2011
L’anno in cui mi sono laureata.
L’anno in cui mi hanno fatto a pezzi il cuore.
L’anno in cui quei pezzi li ho incollati per la prima volta da sola.
L’anno in cui ho capito che di tutti si può fare a meno.
Ma di alcuni meno degli altri.
L’anno in cui mio padre si è ammalato.
L’anno in cui sono partita senza particolare preavviso.
L’anno di Barcellona, della sua bellezza sfacciata.
L’anno di Levi,
l’anno di Ali,
l’anno di Marc, di Jasmina, di Flor,
l’anno di Miguel e l’anno di Karen,
l’anno di Zeek, l’anno di Ben, di Herver di Ronald, di Catalina
l’anno di Marcelo,
persino l’anno di Lorenzo e Vincent e delle canadesi strappone.
L’anno di molte persone che ricordo e di molte di più che ricordo meno.
L’anno che Laura si è sposata.
L’anno di Amalia e di tutte le cose che condividiamo.
L’anno che sul finire mi ha lasciato lividi veri.
L’anno che ho messo in pausa alcune amicizie importanti.
L’anno che non so se ho la fiducia sufficiente per recuperarle.
L’anno dei tassisti onesti e di quelli che mi hanno fregato.
L’anno della sangrìa, l’anno del tango, l’anno della bellezza senza un motivo.
L’anno che non ho bucato la ruota a Capodanno.
L’anno che, non vi preoccupate, anche se non fate l’amore l’ultimo dell’anno avrete tempo per 360 giorni e passa.
L’anno che non ho capito cosa voglio, ma ho raccolto altre preziose briciole di cosa non.
L’anno che mi sono nascosta dietro un parchimetro.
L’anno che mi hanno detto che sono finta ma mi hanno abbracciata come se non.
L’anno che ho letto 23 libri per diletto e altrettanti per studio.
L’anno che ho chiesto “abbracciami” perché stavo per svenire e mi è stato risposto no.
L’anno che quel no lo capisco ma non lo accetto.
L’anno che ho fatto come se avessi 18 anni ancora.
L’anno dei baci e della leggerezza.
L’anno del mare, l’anno del topless, l’anno del mojito in spiaggia.
L’anno che ho incontrato un viscidissimo capotreno che l’altra sera stava ai Soliti Ignoti.
L’anno che di film ne ho visti molti meno.
L’anno che mi sono drogata di serie tv.
L’anno che Berlusconi se n’è andato affanculo.
L’anno che le facce di merda, quelle, sono ancora tutte qua.
L’anno che il Martini mi fa schifo, ma questo anche l’anno prima.
L’anno che le persone ti deludono ma che anche tu, con ogni probabilità, deludi loro.
L’anno che vorrei che capissi anche se non c’è niente da capire.
L’anno che vorrei capire che non c’è niente da capire.
L’anno che ne vale la pena.
Sempre.
Il mio ginocchio indipendente
Il mio ginocchio indipendente non era mai stato indipendente, prima d’ora.
Il mio ginocchio era il mio ginocchio e io ci esercitavo tutti i pieni diritti di proprietà, sforzandolo con i tacchi, premendolo contro panchine scrostate in poco consoni tentativi (e luoghi) di fare l’amore e sfottendone i riflessi col martelletto del dottore.
Il mio ginocchio è diventato indipendente quando ha iniziato (lui) ad essere preoccupato perché io, che ho mani occhi e tutto il resto, non riuscivo a scrivere del suo dolore indipendente.
Il mio ginocchio, nella sua somma indipendenza, ha capito che io che ho mani occhi e tutto il resto, le cose le ho sempre risolte scrivendole, facendole più vere e più inventate nel contrasto tra nero e bianco.
E io, l’indipendenza dei lividi del mio ginocchio e degli scricchiolii sinistri della sua rotula indipendente, non avrei voluto metterli nero su bianco.
Perché mettendoli nero su bianco, non mi sembrano più neppure tanto indipendenti.
Mi sembra, proprio, che siano miei.
Il mio ginocchio indipendente è arrabbiato perché non si dovrebbero mai procurare lividi ad un ginocchio indipendente.
Il mio ginocchio indipendente è offeso.
Il mio ginocchio indipendente è un gran guerrafondaio e ha sobillato la mia caviglia indipendente, il mio bassoventre indipendente, persino il mio dito mignolo, storto e indipendente.
La verità è che un corpo indipendente ci mette poco ad organizzare una rivolta.
Se è chiazzato di lividi.
Cose che col senno di poi
avrei fatto a meno di dire.
Tipo
prendi il lubrificante, è dietro ai muffin.
coinquiliniche ninne
(Interno 11, odore di soffritto e di panni stesi, circa l’una di notte. Lei rientra vagamente affaticata. Quando fa le scale da sola le vengono i pensieri. Anche se le fa di corsa. E menomale che abita al primo piano. Occhio ai social network mentre si sfila i camperos con sommo disagio. All’ingresso, sul Divano. Infastidendo Un Coinquilino.)
- Uh, Firenze (canzone triste), ascolta, è bellissima… Poi, me la cantava mia madre, da piccola, per farmi addormentare…oddio che botta… - lei parla, sempre troppo – …oddio, oddio, poi io chiedevo sempre chi fosse questo Barbarossa e lei mi raccontava che era mio padre, che, ora è decisamente biondiccio, l’hai visto, ma da giovane aveva la barbetta rossa…carino…le lentiggini…infatti anch’io…bella…oddio che botta…poi…poi è una canzone bellissima perché c’è quest’equivoco irrisolto, questa confusione tra l’amore per un’ipotetica sfumatissima donna e quello reale, doloroso, attuale…per la città…capì? bella proprio… - larghi sorrisi.
- Ah. Uh. No, non conoscevo. Uh, moscia. Uh, ecco vedi, uh, una canzone con una trama, con una storia… – ma che, me stai a percula’? – a me mio padre mi cantava E ti tirano le pietre…








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