Grazie, anche a te
A un certo punto ti ricordano perché hai voluto loro bene.
Non lo fanno di proposito. Magari è un attimo, una foto, uno sguardo, una brevissima parola.
La passione passata e perfetta e il contrasto bruciante che rassicura le vecchie scommesse e scalfisce la rabbia sempre nuova sono la più drammatica
(e definitoria e conclusiva e netta)
forma di ricordo che io sappia praticare.
[E' bello fuori. Ora esco a prendermi tutto quello che c'è.]
La domenica è una malattia che non passa
e Roma invasa dal sole fa da perfetto involucro al malessere.
Ho l’abitudine al fastidio e la domenica ho la netta percezione di non essere altro che un groviglio di cose scomposte attorno ad un pugno di male.
Le parole, unico formato in cui riesco a concepire la bellezza, mi si affollano in gola isolando il corpo dal pensiero, creando quella strozzatura infame, necessaria, drammatica, tra una quotidianità superficiale e accettabile, persino felice, e il baratro del resto.
Una volta ho visto i palloni diversi e numerosi bloccati in una diga del Tevere, tormentati dall’acqua sporca senza possibilità di riscatto.
Così.
Sono così abituata alle bugie che non faccio che cercarne.
In questo spasmodico sforzo di isolare una briciola di vero, setaccio il resto con ottusa meticolosità, accendendomi di entusiasmo nero solo alla vista di grossi grani di ecco, lo sapevo.
So che mille ipotesi verificate non valgono una falsa.
Mi preparo al peggio.
Alla nettezza che lui solo sa dare.
Io non me la posso più permettere la tristezza
questo so.
Tutto il resto è banale, negoziabile conseguenza.
Lunatica
Tra le parole che comincerò a considerare come non apposte, assieme alle persone che le pronunciano, c’è questa. Lunatica.
Passi la poca grazia del lemma e la sua radice facile, passi che con una kappa al posto della ci diventa la discoteca sommo simbolo e sommo untume della mia prima adolescenza.
Io non sono lunatica.
Mi piego alle leggi del mondo di azione e reazione. Ogni mio comportamento è perfettamente e logicamente motivato e se vieni qua, un po’ più vicino, te lo spiego pure con le mani.
Io non sono lunatica. Quel tratto di imponderabilità uterina non mi appartiene.
Sono antipatica, forse stronza, sostanzialmente gentile, pensosa e pensierosa e inutilmente sorridente, cronicamente permalosa, attaccabrighe del lunedì, ma lunatica no.
Bilancio la causa e l’effetto con le dita e con la pelle e se dall’epicentro del dramma, dall’occhio del ciclone della mia rabbia, vengo fuori, respiro, sorrido e ti chiedo che c’è? non è perché sono lunatica, povero stronzo. È una scelta opportuna, l’autofferta di renderti un nulla piacevole.
È logica perfetta.
Perfetta, spicciola logica della felicità.
(L)ode alle mani
e alle bocche, ai polsi, alle clavicole.
A quello che si tocca e che si fa toccare.
Riflettevo
sull’inutile ambiguità dell’espressione “non ho voglia di niente”.
Con sgradevole automatismo indossavo il mio approccio dirimente.
Non ho voglia di niente. E di cosa, allora?
Non ho voglia di niente. Ma un non non è mai per caso.
Poi mi sono ricordata che il niente non è un desiderio: è una condizione.
E una condizione, in quanto data, confligge con le voglie e la loro necessaria anarchia.
Il niente non si vuole, al niente ci si rassegna. Ci si accuccia dentro per noia, per stanchezza, per inerzia.
Quel non, allora, mi è suonato di sommessissima protesta, di insulto a denti stretti, di indisciplina concettuale che non consola, ma beffa se stessi quel tanto che basta a non pensarci troppo.
Il meglio di te
ero io.
Se non me lo dici
non lo so.
[E anche se,
voglio sentirmelo dire.]
Magari un giorno
la birra tornerà a non avere, sul fondo, il sapore della malinconia.
[Alla Domenica.
Al suo tipico iniziare con sfibranti rendiconti di rabbia.]
È che l’ottimismo
gioca sul lungo termine, fa di un ipotetico e futuro successo la forza di propulsione per un movimento attuale, vuole ipotecare un esito non conoscibile, un magari ancora da inventare.
A me piace l’entusiasmo, invece.
L’inizio senza una ragione, la forza cieca del principio, l’aurora estatica dello stato nascente.
Tra gettare il cuore oltre l’ostacolo per poi correre a riprenderlo e tenermelo stretto in petto e farmi guidare a ragtime io, neanche a dirlo, ho sempre scelto la seconda.








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