Ho sempre pensato che anche i sentimenti si sottoponessero alla logica dello scegliere di volere.
Mi faceva sentire sicura, padrona della situazione.
In quella concezione così vaga che ho del prossimo, alla quale ho cercato di porre rimedio aspettandomi sempre meno di niente da qualcuno che non fossi io, l’idea che il canale della relazionalità emotiva potesse essere da me interrotto come il getto d’acqua della doccia mi dava sicurezza.
Una specie di serenità oscura che non è equilibrio, ma immobilità. Ghiaccio.
Poi mi sono accorta che esercitare una volontà è sempre il più atroce degli inganni. Puoi rassegnarti ad un destino capriccioso e avverso, ma l’ottusa perseveranza delle tue stesse convinzioni difficilmente ti darà tregua.
Così faccio la spola tra il volere e il capitare, e nella percorribilità infinita di questo spazio semantico sento tutto il peso di una scelta non scelta.
Di un’alternativa unica, di una possibilità obbligata.
Volerti (che la notte perdoni i miei clichè) bene.















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