Piccolo proverbio senegalese
Se tasto sinistro di tuo touchpad si rompe improvvisamente ma altrettanto improvvisamente ricomincia a funzionare da solo,
concentra gioia di tua giornata su questo pensiero e dimentica supremi cazzoni che fanno te arrabbiare.
Perché tasto sinistro di touchpad consente te di creare nuova cartella su desktop.
Supremo cazzone, no.
[cose inutili sottratte al salvifico oblio degli updatable status di Facebook]
Un mercoledì notte
C’è qualcosa che ho capito tra il concerto di Brunori sas, l’ottantotto che passa dentro Villa Borghese di notte e il desiderio improvviso di frozen yogurt.
C’è qualcosa che ho capito dando un occhio svogliato ma necessario ai social network, prima anche solo di pensare di fare qualcos’altro.
C’è qualcosa che ho capito tante volte.
Che voglio tirarmi fuori dai rapporti dove non sono per gli altri quello che gli altri sono per me.
C’è qualcosa che ho capito. Che se devo confondermi tra le moine e le foto sbiadite di altre come me che non sono io, voglio scomparire.
Non per un morettiano tentativo di farmi notare più se non vengo.
Ma per un bisogno estremo quanto inutile di reciprocità.
Di chiarezza sentimentale.
C’è qualcosa che ho capito e che non vorrei capire oltre.
Perché la felicità è non capire.
Ma se devo far finta di non capire, sarà solo fare finta di essere felici.
[E la conosci questa sensazione/questo senso di vuoto senza una ragione.]
Mani grandi e precise
Marc aveva le mani grandi e precise e parlava un ottimo italiano che quelle consonanti raddoppiate dalla sua lingua madre non facevano che rendere più sonoro e interessante.
Mi aveva rincorso tutta la serata e io avevo giocato ad evitarlo, fin quando in un passo di danza reso troppo azzardato dall’alcool e dalla musica così genuinamente pop rock gli ero atterrata addosso, scusandomi con un canonico lo siento. Aveva riso e sfottuto la mia esse sibilante. E si era allontanato in fretta, quasi a farmi pentire di aver tirato così tanto la corda.
Stordita dalla caduta mancata e dal repentino ribaltamento dei ruoli ero rimasta leggermente imbambolata al centro della pista, lasciando che la folla del Marula mi spingesse appena.
Mi piaceva da morire quel posto e ci avevo passato le ultime tre notti. Conoscevo tutti: il PR, i baristi, il buttafuori, lo spacciatore che si appostava all’angolo dal quale non avresti comprato nemmeno una gomma da masticare.
Avevo riscoperto il piacere di ballare, della prossimità decisa e senza complicazioni con tutti quegli altri corpi. Di tirare mattina, di prendere la metro nel decadimento fisiologico delle 6.
Agosto stava abbandonando Barcellona come un lupetto dal collo troppo stretto: con difficoltà.
La città riprendeva il suo ritmo di uffici aperti e spiagge ormai timidamente popolate e quella normalizzazione stagionale, per quanto sofferta, mi aiutava a sperare che non me ne sarei andata mai più.
Marc intanto si avvicinava, come, d’altronde, mi trovai a sperare che facesse. Sorrideva di un sorriso che voleva rassicurare e insieme irridere la mia momentanea debolezza.
Aveva una birra nella mano e una coca nell’altra, e mi stava chiedendo di scegliere.
“Smezziamo”
“Che significa?”
“Facciamo a metà…”
“No, devi scegliere.”
Marc aveva lavorato a Milano, per un anno o due, poi era tornato a Barcellona perché Milano gli stava stretta (“Hanno gli orari strani e hanno i posti stabiliti per divertirsi”), poi aveva piantato una casa, una fidanzata-quasi-moglie e un buon lavoro attratto dal sogno australiano, si era arrabattato a vivere per un anno con soldi incerti e scarsi. Infine era tornato, a trent’anni che probabilmente erano 33, ancor più probabilmente 35, ma per buona pace dei numeri tondi decidemmo che per quella notte non avremmo cavillato.
Marc parlava tanto, in un italiano snello e colloquiale che cedeva il passo a perifrasi inutilmente articolate e a sprazzi di spagnolo solo nel caso di concetti particolarmente complicati. Quasi m’innervosiva, desiderosa com’ero di mostrare come il mio spagnolo dalla sua crisalide scolastica si andasse aprendo a forme più autentiche.
La scoperta che l’oggetto del suo lavoro e dei miei studi fosse lo stesso ci lasciò piacevolmente stupiti, dandoci che masticare mentre percorrevamo in tondo il perimetro modesto di piazza George Orwell. Aveva delle idee schiette su tutto, non sempre condivisibili, ma che mi affascinavano per la linearità con cui distinguevano tra giusto e sbagliato, tra divertente e triste, tra emozionante e piatto. Pensieri che disegnavano un mondo semplice e ovvio il cui unico modo di stupirti era presentarti il conto di un ciclico “ma come ho fatto a non pensarci prima”.
Il primo bacio fu atteso e soddisfacente. Di una ruvidezza gentile, di un fisicità intensa e asentimentale che, come prima avevano fatto le sue parole inequivocabili, mi spiegò un pezzo di mondo. Quel pezzo di mondo che sta tra il “ti amo” e il “mi fai schifo”. E passa per il “voglio scoparti” e per altre più o meno indicibili vie di mezzo delle quali spesso mi perdo l’esistenza così presa come sono dalla venerazione dei miei assoluti.
Marc mi piaceva.
Del piacere semplice delle sue mani grandi e precise, della consapevolezza anatomica dei suoi trenta e passa anni, della non fretta dei suoi gesti e di come riuscisse ad intercalarli con delle parole, delle formule rassicuranti di socializzazione.
L’assoluta mancanza di anche solo ipotetiche prospettive e il suo controllo vigile sulla situazione, mi rendevano serena e irresponsabile, meravigliosamente bambina.
Mentre Calle Ample ci aiutava a scivolare verso il mare, aprendosi in pause contro i muri, gli ho raccontato di come mi avevano fatto il cuore a pezzi.
Di come mi ero fatta il cuore a pezzi da sola.
Diceva che non capiva, che non era possibile, che doveva essere un pazzo o un cieco quello che aveva fatto una cosa del genere. O un pazzo e un cieco assieme.
E io ad ogni passo mi sentivo un po’ più forte di quelle piccole bugie, che volevano solo agevolare il lavoro di togliermi le mutande, non che non lo sapessi, ma che avevano il secondario effetto di curarmi l’orgoglio.
Solo dopo ho capito che si trattava in realtà del compimento di un processo graduale attivato dal tempo e da quelle settimane così piene e soddisfacenti. In quel momento pensavo che la salvezza venisse dalle mani grandi e precise di Marc e dai suoi complimenti adulti.
Il mare comparve come un enorme ammasso scuro di retorica adolescenziale, per cui, chi più e chi meno, eravamo decisamente fuori tempo massimo.
Gli rivolsi uno sguardo svogliato, io che il mare lo amo sopra ogni cosa, e mi accostai alla figura imponente e senza esitazioni di Marc, implorandolo in silenzio di salvarmi dall’onda delle mie sensazioni con quelle sue grandi, precise mani asciutte di emozioni.
Un verbo in -ere
Ci sono cose che vorrei scrivere per pensarle meglio.
Ci sono cose che vorrei offrire ad un pubblico sfocato, fisiologicamente disposto a battermi il timbro della pubblicità e blandamente involto nella mia empatia leggera.
Il mio è un mondo di cose verificate (rese vere) per contatto, nella scintilla primordiale dell’interazione.
Sono cose che se restassero non dette, se, almeno in potenza, non fossero parlate, morirebbero per inesistenza.
Ma ci sono cose che vorrei tenere lontane dagli occhi di chi le capirebbe troppo.
Cose che, d’altronde, non esisterebbero
se non esistessero gli occhi ai quali voglio nasconderle.
Prudereccismi primordiali
- Ma hai capito quanto sono vecchia? La prima cosa che mi ha timidamente agitato le mutande è stata la scena di Titanic in cui Jack e Rose trombano nella Renault. Millenovecentonovantasette.
- Ah, era una Renault? [pausa] A me [pausa] credo sia stato [sospiro] Ritorno al Futuro. Doveva essere l’ott…
- Beh, direi che ricordare l’anno non è la cosa più rilevante, a questo punto.
La sincerità? (cit.)
Le persone presuntuose si credono sempre strane: santificano le loro comunissime paranoie ammantandole di singolarità.
Potrei dirlo anch’io, di essere strana.
E non che non l’abbia fatto.
Sono piuttosto brava a parlare di me non parlando di me e a uscirne splendida.
Ma non lo sono.
Strana.
Piango nella media ed esagero con l’alcool quando sono triste (ma anche quando sono molto allegra), mi piaccio e mi schifo a giorni alterni, m’imbarazzo, m’insuperbisco, passo la domenica a letto e la pioggia mi scoraggia dal vivere e abbondo in eufoniche come se non ci fosse domani.
Una banalità sconcertante e ricorsiva, eccessiva, indomita, sfacciata.
E banalmente mi rompe il cazzo.
Mi rompe il cazzo che la mia sia banalità e la tua turbata personalità.
Mi scartavetra i coglioni che la mia sia paranoia e la tua cambio di vita più o meno ogni sei mesi (e scusa per i cambi di stagione che vivo ad ogni mese, sì, lo diceva pure Dente, ma uno scartavertamento reiterato è pur sempre uno scartavetramento).
Mi rinsecchisce le gonadi che io faccio sempre uguale e tu pure, ma per te è diverso.
Mi gràtina sonoramente il culo che io, io.
Ma tu, TU.
Io ma tu
Nelle relazioni nascenti la cosa più bella è il senso candido della scoperta.
La scoperta aggiunge ad una persona che esisteva prima e indipendentemente da te, qualcosa che è tutto tuo, che si sostanzia tra pelle e sguardo.
Quando ti ho visto la prima volta, ho pensato che fossi brutto.
Di una bruttezza tanto comune da non essere neppure degna di nota.
E’ stato un momento estremamente tenero, non credere.
Ma non ti nascondo che tra me e me ho ragionato a lungo che non importava, che andava bene anche così.
Anche oggi, ad esser sincera, ti trovo passabile appena. Fatta eccezione per dei dettagli eclatanti, ma quelli possono vederli proprio tutti.
Ma quando ti guardo, anche ora che non ti guardo più, mi riveli le piccole briciole che ti ho cucito addosso per farti diventare mio.
La tua pelle fa scintille di dettagli e di colori, quando i miei occhi la carezzano, e risponde che è mia ad un codice che tu non conosci, ma lei sì.
Il tuo corpo mi è più fedele di quanto probabilmente sai.
Mi si porta addosso e mi si dischiude in mille piccolezze tutte mie.








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