Archive | ottobre 2011

A casa mia

Sono andata via da casa a 19 anni.

Con la scusa dell’università.

Non sono scappata, per niente.

Sono andata via da gran signora, con i soldi di papà in tasca e l’iscrizione ad un’università costosa.

A casa mia, mi sono state insegnate cose importantissime.

Come l’onestà, il valore dei soldi e del lavoro, la parsimonia, l’educazione.

Tutte cose che sono felice di aver assimilato. Tutte cose che, proprio per questo, mi sembrano naturali.

A casa mia, però, c’era la convinzione che la felicità fosse qualcosa di superfluo, di sfocato, di totalmente opzionale.

Una sensazione che si accentuava di anno in anno, con la scomparsa dei regali di Natale e dei sorrisi nei pranzi della Domenica.

A casa mia le cose vengono fatte per bene.

A casa mia i genitori fanno i genitori e i figli i figli, e i primi danno tutto quello che possono ai secondi, e si preoccupano se tornano tardi la sera e gli chiedono che c’è? se li vedono piangere.

Ma a casa mia, tutto questo viene fatto perché si deve fare.

E io non devo.

Io voglio.

Blu, forse non essenzialmente blu

Tornassi indietro, scriverei di più.

Ma scriverei cose vere, non cazzate metafisiche sul karma e stronzate da leggere tra le righe e metafore raffinate.

Scriverei di che sa il primo bacio, come ti senti la prima volta che qualcuno prova a slacciarti il reggiseno, come ti pare il primo lombrico timido che ti capita sott’occhio e che qualcuno chiama pene, qualcun altro cazzo.

Mi appunterei la scusa che ho usato per dormire la prima notte fuori, forse terrei anche il primo lento con strusciatina.

A saperlo, avrei potuto aggiornare una lista dei ragazzi conosciuti in discoteca.

Quando c’andavo, in discoteca.

E’ che comincio a dimenticare e, diamine, non è piacevole.

E’ che mica lo sapevo che tra i miei ricordi avrei potuto desiderare, un giorno, il tuo alito di pizza e le tue mutande color blu.

Prendi me

che non mi affeziono a niente.

Che non mi affeziono a niente che non sia io.

Prendi me che non sono esattamente sincera.

Prendi me che non sono cattiva.

Ma da qui ad essere buona ce ne passa.

Prendi me che mi compiaccio più di quanto respiro.

Prendi me che la notte ho gli incubi, ma la mattina mi torna la faccia di bronzo.

Prendi me che mi accartoccio ma non mi scalfisco.

Che vacillo ma non cedo.

Che vacillo ma non credo.

Che cado solo se nessuno mi vede.

Prendi me

e la mia insonnia

e le lacrime asciutte

e il letto disfatto da un mese

e i fiori secchi

e l’acqua, ché di notte ho sete.

E stringici

stringici fino a farci male.

verdesalvia

Laura è la mia prima amica che si sposa.

La seconda, ad esser sinceri, ma la prima il cui matrimonio ho vissuto con una partecipazione totalmente autonoma, agitata appena; elettrizzante e rassicurante proiezione.

Laura non è un’amica di vecchia data, nè un’amica con la quale ci si telefona ogni giorno.

Ma è un’amica, una di quelle alle quali penso se pronuncio la parola, pur nella mia esistenza di rapporti imperfetti, di insofferenze facili e di allontanamenti ciclici.

Io fino ad ora non l’avevo mai capito perché la gente piange ai matrimoni.

Poi ho visto Laura tutta bianca

e mi è sembrato così ovvio da diventare inevitabile.

 

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