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Così è se mi pare

Ho un’amica. Di quelle della specie Migliori. Quelle che diventano tali ai tempi del liceo e poi resto lì nell’immaginario (tuo, suo, altrui), un po’ per meriti, un po’ per usucapione. Anche lei mediamente problematica e diversa (dice lei), pratica, schietta e con un’intelligenza vivace e stronzeggiante (dico io).

Da quando avere caratteristiche degne dell’attenzione di uno psicoterapeuta (o di uno psicologo, per i più sfigati) è diventata una moda, è tutta una corsa al problema. E, ricoperte le patologie maggiori, poi è tutto uno scannarsi per accaparrarsi le (comode, gestibili, portabili) minori.

Insomma, dopo un fidanzamento talmente banale da poter essere definito tale (e non con termini dalla demarcazione morbida come tanto piace fare a me), la mia amica della specie Migliori ha deciso di investire nel crescente mercato della patologia psicologica.

Sua, ma, soprattutto, altrui.

Nel passaggio tra la consapevolezza che anche chi non legge Freud può vivere cent’anni al ma chi cazzo vuole vivere cent’anni senza un po’ di turbamento emotivo? la mia amica di tipo Migliore ha sposato la seconda corrente di pensiero.

Prendendosi una vacanza dal suo rassicurante pragmatismo, ha cominciato ad interessarsi ad una serie di persone che (interpretando magistralmente la moda del momento) usano il disagio psichico come precauzionale emotiva.

Ti voglio bene ma.

Mi piaci ma.

Ti voglio scopare ma.

Ogni mio ritorno in terra terronica è un fiorire di aneddoti, di lettura tra le righe e di esegesi della follia (altrui, propria, chissà).

Queste storie (nel senso di fatti aventi una trama che succedono in uno spaziotempo) si concludono quasi sempre con un addio negoziabile, con una struggenza da spalmarsi sull’ego, con l’adozione per diritto di una malinconia sciantosa e di un lessico fatalista da chi la sa lunga.

Conclusione: il disagio come facilitatore sociale.

Prima la gente beveva, per diventare disinibita.

E’ un cliché filmico: dal soldato americano che si cala due Jack per abbordare la crocerossina, in poi.

Ora no, ora lo shottino relazionale è costituito dall’adozione di una qualche piccola nevrosi, disturbo, tara emotiva.

Non qualcosa di gigantesco tipo una depressione cronica, eh.

Piuttosto un’ansia sociale, una lieve misantropia, una digressione ossessivo compulsiva, se proprio si vuole esagerare.

Il catalogo è amplissimo e perennemente aggiornabile.

La funzione sociologica è esattamente la stessa dell’ebbrezza: proprio come l’abbrezza, la tara emotiva giustifica, protegge, offre una scappatoia sempre accessibile.

Per capirci: se la crocerossina non l’ammollava al soldato americano, lo stesso il giorno dopo poteva dire “Ehi, scusami, io non è che proprio la volessi da te, è solo che ero ubriaco”.

Se, invece, ad ammollargliela era una crocerossina cessa, lo stesso soldato americano, il giorno dopo, poteva dire a se stesso e agli amici “Occhei, mi sono trombato una crocerossina racchia, ma solo perché ero ubriaco, eh”.

Con la patologia psichica tascabile è uguale: ti ho detto che mi piaci? Sì, ma io c’ho i problemi, finisce che ti faccio più danno che altro, con questo sentimento. Vuoi sapere se ci tengo o no a te? Io vorrei, ma proprio non riesco ad affezionarmi a te quanto meriteresti. Ma è un problema mio, eh… E una ricca e abbordabilissima selezione di cazzate simili.

Il disagio psichico è una clausola di rescissione apposta ai rapporti, un te l’avevo detto insindacabile e inestinguibile che ha l’oscuro merito di lasciare chi riceve il benservito indeciso sul da farsi.

Chi ha capito il gioco (chi, quel gioco, lo pratica ampiamente anche lui) la taglierà corta in onore a quella complicità istantanea che si usa ai nostri stretti simili.

Chi, invece, si era appassionato alla causa del Disagio, ergendosi a paladino del Problema, farà fatica a mollare l’osso.

Poi indosserà la maschera del dramma compiaciuto e ne farà una bella storia. La storia di quando amava quello/a e lui pure amava lei, ma tenev’ e’ problem’.

Una storia alla quale in definitiva non crede nessuno, neppure chi l’ha inventata.


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