Archivio per la categoria 'La scatola delle parole di Miss'

08
Nov
09

Ricordi? Pioveva

E gli androni dei palazzi erano stretti e troppo illuminati.

Era un tripudio di clacson e io portavo qualcosa di rosso. Una sciarpa, un cappello, ora non saprei, così sbiadito com’è.

La strada era lunga, e la voglia inciampava ad ogni buca nell’asfalto.

I capelli si imperlavano di gocce, il trucco colava giù per le gote, le mani si facevano impazienti.

Ricordi? Pioveva.

Piove sempre nei nostri ricordi.

E io indosso qualcosa di rosso.

E la strada è lunga

e i clacson, l’asfalto,

e le mani,

e.

09
Ott
09

Ho ancora

troppi dei tuoi sorrisi a perdere

incastrati tra i miei perchè.

07
Ott
09

Certe porte

stanno lì per lasciarsi bussare.

Si tengono su perchè noi tendiamo l’orecchio,

perchè attendiamo attese  spesso disattese,

perchè carezziamo maniglie,

perchè inventiamo passi

lontani

cauti,

e poi li sentiamo rallentare

e poi lasciamo che ci illudano.

E sorridiamo alla malinconia,

mentre, decisi, guadagnano un altro uscio.

04
Ott
09

Tu chiedi chi erano i Puddle of Mudd

I Puddle of Mudd sono un gruppo alternative metal statunitense, formatosi nel 1993 a Kansas City per iniziativa di Wes Scantlin.

dice Wikipedia.

Per me i Puddle of Mudd erano quelli che cantavano She hates me, che, per i più spregiudicati, c’aveva pure la parolaccia censurata nel ritornello (She fu***n’ hates me/la la la la) con tanto di tripla stelletta che fa sempre tanto figo.

Questa canzone uscì come singolo nel 2002, e, a quanto ricordo, ebbe un discreto successo, infatti MTV (fonte indiscussa delle acquisizioni musicali condivisibili col gruppo dei pari) la proponeva spesso.

Del 2002 ho ricordi confusi.

Sono cresciuta in un piccolo paese, io. Duemila abitanti, poco più. Forse è per questo che mi porto questa voglia malata di novità stampata  a fuoco nell’anima.

Sono cresciuta in un paese di duemila abitanti, e con tutto che i quattordici anni sono l’età della scoperta (sì, a contare sulle mani ne avevo quattordici, di anni, nel 2002) c’era veramente poco da scoprire in un paese di duemila abitanti.

Era estate, è sempre estate quando succedono le cose, e dopo qualche settimana avrei iniziato il liceo. E lì che le cose sarebbero cambiate (oh yeah!).

In un paese di duemila abitanti se ne arriva uno nuovo la novità è notevole. Immaginatevi se ne arrivano undici, di novità.

Una squadra di calcio, esatto. Undici giovani manzetti arrivati da tutt’Italia per foraggiare una nascente società sportiva, rapidamente tracollata di lì a poco.

La mia novità aveva i capelli e gli occhi neri, le vocali molto aperte e una lievissima e  piacevolissima zeppoletta in bocca, che addolciva quell’aspro buono sul fondo delle parole, testimonianza innegabile dell’isola che gli aveva offerto i natali, al mio manzetto bruno.

Aveva diciassette anni, diciotto al massimo. A me sembravano più o meno un’eternità.

Fu una scoperta breve, il calciatorino siciliano, stretta tra un ritorno dalle vacanze in Sardegna con mammina e papino, e l’arrivo di Settembre.

E a questo punto tu potresti chiedere e che c’entrano i Puddle of Mudd?

Eh.

Ce l’ho ancora da qualche parte. In qualche diario, sicuramente.

Un foglietto spiegazzato, a quadretti, con  i buchi da un lato. Un foglio da raccoglitore, insomma.

Scritto fronte-retro, penna blu, stampatello incetro. Testo e traduzione.

Testo e traduzione di She hates me, (Mi odia fottutamente: così era stato tradotto).

Al sicilianino non era piaciuto come l’avevo trattato. Non gli era piaciuto come avevo accolto l’arrivo di settembre, come gli avevo detto che sai, il liceo, nuova gente, nuove cose, mi piaci ma.

Mi stava dando della stronza. E la cose risultava fottutamente piacevole.

Gli mollai in bacio sulla guancia, che tentò di respingere con una certa classe, e me ne andai, entusiasta, stronza e sculettante.

Dopo qualche settimana, come era giusto che fosse, ci ripensai, ci versai qualche lacrima e saltai un paio di pasti. Ma anche per lui Settembre aveva voluto dire cambiamento: lo vidi un paio di volte in giro con una ragazza poco più grande di me, ma con un grado di competenza tecnica che probabilmente io non ho raggiunto ancora e difficilmente raggiungerò. Poi tornò nell’isola natale.

E poi niente più.

Io misi quel foglietto scritto fronte-retro nella teca dei cimeli e andai a collezionate altri stronza, e a dirne, e a starci male questa-volta-non-per-finta, e a fingere di sculettare felice, o a sculettare felice davvero. Sempre meno stronza, sempre più sincera.

Sempre meno sincera, sempre più stronza.

E quindi non ti stupire se tu chiedi chi erano i Puddle of Mudd e io ti rispondo che erano un gruppo folck siciliano, che si esibiva in tenuta da calcio e raccontava la storia di una finta-stronza e di un finto-innamorato che si erano salutati un po’ male in un giorno di inizio settembre.

17
Set
09

Cuori singoli

Io non ho tanto amore.

Forse ho un cuore piccolo, un cuore monoposto, come le brande da campeggio che ti muovi un po’ e già sei con le braccia penzoloni e i piedi che sconfinano.

Un cuore monolocale, dove, per guadagnare spazio, devi giocare di incastri, di formule salvaspazio e di soppalchi. Un cuore da arredare da Ikea, insomma.

Ce le ho sempre tenute un po’ rannicchiate, le persone. Meglio se sedute, attente a non sbattere la testa contro il soffitto, caute nei movimenti. Mai più di una per volta.

Ho poco amore e il cuore piccolo, allora tocca fare i turni.

-Venerdì dalle 16 alle 17 le va bene? Altrimenti se ne parla  la settimana prossima-

Ho poco amore, ho il cuore piccolo e ne ho solo uno. E allora, per favore, lascia le chiavi, quando esci.

Sì, sotto al tappeto va bene.

No, non le puoi tenere e darmele poi.

No, non puoi ripassare a prendere la tua roba, portala via ora.

Sì, tutto.

Anche la chitarra, per carità.

31
Ago
09

L’alternativa

Resta lì. sta fermo.

Devo poterti vedere fino a quando non giro l’angolo. Sta fermo resta lì, per favore.

Dammi l’illusione di trovarti, se decidessi di tornare.

Resta fermo, guradami, non voltarti.

No, non voglio restare. Sto cercando forza per andarmene, ma  tu non te ne andare.

Resterai a chiudere l’uscio, lascerai le chiavi al portiere, scenderai la spazzatura e ti concederai il lusso di qualche ricordo. Ma ora guardami senza pensare. Devo vederti l’eterno dentro, devo credere che tu resterai, che vuoi restare.

Io cammino, ma ti guardo. Tu seguimi, ma non mi fermare.

Dammi l’illusione che ci sarai, che tutto è reversibile, che tutto si può rifare. Dammi la certezza del tuo sguardo pronto a carezzarmi, delle tue mani pronte a riafferrare. A stringere a strisciare.

Della tua bocca pronta a mordere e delle unghie pronte a graffiare.

Fallo per quello che siamo stati, sii la mia alternativa stabile, quella che non sceglierò, quella dalla quale voglio scappare.

Con la valigia pronta in mano, non dovrebbe essere difficile dirmi “Non te ne andare”. Una bugia, una in più, che ti costa: tu sai mentie.

Fammi sentire che non ti perdo e che non mi perdo

 e convincimi ad andare.

08
Lug
09

Io vomito

Gli eccessi d’alcool, le infelici combinazioni di cibo, la dolcezza  chimica dei marshmallow e il retrogusto rancido della cucina cinese.

Io vomito.

Vomito il disagio, vomito le notti insonni e le ansie. Vomito il dolore, vomito il dispiacere.

Vomito.

Il mio stomaco non tiene,  è il convettore di  tutto il mio fastidio, di tutte le paure, i timori. I dolori.

Con l’amore malato che ho per il limite, vomitare è l’unico modo facile che conosco per valicarlo e ricominciare.

Vomito perchè devo essere satura, per dire basta.

Vomito perchè le emozioni non le so fermare, perchè a grattare sul fondo con le unghie non so rinunciare.

Vomito perchè devo essere disgustata per rinunciare, nauseata a forza del troppo, per smettere.

Stasera l’ho capito.

Tutta quest’ansia, questa voglia, questa frenesia. Tutto questo fare incetta di sensazioni, eccedere, dire di sì.

L’ho capito, stasera.

Le ho viste nitide e chiare le due dita in gola della mia smania:

Vomitare, ripulirsi e andare oltre.

L’ho capito stasera, sai.

Io sto cercando di vomitarti.

[Disclaimer: i rigurgiti ai quali si fa riferimento in questo post, sono metaforici. Se rimetti abitualmente, hai un problema, che io rispetto, ma non cercare solidarità/conforto/vicinanza nelle mie parole.
Questa non è, parimenti, un'esaltazione della pratica del vomito, quindi se sei un'eroina che vuole depurare il mondo dai disordini alimentari, libera la tua vis retorica altrove.
E' già successo di venire fraintesa e di essere accusata di: sciacallaggio, discriminazione sessuale, incitamento alla prostituzione et similia.
Se vuoi moraleggiare ad ogni costo, pur non avendo spunti, fuori dalle palle.
Grazie ]
13
Giu
09

Quasi Picasso

Di lui collezionavo dettagli. Ricordavo tutto, incasellavo, meticolosa, ogni sillaba, ogni stralcio di mondo, di racconto, di vissuto.

Stavo lì, in silenzio, e ascoltavo il flusso discontinuo delle parole. Parole forzate, talvolta, dette nella debolezza transitoria di un sospiro, di un ricordo un po’ più ingombrante. Parole approssimate non fatte per esser conservate, piuttosto per sfuggire, per riempire lo spazio breve di un silenzio e fluire via.

Le sue parole erano farfalle che andavano ad incastrarsi nel retino della mia memoria. Le guardavo dibattersi con le alucce delicate, stancarsi poco a poco fino a rimanere immobili, con le ali giunte, perfettamente combacianti. Non mi piaceva appuntarle con grossi spilloni: preferivo lasciarle così, sospese e quiescenti, pronte a risvegliarsi al primo alito di vento. Sentirle mouoversi, vorticose e scomposte, mi spezzava il respiro ogni volta, ad ogni giro di ricordi.

Non collezionavo solo le parole, di lui. Dalla mia ottusa postazione di silenzio (non domandavo, non mi informavo, preferivo scoprire da sola, con cautela e circospezione) ero bramosa di dettagli, di schegge: la lunghezza delle dita, il sapore della pelle, certe strane e fugaci espressioni del volto. Il puzzle lo completavo io, a forza di supposizioni.

E così venivi fuori, emergevi dalle mie farneticazioni e dalle mie istantanee: zombie emozionale, riflesso distorto, folle picasso sconclusionato. Accozzaglia di dettagli e colori, orecchi, nasi, brandelli di pelle e sensazioni.

Mai avrei osato chiedere: mi accontentavo di quello che lasciavi capire. Forma estrema di rispetto e di paura, la mia. Quando restavo sopraffatta dalla brama e dall’insoddisfazione, rimanevo zitta, immobile, a confortare quel dolore solo e soltanto mio, che nemmeno ti chiedevo di sentire.

Talvolta sospettavo che soffrissi della mia stessa malattia: la smania di restare in superficie di chi troppe volte ha sbattuto contro il fondo, perso nel suo slancio sincero e senza protezioni. D’altronde non potevo saperlo, i tuoi silenzi rozzi erano come fondi di caffè: si coloravano di problematicità e di strafottenza, di sensibilità e di disinteresse a seconda dei giorni, del mio umore e della mia voglia di leggerci dentro.

Non accettavo, supina, tutte le tue decisioni. Ma  non sapevo oppormi alle indecisioni.  Non ho mai saputo recitarle quelle frasi da film: -Questa sono io e quella è la porta!-. Io mettevo in conto sempre la terza ipotesi: quella della finestra aperta sul retro, anche durante la notte.

Il mio punto di vista, una volta solido e incorruttibile, ora si faceva di creta fresca da modellare sul tuo.

Eppure non ero schiava di quello che, ora, non chiamerei neppure sentimento. Sceglievo, io.

Sceglievo ogni volta. Sceglievo dolorosamente. Affrontavo il travaglio interminabile dell’incertezza e il parto della decisione.

Sceglievo con convinzione.

Sceglievo con motivazione.

E, oltre ogni determinismo, 

sceglievo sempre te.

30
Mag
09

L’incavo del gomito

L’antro onesto dei brividi, quelli che puoi raccontare.

Ti tengo lì, in superficie, nascosto appena dal braccio che si inarca per cullare.

Per abbracciare, per chiudere.

Per trattenere.

Ti faccio onesto, a fior di pelle, ti mostro alla luce del sole, lasciandoti guardare.

Ti tengo a  sfiorarci lì, dove non ci si può vergognare.

30
Apr
09

Ti voglio facile

Ho sempre pensato che lui sentisse i miei vuoti, che cogliesse da lontano quei momenti di interregno emozionale che, così spesso, ghiacciavano le mie relazioni. E che colasse, piano, per riempirli.

Lui non chiedeva, non faceva promesse nè voleva pegni, in cambio. La sua era una proposta spicciola e silenziosa, quella di carezzarsi per un po’, magari, di fingeresi ubriachi per poi reclinare i sedili. Mi sarebbe apparso squallido, se non fosse stato per questa faccenda della tempestività. E, non che passasse la sua vita ad osservare le mie mosse! Attratto, com’era, dal pacchiano, credo che mi abbia sempre considerata esteticamente insulsa. Le ho viste le sue donne, tutte di bellezze grossolane e appariscenti, come le femmine polpose dei video delle canzoni reggaeton. Non so cosa cercasse in me: tolti i sentimenti, ai quali rinunciavamo senza rimpianti, e una fisicità prorompete, che di certo non mi apparteneva, non so cosa potesse interessargli di me.

I nostri dialoghi erano motteggi fitti di ghigni e frecciatine: ironizzavamo l’uno sulle abitudini dell’altro, ci insultavamo e ci scaldavamo. Le nostre serate le trascorrevamo in auto, lui alla guida e io accanto. Non ricordo di aver mai passaggiato con lui, o di averci visto un film. Ci fermavamo per fumare e per bere, ma erano pause brevi, di necessità, come se quest’andare senza meta ci incalzasse irrimediabilmente.

L’auto era il perimetro delle nostre faccende. Fuori, probabilmente, saremmo stati dei perfetti sconosciuti. La nostra ritualità era metodica: ogni volta sembrava la prima volta, con le sue strategie di avvicinameti e le sue mani incerte. Eravamo noi, gli stessi, imprigionati in un clichè adolescenziale. Dopo c’erano sempre le coccole, anche quando, spesso, non le avrei volute. Era il suo modo di fare le cose per bene, evidentemente.

I -ci sentiamo- di commiato erano una promessa mai disattesa: potevano covare attese lunghe mesi, ma alla fine venivano esauditi. Non ho mai capito come facesse a indovinare i momenti in cui avevo il cuore sgombro. Io, d’altronde, non lo avrei mai cercato di mia iniziativa. Eppure, col suo discreto e insinuante manifestarsi, mi si configurava come necessità. Una di quelle necessità banali e essenziali, come il bere e il respirare.

Non mi soddisfacevano quegli incontri, non erano la botta di vita che si cerca per ripartire, per rimettersi in sesto. Li accoglievo con stanca rassegnazione, come un temporale un lunedì di Marzo. Non c’erano palpitazioni, non c’erano preoccupazioni, non c’era quell’effervescente condizione di stato nascente. Ma neppure c’erano la noia e il fastidio della routine, la gabbia opprimente del clichè, l’assillo categorico della progettualità.

Ci volevamo e ci prendevamo, così. Mi voleva e mi lasciavo prendere. Lo volevo e lui veniva a prendermi.

Non ci volevamo, magari.

 Ma era così dannatamente facile aversi…




divago ergo sum

Sono Alessandra, bipede, femmina, respiro e poco altro. Sono Jaqueline, fumo Vogue alla menta e ho la "r franscese". Sono Miss, sono più vera del vero, o almeno ci provo. Sono IO, coerente all'incoerenza, e scusatemi se è poco.

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