Archive | gennaio 2011

Ho la prova

che ad un certo punto si comincia a rimuovere per necessità.

Non stanchezza, non saturazione: necessità.

Si dimenticano le cose tiepide e un po’ meschine.

I grigi indefiniti, la banalità alcoolica di certi incontri occasionali, l’approssimazione cromatica dei maglioni da mettere sotto al cappotto e il sapore stanco del caffè fatto con poco amore.

Si dimentica quello che ci fa piccoli e umani, banali e indistinti. Numeri variati di storie sempre uguali, stinte dall’uso e dalla loro insopportabile normalità.

Born to be a stronza

Se c’è una cosa che mi urta ancora di più del fatto che questi anni stiano passando in fretta senza dare respiro e senza concedere il tempo per fermarsi un attimo a pisciare e a vivere, è che sto diventando stronza.

Vecchia, scazzata e pure stronza.

Non chiedete e non vi sarà dato

Ho sempre fatto fatica a gestire i rapporti.

E’ proprio il concetto della “gestione” che mi infastidisce.

Finisce per caricare il tutto di scadenze e di obblighi reciproci, di imbrogli, di macchinazioni occulte e di sorrisi finti.

L’ambiente in cui ho sperimentato più frequentemente questa difficoltà è la famiglia. Non confido nel vincolo del sangue, neppure penso che abbia colpe, ma sicuramente non facilita le cose.

I rapporti familiari sono l’ennesimizzazione della sovrastruttura, la combinazione esplosiva di mediazione e apparente naturalezza.

Ho sempre avuto difficoltà a gestire i rapporti, di qualsiasi natura, perché non  credo nella logica del dare e avere.

Dimentico i compleanni o li lascio passare per disinteresse: mi piace celebrare una relazione nella sua attualità, non cristallizzarla nell’ossequio degli stereotipi di tutti.

Faccio fatica ad alzare la cornetta e, se ti chiedo un favore, non lo faccio precedere da un lungo preambolo che passa per il come stai e il tutto bene in famiglia.

Ho  sempre fatto fatica a gestire i rapporti perché le uniche rassicurazioni che chiedo, le chiedo a me stessa.

Preferisco le briciole sincere ai grossi tozzi di pane lanciati per convenienza.

Non mi acconto, per niente. Semplicemente sono sempre giudice e fulcro delle mie relazioni. Mi accollo pesi e condanne, colpi di testa e sferzate. Ma non voglio rispondere alle recriminazioni altrui. La reciprocità dovrebbe essere un campo neutrale dal quale ciascuno dovrebbe tenere fuori scheletri, fantasmi e paranoie.

Non mi piace chiedere, e se prendo, prendo in silenzio. Non voglio essere ringraziata, non voglio elargire nè elemosinare.

L’utilità inserisce nei rapporti la componente odiosa del bisogno, e il bisogno stravolge le cose, elegge schiavi e padroni e poi gli cambia di posto in un gioco infinito in cui ognuno, a turno, avverte la necessità del comando e il peso della subordinazione.

Non ho regole precise.

Prendo ma non arraffo e lascio che gli altri facciano lo stesso e il tornaconto lo misuro in notti serene e gradite pause dalla tachicardia.

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