Sonno stupido
e pesante, senza muscoli nè sentimenti. Sonno che non riposa. Sonno a litigare con i sogni, sonno di tachicardie e cappi stretti alla bocca dello stomaco. Sonno che vorresti svegliati, ma gli occhi restano serrati, sonno abbandonato e sfatto.
Sonno col corpo sasso e ostinato, e l’anima, irriducibile, farfalla.
Hi David!
Ok.
Tanto per non smentirmi, anche stanotte mi sono ritagliata il mio bel momento onirico – delirante.
Sto collezionando sogni assurdi, negli ultimi giorni. I protagonisti siamo sempre: io e la mia rabbia, io e i miei pensieri scomodi, io e i miei fantasmi, io e i litigi violenti (che spesso culminano in delitti truculenti) con i miei/con lui/con i vecchietti in fila all’ufficio postale/con gli assistenti universitari ottusi/ecc. ecc. ecc.
Stanotte, o meglio, stamattina, considerando che non prendo sonno prima delle 4, c’ho dato una svolta!
C’era quest’ambientazione un po’ fumosa e sfatta, da retrobottega di club londinese, e io avevo il trucco pesante mezzo sciolto e i capelli lisci e neri.
Lui precipita nel campo visivo spalancando la tipica porta sul retro, cigolante. Un fascio di luce, di cui lui è la fonte indiscussa, invade l’ambiente, colorando le spire di polvere sottile nell’aria.
Lui mi guarda, si avvicina con passo deciso-ma-felpato e mi fa:
We can be Heroes, just for one day
…
Se lo dici tu, David…
Sentirti mancare
tra il sonno che latita e gli spettri della notte,
la pelle ottusa invaghita del tuo ricordo e la mente stanca, incapace di contrastare.
Sentirti mancare e non avere difese.
Sentirti mancare e cercarti tra le mani.
Sentirti mancare e, quasi, compiacersi del dolore.
…
Non sogno
ma se sognassi,
sognerei l’oblio.
Notturno telefonico
Ho chiamato io, lo so. Ma ora non voglio che ascoltare. Mi chiedi se ho tempo da perdere – Sì - ti rispondo, sperando di farti arrabbiare. – Bene - ribatti. Sento quel sorriso morbido che hai insinuarsi tra le pieghe della voce. Svuotare le sillabe, farsi spazio e dilatare i silenzi. Non so neppure se stai parlando davvero o solo emettendo suoni contorti. Io, di certo, non sto più ascoltando. Chiudo gli occhi. Era estate, ci conoscevamo appena. Eravamo in silenzio, in auto, ci arrampicavamo su di una collina incendiata di sole. Ti avevo raccontato, in una delle puntate della nostra sit com telefonica, che mi piaceva vagabondare. Mi stavi allungando una mano sul ginocchio, con quella tua (non lo capirò mai) timidezza simulata o sicurezza dissimulata, fai tu. – Hai paura? - mi chiedevi in un sospiro – Vuoi che ne abbia? – rispondevo sorridendo. Continua a leggere…
C’è questo sogno c’ho fatto
c’eravamo io e te e il tempo non passava.
L’estate era estate per sempre e il tramonto non si tingeva mai di nero.
Le parole si prolungavano in eco affusolate e dagli abbracci non si scappava via.
Le candele non si consumavano, la polvere non si accumulava.
E non ci si stancava a raccontarsi l’un l’altro, a chiedersi perchè e a ripetersi il già detto.
…
Non c’era il dopo, ne il dopo dopo il dopo.
Non c’era la paura di non trovarcelo
il dopo dopo il dopo.
Folle – mente
distratta
Momentaneamente devota al rito di una vecchia abitudine: ripetere una parola all’infinito sulla superficie piana dello spazio bianco. Innescare il pensiero per mezzo della parola.
distratta
distratta
distratta
distratta distratta distratta
Le immagini dissolvono: sprazzi di colore. Ogni paio d’occhi racconta una storia, ogni storia ne intreccia altre mille, e io mi perdo tra le trame, vittima del demone immaginificio della caffeina, o di chissà cosa. Pensieri rapidi come scosse, elettrici come brividi.
Sono troppo poco consequenziale per essere vera.
Mi attacco alle imperfezioni: venero le macchie sul soffitto e le rughe attorno agli occhi. I pallini dei pullover di cachemire e le stempiature sulle fronti attente.
Le rughe, le pieghe, le rientranze, le deviazioni.
Scivolo sul piano impervio delle giornate, assecondando l’incedere delle imperfezioni.
C’era un gioco: una scatolina di plastica, cubica o giù di lì, con una delle superfici interne segnata da scanalature e gradini a disegnare percorsi possibili, e poi una piccola sfera metallica. Perfetta, tonda, riflettente, minuscola. L’obiettivo era farla scivolare nelle scanalature, inventando percorsi, disegnando traiettorie tra i gradini e le rientranze.
Ecco. Io sono quella sferetta. Mi faccio guidare dal tracciato delle imperfezioni. Seguo la traccia folle del nonsenso e ti capisco se mi dici che sono pazza.
Ma oggi divergo e continuo a divergere, fondo pezzi di dialoghi e gesti e comportamenti. Stringo la pelpebre fino a sentire gli occhi che bruciano e poi mi godo il frattale luccicante che si espande a partire da uno sciocco punto di luce.
La serranda abbassata destruttura il cielo pallido di novembre in pixel asciutti. Li collego come nel gioco dei puntini numerati: una stella iscritta in un pentagono iscritto in una stella iscritta in un pentagono.
Mi eclisso nel vortice geometrico della follia: una pausa ad ogni angolo, lo spazio minimo di un perchè, per un’incertezza, per l’ipotesi timida di un’impossibile deviazione.
Ho bisogno di immagini, di linfa grafica per i miei occhi assetati.
Se tutto questo avesse un audio, un sonoro, sarebbe il ticchettio metallico incessante del metronomo; al massimo il rincorrersi ossessivo di due note consecutive. Tutto questo divagare necessita della scansione senza appello della più spietata regolarità.
E’ dalla regolarità che scaturisce la follia, dall’identicità che si solleva il dubbio della divergenza, dal grigio inespressivo del cielo esanime di oggi che le nuvole prendono forma.
Vomito la mia incertezza e mi adagio nella cupa normalità.
Per ora.
Bramando tramonti
Te lo ricordi?
T’avevo chiesto di vivere un tramonto, di sentire il sapore del cielo, l’urlo muto delle nuvole che spruzzano scarlatto.
Coprimi gli occhi – t’avevo detto – e stringimi per quanto può far male l’ultimo raggio nitido di luce!
Graffiami per ogni screzio dorato, toglimi il respiro, quando il sole scompare del tutto, quando di lui resta solo un’aura soffusa all’orizzonte.
Sii viscido come le ombre, coprimi di buio.
Raccontami con le mani il brivido degli occhi che non vedono più, del velluto nero che fodera le pupille.
Sussurrami la paura di essere nulla nel nulla, e poi avvolgimi, piano, nella seta scivolosa della notte: che si adagia, cauta, sul mondo.
E blandisce e eccita, urla e tace, freme e sorride.
Sono sole morente, io.
Macchio di rosso il tuo cielo.
Sono il confine labile tra il giorno e la notte, sono il passaggio, sono l’oltre.
E a te non resta che vivermi.
Più in fretta che puoi.
Onirika
Corro.
A perdifiato nei cunicoli angusti e nelle trappole insidiose di un vischioso sottosuolo. Arranco, scivolo, frano.
Lo sento puntarmi sul collo. Malefico, indagatore.
Procedo, col terrore nelle ginocchia. Un silenzio d’ovatta mi riempie la testa: solo me e il mio affannarmi. Il resto è nulla.
Ignoro i confini delle cose, mi ferisco su spuntoni affilati, cado, mi rialzo, sanguino.
Mi segue. Cattivo, maligno, osceno.
Avanzo e m’incalza. Anticipa le mie mosse. Mi tiene dietro, come se fosse su di me.
Come se fosse me.
Lo scroscio delle onde mi suggerisce che sono, ormai, all’aperto. La lama gelida del vento mi ferisce il volto.
Rallento. Disperata.
Mi raggiunge, mi spia, mi tiene il collo col suo guardare voluttoso e folle.
Muovo passi incerti. Nella sfera di un nulla visivo che non conclude.
Un urlo cristallino. Riflettente, affilato, perfido.
Uno squarcio di luce, improvviso, accecante.
Trattengo a fatica i piedi sul limitare del dirupo.
Frammenti di roccia cadono giù, riecheggiando del rumore sommerso del sasso nell’acqua.
Un oceano immobile e molle mi tenta e mi respinge con la sua consistenza di petrolio.
Lo sento, vicino. Mi fissa, è qui.
Il cielo di carbone scintilla di una ferita lacerata.
Un occhio.
Gigantesco, sgranato, allucinato.
Mi fissa dall’immensità sferica e indeterminata del cielo.
Aperto e immobile come un’ipotetica e grottesca luna.
Mi sveglio di soprassalto. Calmo il respiro calibrandolo sul ritmo lento della notte. Sono sudata e gelida.
Quel dolore, quella paura e quella rabbia muta che ti comprimi dentro, di giorno, in qualche modo dovrà pure venir fuori.
Fisso il buio, mi blindo in un doppio strato di coperta.
Un occhio al posto della luna.
Sono pazza.









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