissi all’abusatissimo sotto-la-maschera-allegra-il-volto-triste-della-realtà era obbligatorio, a suo modo necessario.

Poi una mattina ti svegli, è Ottobre e Roma sa ancora farsi guardare.

La stracazzo di maschera si è momentaneamente appiccicata al cuscino, tra i resti di trucco mal tolto e la bava filamentosa dei risvegli a tasso alcoolico ragguardevole.

Ed è lei che ha la faccia tutta tesa, la bocca incurvata nella smorfia facile della tristezza, gli occhi gonfi delle cose successe male, le orecchie che trattengono le frase inutili quanto assolutamente già sentite.

Io, tanto per restare nell’alveo dei peccati adolescenziali, ho solo un pensiero superficiale che rende la pelle splendida.

Toccare il fondo

e trovarci te.

Trentasei ore di nulla

Hai cambiato casa.

L’indirizzo l’ho scritto in fretta, sul biglietto strappato del cinema. In fretta ho prenotato il treno, scegliendone uno rapido. Che strano: io che, formichina come sono, viaggio sempre in intercity.

Di corsa ho stretto nella borsa, di corsa ho scelto le scarpe, di corsa, d’altronde,  ho detto sì.

E ho preso il taxi, e ho chiuso gli occhi in fretta.

Mi sono fatta scivolare lungo il pendio facile dei percorsi già fatti. Ho calcolato l’accelerazione della biglia in discesa e una tristezza non mia per quanto è vecchia ha spennellato la strada annullando l’attrito.

Hai cambiato casa.

C’ho ripensato solo quando un altro tassista, nordico, questo, con tutta un’altra solennità nella voce, mi ha chiesto dove la porto?

E allora ho recuperato il biglietto del cinema, un film che non abbiamo visto insieme perché un considerevole numero di chilometri c’ha insegnato rapidamente a stare fuori dall’insieme, e ho letto in fretta.

Non mi sono guardata attorno. Non voglio familiarizzare con strade che non saranno mai mie. N0n ho guardato i posti chiedendomi ed immaginando quali avresti potuto frequentare tu. Non ho cercato di riconoscere gli scenari dei tuoi racconti avari, delle tuo frasi rarefatte.

Neanche c’ho pensato, mi sono stretta tutta attorno alla mia fretta.

Ho detto tenga il resto, come nei film. Era un resto scemo, ma mi ha fatto sorridere.

Il civico inequivocabile e la scala unica non hanno lasciato spazio a domande di sorta.

Ho aggredito le scale, solo davanti alla porta ho ripreso fiato.

Davanti alla porta tutta la lentezza del mondo si è scatenata. Mi ha assalito la lentezza dell’osservazione la lentezza della riflessione la lentezza dei fatti passati la lentezza dei perché delle immagini residue delle parole spezzate dei giuramenti degli intermezzi dei lunghi fottuti silenzi che abbiamo ingrassato come cavie in gabbia. L’orrore dei mesi a rallentatore mi si è parato davanti e, ti giuro, sarei scappata via se non avessi immediatamente sentito la serratura scattare e la tua voce bella chiedermi

Pasternak e una bella scopata. O una bella scopata e Pasternak, che dici?

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