Melanconia da discount
Questa storia è bella o almeno a me è piaciuta.
Necessita di qualche vago preambolo, per la verità.
Un flashback di quattro o cinque anni, una cittadina sbiadita alle spalle, riti di campanelle e ore di ginnastica e parcheggi strategici lungo percorsi consolidati.
Le campanelle erano per me. Non per te che coltivavi con invidiabile e quotidiana inerzia quei dieci anni di ritardo sulla vita, nel frattempo.
La storia è semplice e molto meno romantica di quanto ci si possa immaginare.
Parole, sedili reclinati e corse al mare.
Una banalità che non mi manca ma che ricordo con nostalgia.
Avevi pochi sogni e tutti estremamente misurati, quasi a non voler scomodare il destino.
Una New York lontana e luccicante da tirare fuori alla bisogna dal cilindro delle grandi aspirazioni.
Ti ci eri, credo, affezionato a quel sogno di polistirolo. Talmente da farlo sembrare vero. Il tuo.
Una laurea come un calcio in culo, due o tre lavori sufficientemente meschini, tradimenti addii e riconciliazioni.
Anche scopatine occasionali, a dirla tutta.
E poi quella consapevolezza pacifica, mai assunta e mai contrastata, che questa minestra non andava più riscaldata.
Gli anni passano in fretta quando si travestono da giorni e Settembre arriva come sempre prima per me che per te.
I mesi di posta da smistare, questa volta, sono tre. E non sono mesi facili.
Un addio una malattia e un viaggio.
Se ora mi chiedessi una parola al mese, ti direi così: un addio, una malattia e un viaggio.
A te ci penso poco e mai con dolore e nostalgia. La nostra storia è rimasta pulita dai sentimenti forti e questo mi piace, soprattutto ora.
Dal mucchio viene fuori un rettangolo tutto nero.
Una cartolina, una di quelle spiritose con scritto cittàacaso by night.
Con una grafia che non ripensa spesso a se stessa un la nostra mela buttato a caso sul retro, senza la grazia di una firma o di una maiuscola.
Hai mentito due volte: una, perché di nostro non è mai esistito niente, la seconda perché New York è il tuo sogno raffazzonato, non il mio.
Ma vedo l’inutile leggerezza del tuo gesto
e rilancio con il sii felice più sincero che ho.
Duevoci
-Ma tu ci pensi mai a tutto questo amore sprecato?
-No.
-Meglio.
[Duevoci.
Duevoci che qualche volta si capiscono, spesso si anticipano.
Stancamente si ascoltano.
Giocano a sopraffarsi.
Stanno zitte assieme.
Due voci,
nient'altro.]
Messaggi subliminali
Sono tornato single.
Che fai?
07/07/’09 ore 20:44
Suppongo che la prima parte dello sms dovesse avere più o meno la funzione dei microfotogrammi con le lattine di Coca Cola, durante la proiezioni dei film, al cinema.
Quella di farti venire sete.
Ecco, non ho mai creduto nella pubblicità occulta.
I teoremi di Mister
Tra il vaffanculo e il mi manchi devi lasciar passare un tempo strategico. Se il mi manchi segue a ruota il vaffanculo, ne vanifica irrimediabilmente l’effetto; se lo segue di troppo, non riesce a cancellarne l’impatto devastante.
Il mi manchi va collocato in quella terra di mezzo che è la percezione dell’assenza, la nostalgia: abbastanza lontano da permettere al vaffanculo di produrre i suoi effetti educativi, ma mai troppo, in modo da non perdere il suo potenziale riparatore.
Se al mi manchi, invece, sostituisci il te la do senza discutere, puoi ignorare serenamente ogni variabile e limite spazio-tamporale.
[Mister è uno di quegli ex diventati tali per direttissima. Meno di un ex, o forse molto di più, come spesso ci troviamo a convenire, considerando che è un ex di professione, che nasce tale. Qualche sera capita di parlare, qualche sera capita che gli racconto di me. Fa finta di rimanerci male, quando gli racconto degli altri, dell'altro. Suppongo che lo faccia per compiacermi. Potrei iniziare una rubrica con i suoi pensieri/consigli/ frammenti. Tanto, per il momento, è troppo pigro e troppo saggio per leggere questo blog.]
Siparietti
Mister: -Ti manco?-
Miss: -Non esattamente tu-
Mister: -Ah-
(Certi rapporti possono permettersi di essere sinceri, soprattutto quando non si teme, in alcun modo, di ferire l’altro. Soprattutto quando non c’è nulla da recuperare, nulla per cui lottare, niente da salvare o da voler dimostrare.
Ed è quasi piacevole.)
Normalità
Ci siamo fatti un paio di birrozze, ci siam mangiati lo sformato guardando Il secondo tragico Fantozzi, ne abbiamo sviscerato tutti gli aspetti sociologici possibili e immaginabili (a noi ci piace così), con tanto di puntatina svelta a Svevo e Čechov. Poi è arrivato l’inaspettato SMiSter* della buonanotte con tanto di mi-manchi-tanto-puccipucci-e-bla-bla-bla, ha seguito il lavaggio-dentini e il cicchetto (oh, sorry: lo shottino) di Listerine (chè se non ne butto giù almeno metà pare che non sono soddisfatta) e il simultaneo pensiero di seconda fila riassumibile nella considerazione che con i mi-manchi-tanto-puccipucci di Mister puoi anche incartarci il pesce (giusto per essere eleganti). Una sprimacciata al cuscino, un libro a portata di mano per l’insonnia, buonanotte coinquilini, buonanotte Miss, la pungente consapevolezza che addormentarsi non sarà semplice (non lo è mai). Una rilettura svelta dell’essemmesse, chè i buonanotte-puccipucci di Mister hanno sempre una loro grazia stilistica. Buonanotte Mister, buonanotte anche a te. La confusione di un letto sempre troppo vuoto o troppo pieno. Mai il giusto. Un paio di pensieri smessi, di quelli che tornano solo di notte.
Mezz’ora di normalità, insomma. Normalità che tanto spesso pare far rima con banalità.
Mezz’ora di normalità, e un pensiero più o meno colpevole a chi la vorrebbe, ora, questa normalità.
E allora sì, senza paura, quel “tà” finale, con la sua bella prosodia accesa, rima pure con felicità o, almeno, con tranquillità.
E’ solo che si è sempre troppo presi da altro, per accorgersene.








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