Grazie, anche a te
A un certo punto ti ricordano perché hai voluto loro bene.
Non lo fanno di proposito. Magari è un attimo, una foto, uno sguardo, una brevissima parola.
La passione passata e perfetta e il contrasto bruciante che rassicura le vecchie scommesse e scalfisce la rabbia sempre nuova sono la più drammatica
(e definitoria e conclusiva e netta)
forma di ricordo che io sappia praticare.
[E' bello fuori. Ora esco a prendermi tutto quello che c'è.]
La domenica è una malattia che non passa
e Roma invasa dal sole fa da perfetto involucro al malessere.
Ho l’abitudine al fastidio e la domenica ho la netta percezione di non essere altro che un groviglio di cose scomposte attorno ad un pugno di male.
Le parole, unico formato in cui riesco a concepire la bellezza, mi si affollano in gola isolando il corpo dal pensiero, creando quella strozzatura infame, necessaria, drammatica, tra una quotidianità superficiale e accettabile, persino felice, e il baratro del resto.
Una volta ho visto i palloni diversi e numerosi bloccati in una diga del Tevere, tormentati dall’acqua sporca senza possibilità di riscatto.
Così.
Sono così abituata alle bugie che non faccio che cercarne.
In questo spasmodico sforzo di isolare una briciola di vero, setaccio il resto con ottusa meticolosità, accendendomi di entusiasmo nero solo alla vista di grossi grani di ecco, lo sapevo.
So che mille ipotesi verificate non valgono una falsa.
Mi preparo al peggio.
Alla nettezza che lui solo sa dare.
Momenti di trascurabile comodità
Quando la donna con cui dormo ha capito che ognuno deve dormire dal suo lato. Che ci si può abbracciare prima, o quando ci svegliamo la mattina, ma quando si dorme bisogna stare ognuno per i fatti suoi. Dividendo il letto con la stessa meticolosità con cui si tracciava la linea di divisione del banco con il compagno di banco, a scuola.
Francesco Piccolo
Momenti di trascurabile felicità
pag. 25
Io non me la posso più permettere la tristezza
questo so.
Tutto il resto è banale, negoziabile conseguenza.
Indicativo e imperfetto
Capita che mi perdo in considerazioni ignorabili, che tanti avranno fatto prima e meglio di me (e tanti, ancora, si saranno risparmiati per economia di banalità), ma che quando poi faccio io, mi sembrano sempre epifanie cerebrali. Scintille opache di genialità.
L’indicativo imperfetto, lo sappiamo, è quel tempo verbale che descrive un’azione passata nel momento in cui era in corso. Maria mangiava la mela.
Già il fatto che esista un tempo per il passato in divenire, un tempo capace di accordare al già successo lo stupore descrittivo del da succedere, non manca di sciogliermisi in brividi lungo la schiena.
Che questo tempo abbia un nome incredibilmente evocativo è quasi troppo.
Indicativo e imperfetto.
Indicativi come gli esiti immaginabili. Ipotetici, probabili, ma mai assolutamente certi. Imperfette come le cose non finite, non concluse, non portate a termine.
L’Indicativo imperfetto ti prende la mano e ti dipana una storia della quale ha deciso di condividere l’oblio momentaneo con te.
Maria la mela l’ha mangiata, ieri, sono passate ore. Nel frattempo avrà fatto altro, sarà uscita in cortile, avrà fatto i compiti, avrà dormito e avrà finto un mal di pancia per saltare la scuola.
Ma ieri, quando di questo non si poteva avere memoria, Maria la mangiava.
E non importa il saperlo ora. Quello che conta è la sospensione sul lieve baratro del dopo, la possibilità della retrospettiva sulla mamma di Maria che quella mela l’ha sbucciata e l’ha disposta a fiore su un piattino, sui capricci accennati di Maria, sull’invito netto e severo ad usare coltello e forchetta.
Nel tempo di quell’ -ava e delle sue vocali accoglienti, si compie il miracolo del rallenty retroattivo.
Un passato che, pur passato nel presente, rinuncia all’attributo tipico dell’onniscienza e che scambia un già visto per un vediamo.
In quel respiro che si concede assieme a noi, si fa meno indicativo e meno imperfetto, riempendosi dei dettagli della storia.
Del colore delle tende. Dello spicchio di mela che Maria ha fatto sparire in tasca.
Della mamma che fa finta di non vedere e che al “Mamma ho finito!” dice “Brava” lo stesso.
Lunatica
Tra le parole che comincerò a considerare come non apposte, assieme alle persone che le pronunciano, c’è questa. Lunatica.
Passi la poca grazia del lemma e la sua radice facile, passi che con una kappa al posto della ci diventa la discoteca sommo simbolo e sommo untume della mia prima adolescenza.
Io non sono lunatica.
Mi piego alle leggi del mondo di azione e reazione. Ogni mio comportamento è perfettamente e logicamente motivato e se vieni qua, un po’ più vicino, te lo spiego pure con le mani.
Io non sono lunatica. Quel tratto di imponderabilità uterina non mi appartiene.
Sono antipatica, forse stronza, sostanzialmente gentile, pensosa e pensierosa e inutilmente sorridente, cronicamente permalosa, attaccabrighe del lunedì, ma lunatica no.
Bilancio la causa e l’effetto con le dita e con la pelle e se dall’epicentro del dramma, dall’occhio del ciclone della mia rabbia, vengo fuori, respiro, sorrido e ti chiedo che c’è? non è perché sono lunatica, povero stronzo. È una scelta opportuna, l’autofferta di renderti un nulla piacevole.
È logica perfetta.
Perfetta, spicciola logica della felicità.
(L)ode alle mani
e alle bocche, ai polsi, alle clavicole.
A quello che si tocca e che si fa toccare.
Riflettevo
sull’inutile ambiguità dell’espressione “non ho voglia di niente”.
Con sgradevole automatismo indossavo il mio approccio dirimente.
Non ho voglia di niente. E di cosa, allora?
Non ho voglia di niente. Ma un non non è mai per caso.
Poi mi sono ricordata che il niente non è un desiderio: è una condizione.
E una condizione, in quanto data, confligge con le voglie e la loro necessaria anarchia.
Il niente non si vuole, al niente ci si rassegna. Ci si accuccia dentro per noia, per stanchezza, per inerzia.
Quel non, allora, mi è suonato di sommessissima protesta, di insulto a denti stretti, di indisciplina concettuale che non consola, ma beffa se stessi quel tanto che basta a non pensarci troppo.
Il meglio di te
ero io.
Se non me lo dici
non lo so.








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