Archivio per la categoria 'Il Kamasutra della Moka'

26
Apr
09

Pranzo della Domenica

C’è un tempo approssimativo. Approssimativo come solo la Domenica sa essere. La Domenica è una zingara che rovista tra gli scarti della settimana: non ha la potenza espressiva di un the end col botto, né l’entusiasmo sottile per proiettarsi in un inizio, il ciclico inizio del lunedì.

La Domenica resta sospesa, limbo settimanale, ignavia temporale.

Dalla stanza a fianco mi arrivano i rumori convulsi di un pranzo in potenza: posate, stoviglie, cigolii di sportelli e incastri di sedie.

Non ho un buon rapporto con la convivialità, trovo imbarazzante lo stare seduti attorno ad un tavolo, a mangiare. I miei pasti sono sempre transitori: sbocconcello davanti alla TV, sorseggio mentre controllo la posta, addento conversando al telefono. L’idea di dare un luogo ed un tempo al cibo mi mette ansia. La sacra immanenza del convivio non l’ho mai sopportata.

Forse è per questo che amo gli aperitivi, quello spizzicare distratto facendo due chiacchiere, quel prescindere dalla tavola imbandita e dalla lancetta che si impunta ostinatamente sul mezzogiorno.

Di là fervono i preparativi. Genitori accorti di coinquilini vari ed eventuali si inventano il rito della domenica, in una casa che, di riti convenzionali, cerca di non averne. O, semplicemente, non sa averne.

I miei pranzi della domenica li ricordo nebbiosi. Da bambina si traducevano nell’eterno litigio per chi avesse diritto a tenere i gomiti sul tavolo, tra noi tre cugini, stretti sul lato breve di un rettangolo. Col passare del tempo è arrivato il galateo: i gomiti andavano tenuti giù e quella correttezza vomitevole di grazie e prego e porgimi il sale, già ci snaturava, togliendoci l’entusiasmo rabbioso dei litigi. Altri cugini si sono aggiunti, negli anni, mentre le domande di una nonna brillante-ma-invecchiata divenivano ossessive, cicliche, estenuanti, dimentiche di se stesse appena proferite e rimpinzavano i silenzi perplessi di chi non ha poi molto da dirsi. Poesiole in piedi sulle sedie di paglia, gnocchi fatti in casa, assenze sempre meno ingombranti, la guerra e i suoi racconti, e i tedeschi, e gli americani, e. Nella prima adolescenza intervenivo con decisione nei dibattiti della domenica, sbandieravo i miei eccentrici punti di vista, giocavo a scagliare sassi nello stagno dell’indolenza bigotta dei convitati. Poi il gioco, come ogni gioco, ha iniziato a stancarmi e allora la tavola della domenica è diventata una pozza piatta e vischiosa, ho imparato il silenzio autistico di chi sente il mondo come un rumore di fondo, un brusio leggero destinato ad estinguersi.

Non ci sto ad affidare al cibo il ricordo stinto dei nostri reciproci sentimenti, non ci sto a confondere il silenzio con lo sferragliare delle mandibole. Il sangue è bugiardo, l’amore si costruisce e noi già da un pezzo lo abbiamo sostituito col suo surrogato polposo: il sugo.

Mi capita sempre meno spesso di essere lì con loro, a fingere di volersi bene. Il cibo della Domenica non mi dà tepore, lo ingoio a cucchiaiate svogliate, concentrandomi sui sapori che fanno a pugni tra di loro e sulla natura esanime del polpettone: queste Domeniche  senza amore guastano il cibo.

E non chiedetemi di fare il caffè. Il caffè, come i sentimenti, è un rito. E’ l’amore che spinge l’acqua su per il filtro, impregnandola di nero e d’aroma, è il volersi bene che spinge a stare insieme e a raccontarsi. Non il contrario. Noi siamo passati dal rito all’abitudine senza accorgercene. Tentiamo di usucapire l’amore per vicinanza geografica, per numero di contatti.

E questo sterile rapportarsi, al massimo, merita il gusto slavato di un caffè solubile.

09
Nov
08

Metto su la moka

una serie di immagini si lasciano rincorrere, come nel gioco dei puntini numerati, assecondando la progressione del ricordo: aggrappandosi l’una all’altra, presentandosi in dissolvenza, succedendosi, lievi, sul proiettore della memoria.

La mia vita in caffè.

Gli attimi quotidiani di pausa, covando con gli occhi una vecchia moka annerita. Le nottatacce di studio e di veglia. I day after, le domeniche stravolte, le file ai distributori, all’università, coi pensieri sempre troppo eterei e impalpabili per poter essere comunicati.

I risvegli morbidi, magari in compagnia.

Il sapore che ti rimane, dentro. La voglia di assaggiarsi.

Gli scuri beveroni londinesi: anche quelli erano caffè.

Quelli intensi, forti come un brivido lungo la schiena, sinuosi come uno scialle nero. Quelli bruciacchiati: dall’altro e dalla voglia, dalla distrazione e dall’incuria, dal sonno, dalla noia. Quelli offerti, quelli ricevuti, quelli macchiati che si fanno ricordare con dolcezza.

Gli espressi scuri e velenosi, tutti d’un sorso: vita e amarezza, ingoiata in un attimo.

Sarebbero tanti, troppi da raccontare. Ordinare, catalogare, collocare sull’asse spazio – temporale e su quello emozionale.

Ma questo è un post breve: giusto il tempo di un gorgheggio, di uno sbuffo di fumo, del profumo deciso che si spande, intorno.

22
Set
08

Un caffè. Antiteticamente.

Odio i vecchietti che mi sbirciano il decoltè, però solo se sono lucidi e arzilli. Con quelli male in arnese prevale la compassione. Che quasi mi avvicinerei per farli sbirciare meglio (bambini miei).

Amo il 22 Settembre perchè ognuno si veste un po’ come cazzo gli pare: indistintamente si inforcano infradito sabbiose o stivaletti di pelliccia di foca. E non è il clima a disciplinare la passerella, ma il tempo umorale, quello che ti senti dentro, che sul limitare delle stagioni si amplifica incedibilmente.

Odio essere fissata, mi imbarazza, la trovo una cosa estremamente intima. Una violazione bella e buona dell’anima.

Amo inchiodare con gli occhi, arpionare pupille a pupille, imporre il mio ritmo di respiro e la contrazione dei miei muscoli. Così, guardando. Ma solo quando voglio io.

Odio il portiere che mi saluta viscidamente, che si attarda a fissarmi quando ormai gli dò le spalle.

Amo scendere a prendere il caffè, fare lunghi giri contorti e solitari per arrivare sempre negli stessi posti.

Odio il traffico congestionato e gli autisti scazzati che non rispettano i passaggi pedonali.

Amo fare un cenno di ringaziamento agli automobilisti che rallentano per lasciarmi passare, anche se non sono sulle strisce. A quelli potrei dedicare una sculettata, se proprio fossi particolarmente ispirata.

Odio i lampadati, i pompati, gli anabolizzati, i tirati, i lucidati, gli impomatati.

Amo qualcosa di tutti gli altri, più o meno.

Odio i sorrisi di circostanza.

Amo sorridere ai bambini, per strada.

Odio il caffe bruciato.

Amo i baristi simpatici che mi augurano buona giornata sorridendo. Se calvi con grazia poi, è il top.

Odio il riporto e trovo estremamente patetici gli uomini col riporto.

Amo il mio amore per le imperfezioni: rughe, asimmetrie, cicatrici, calvizie drasticamente corrette da rasature radicali, nei.

Odio i cambi di rotta improvvisi e senza ragione apparente.

Amo i cambiamenti, li ricerco dal piccolo al grande. Sorrido per un’alba come per una tempesta marina. Per un giro in centro come per un anno a Bogotà.

Odio essere ignorata, essere messa da parte, essere mortificata con frasi che mi relegano ad una categoria: le mie ex, le mie amiche, le mie allieve, le mie donne, le mie confidenti, i miei flirt. Io sono io: se dovete marchiarmi, abbiate la compiacenza di farlo a bassa voce.

Amo suscitare ricordi specifici e coltivare ricordi specifici. Stupire con la mia portentosa quanto inutile memoria fotografica. Lasciare tracce di me.

Odio i clichè. Inoltrasi per percorsi già battuti. Attardarsi in conversazioni sterili. Recitare sempre sullo stesso canovaccio.

Amo i riti. Quello dell’attesa e quello dell’addio. La ciclicità dei giorni e delle stagioni. Il riproporsi di certe voglie e di certi sentimenti.

Odio chi recita nella vita vera.

Amo accentuare la realtà, renderla caricaturale, grottesca, cinematografica.

Odio chi non sa andare oltre lo sguardo globale.

Amo chi ama i dettagli. Amo i dettagli. Io sono un dettaglio. Un imprescindibile dettaglio.

Odio la mollezza, l’inconcludenza.

Amo la casualità e il prestigiare del destino.

Odio i risvegli convulsi, col solletico alla bocca dello stomaco.

Amo le attese ansiose, col solletico alla bocca dello stomaco.

Odio quando mi dici forse oggi, preferisco un sì, tra un anno!

Amo quando quel forse oggi diventa inaspettatamente realtà.

Odio chi ha mille certezze, chi sa di essere dalla parte della ragione, chi non si chiede mai perchè, chi non è disposto al cambio di opinione. Parimenti odio le bandiere al vento, i senza-ideali, gli opportunisti e quelli che ballano disinvolti sulla scacchiera degli eventi.

Amo chi ascolta, chi non chiude l’audio, chi non ripete convulsamente lo so, chi riduce i punti esclamativi, chi presta attenzione agli incisi e alle parentesi.

Odio chi mi odia.

Amo chi mi ama.

Odio chi mi ama.

Amo chi mi odia.

Perchè questo non puoi pianificarlo. Non puoi stabilirlo prima.

Ma una certa dose di tatto, ecco, quella è sempre apprezzata.

31
Ago
08

Cortado con leche

La prima domanda da porsi è:

C’è uno strano legame di inversa proporzionalità che lega il “proposito di ritirarsi presto” all’ “ora effettiva del rientro“?

La questione potrà apparirvi banale e irrilevante, ma vi garantisco che ha una qualche affinità col caffè che ho intenzione di raccontarvi oggi.

(Mi piace l’idea di raccontare un caffè, sì.)

Provengo da giorni mediamente convulsi: stato di paranoia accentuato, studio della Malefica Economia Politica, mal di stomaco da somatizzazione nervosa, ecc. ecc. ecc. .

Condisci tutto questo con serate mediamente sregolate, che si sa quando iniziano, ma non si sa come finiscono, e il quadro è completo.

Il mio stomaco, in religiosa genuflessione, mi sta scongiurando da un paio di giorni di non assumere il nero veleno.

Allora gli indòlo la pillola, con un cafferino leggero leggero, reinterpretazione personale di uno spettacolare Cortado leche leche sperimentato un annetto fa nella bella Tenerife del nord (e preciso del “nord”, che qua a noi le cose troppo turistiche non ci piacciono).

Cortado con leche

La base è costituita da un caffè leggero: riempite a soddisfazione d’acqua la fida cinquetazze e, con una miscela dolce (non quella da espresso, per intenderci) rinpinzate ben bene il filtro, senza pressare troppo il tutto.

Raccomandazione: non v’azzardate a provarci con una vile pastocchia decaffeinata, chè vi disconoso e vi interdico l’ingresso al blogghe (sai che punizione esemplare…).

Non zuccherate il caffè.

In una tazzina amalgamate un buon cucchiaino pieno di latte in polvere con un goccetto di latte scremato, fino ad ottenere una cremina omogenea e compatta.

Versateci sù il caffè e miscelate il tutto. Bevete con serenità e lungimiranza d’animo. (Eh?!)

A me, in realtà, piace pure fare un’altra cosa: dopo aver preparato la cremina di latte in polvere, la allungo con qualche goccio di caffè e rimescolo, ottenendo una specie di schiumetta dall’aria molto invitante. Poi ci verso sù il caffè restante, lentamente, in modo che non si misceli completamente alla crema sul fondo, ma che resti in parte, nero e amaro, in superficie.

Poi me lo calo tipo cicchetto (tipo shottino, per gli anglofoni e i fighetti) in modo che prima shocco le papille gustative con l’incontro inaspettato e amaro con un caffè assolutamente non zuccherato, e poi le stupisco e le blandisco con l’approccio alla schiumetta di latte in polvere, dolce e avvolgente.

E anche per oggi è tutto.

Buon caffè!

29
Ago
08

Il Kamasutra della Moka

Allora, premetto che sto furiosamente sbarellando sotto gli effetti (malevoli & benevoli) della caffeina.

Considerando che, almeno nell’ultimo periodo, il caffè è l’unica cosa nei confronti della quale nutro un sentimento che può approssimativamente definirsi “Amore”, decido, oggi, di iniziare su codesto blogghe una rubrica che racconti di quest’amore e delle sue molteplici forme ed espressioni.

Una specie di Kamasutra della Moka, giusto per capirci.

E dato che la denominazione “Kamasutra della Moka” mi piace abbastanza, fino a nuova deliberazione è così che si chiamerà la pseudo rubrica di cui sopra.

(Ora il mio pensiero va, divertitamente, a coloro i quali si imbatteranno nel mio blogghe cercando tutt’altro. E con loro mi scuso sin d’ora.)

Ed ecco il primo articolo:

Ristretto con cacao amaro

Stamattina la mia voglia di caffeina si presentava complessa. Esigente.

Smaniavo per una martellata adrenalinica prêt-à-porter, più che per un caffè. Ho dato un’occhiataccia alla mia enciclopedia mentale (composta di cazzate, più che altro) e mi sono imbattuta nel ricordo di questo caffè denso e aromatico, vero must personale di qualche anno fa.

La preparazione è semplice:

Dopo aver sciacquettato approssimativamente la moka, ci si mette l’acqua. ATTENZIONE! Trattandosi di un ristretto, il quantitativo d’acqua deve essere più o meno la metà di quello che impieghereste per un caffè normale.

Per quanto riguarda la carica del filtro, io procedo così: lo riempio per metà, curando di pressare bene la polvere di caffè, poi aggiungo un cucchiaino raso di polvere di cacao amaro, per poi completare il riempimento con la polvere di caffè. Livello col cucchiaino, ci incido una “A” sopra perchè sono scema, e procedo alla chisura della moka. (Rischiando di slogarmi un polso).

La metto sù a fuoco piuttosto lento, e intanto preparo una tazzina di vetro con un paio di cucchiaini scarsi di zucchero.

La vigilo amorevolmente.

La sollevo dalla fiamma quando il caffè inizia ad uscire.

Inalo religiosamente l’aroma delle prime gocce, le migliori.

Smorzo la fiamma prima che la moka inizi a vomitare qualla schiumaccia giallognola e bagnaticcia che (de gustibus) rovina tutto.

Verso il tutto, bollente, nella tazzina e miscelo col cucchiaino. (Concedendomi il conformismo di girare in senso orario).

Degusto L E N T A M E N T E .

Amen.

N.B.: Sconsigliato agli ipertesi e agli schizzati redenti, o comunque con intenzione di redimersi.

28
Ago
08

Il dio del caffè

Ok.

Attimi di quotidiana schizofrenia.

Metto sù la moka, una prosperosa cinquetazze dal ventre generoso. Sono inebriata dall’odore della polvere di caffè. E ho detto odore.

Un profumo ti piglia il cuore, la mente, i ricordi.

L’odore va dritto ai sensi. E’ qualcosa di molto più istintivo e primordiale. E’ qualcosa che stuzzica le pulsioni. E per questo ho detto odore.

Infiammo il fornello senza particolari difficoltà. Abituata a certi clichè romani (ricerca dell’accendino, prova dell’accendino, constatazione dolorosa della non fungibilità dell’accendino, richiesta dell’ausilio tecnico di coinquilini vari ed eventuali) mi sembra un semi miracolo. Mi sento una novella Prometea.

Il caffè è un rito, e non lo dico perchè sono del sud, nè perchè sono un’appassionata e sentimentale cultrice di Eduardo de Filippo.

Ci vuole una meticolosità tutta rituale per farlo venire buono.

Richiede lentezza.

Quando lo sento gorgheggiare mi appresto a sollevare la moka dalla fiamma: deve uscire lento, il calore non lo deve forzare (e mi viene in mente qualcosa di affine, ma mi asterrò dal farci cenno), deve scivolare piano, aggrappandosi alle pareti della moka, misurando il condotto viscidamente. Si deve impregnare di sè. Deve dar prova di tutta la sua viscosità.

Fisso il filino scuro di liquido che scende, mi godo la misticità del momento: se prima o poi mi verrà voglia di credere in qualche dio, sarà il dio del caffè. Quello che porta ad ebollizione l’acqua e, facendole vincere la forza di gravità, la spinge nel filtro, ad impregnarsi di nero e di sapore.

Uno squillo acuto mi disturba: il telefono.

Per quanto lo odi, lo squillo compulsivo del telefono mi getta in uno stato di ipertensione cosmica. Rispondere si configura come necessità assoluta.

Mollo la moka sul fuoco, stizzandomi per lo scempio che quella temperatura troppo alta e quella risalita troppo rapida imporranno al mio nettare, e corro.

Mi fiondo sul coardless. Esso non trilla. Ci metto qualche secondo a realizzare che è scarico: dimenticato lontano dalla base probabilmente da giorni.

Raggiungo il primo fisso che mi trovo a tiro.

Ma è tardi. E’ muto.

Di fretta compongo il 400. Ascolto la fastidiosa voce di seta della signorina virtuale, che immagino come una crisalide in un bozzolo di tulle rosa. Riconosco il numero.

Un 333 storico che mi appresto a richiamare.

Con foga, aggiungerei.

Un’altra voce di seta mi risponde. Non c’è campo, oppure ha spento. Insomma non c’è nulla da fare, fai un po’ tu.

Breve cenno cerebrale all’ineluttabilità del destino e all’assoluta inutilità di ritentare.

Certe cose sono come le onde: vanno e vengono, e quando ritornano non sono mai le stesse, acque bastarde, acque diverse.

L’odore di bruciato viene a prendermi per mano fin giù alle scale. (Un altro odore: stuzzica le corde della rabbia, questa volta). Tiro giù un paio di santi, giusto per non esser da meno.

Lo faccio per clichè, interpreto la me stessa incazzata e vile. E mentre lo faccio un altro paio di me (l’osservartice e il censore) motteggiano di gusto:

- Smettila di bestemmiare!

- Che ti frega, tanto manco crede!

- Appunto, che senso ha?

- Sta recitando, non lo vedi?

- Sì, vedo. Recito anch’io, non te ne accorgi?!

Intimo a tutte quelle me di tacere. E preparo l’aria più sentitamente tragica che ho.

Le mattonelle della cucina sono tempestate di lentiggini, e la moka emette un rantolo sofferente. Spengo tutto, ci dò di spugnetta.

Maledico tra me, me e me quel 333 e il suo titolare frettoloso. O confuso. Confuso e frettoloso. Frettolosamente confuso. Confusamente frettoloso.

Come me.

Carico di nuovo la moka, chè c’è sempre tempo per un caffè.




divago ergo sum

Sono Alessandra, bipede, femmina, respiro e poco altro. Sono Jaqueline, fumo Vogue alla menta e ho la "r franscese". Sono Miss, sono più vera del vero, o almeno ci provo. Sono IO, coerente all'incoerenza, e scusatemi se è poco.

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