Indicativo e imperfetto
Capita che mi perdo in considerazioni ignorabili, che tanti avranno fatto prima e meglio di me (e tanti, ancora, si saranno risparmiati per economia di banalità), ma che quando poi faccio io, mi sembrano sempre epifanie cerebrali. Scintille opache di genialità.
L’indicativo imperfetto, lo sappiamo, è quel tempo verbale che descrive un’azione passata nel momento in cui era in corso. Maria mangiava la mela.
Già il fatto che esista un tempo per il passato in divenire, un tempo capace di accordare al già successo lo stupore descrittivo del da succedere, non manca di sciogliermisi in brividi lungo la schiena.
Che questo tempo abbia un nome incredibilmente evocativo è quasi troppo.
Indicativo e imperfetto.
Indicativi come gli esiti immaginabili. Ipotetici, probabili, ma mai assolutamente certi. Imperfette come le cose non finite, non concluse, non portate a termine.
L’Indicativo imperfetto ti prende la mano e ti dipana una storia della quale ha deciso di condividere l’oblio momentaneo con te.
Maria la mela l’ha mangiata, ieri, sono passate ore. Nel frattempo avrà fatto altro, sarà uscita in cortile, avrà fatto i compiti, avrà dormito e avrà finto un mal di pancia per saltare la scuola.
Ma ieri, quando di questo non si poteva avere memoria, Maria la mangiava.
E non importa il saperlo ora. Quello che conta è la sospensione sul lieve baratro del dopo, la possibilità della retrospettiva sulla mamma di Maria che quella mela l’ha sbucciata e l’ha disposta a fiore su un piattino, sui capricci accennati di Maria, sull’invito netto e severo ad usare coltello e forchetta.
Nel tempo di quell’ -ava e delle sue vocali accoglienti, si compie il miracolo del rallenty retroattivo.
Un passato che, pur passato nel presente, rinuncia all’attributo tipico dell’onniscienza e che scambia un già visto per un vediamo.
In quel respiro che si concede assieme a noi, si fa meno indicativo e meno imperfetto, riempendosi dei dettagli della storia.
Del colore delle tende. Dello spicchio di mela che Maria ha fatto sparire in tasca.
Della mamma che fa finta di non vedere e che al “Mamma ho finito!” dice “Brava” lo stesso.
Mani grandi e precise
Marc aveva le mani grandi e precise e parlava un ottimo italiano che quelle consonanti raddoppiate dalla sua lingua madre non facevano che rendere più sonoro e interessante.
Mi aveva rincorso tutta la serata e io avevo giocato ad evitarlo, fin quando in un passo di danza reso troppo azzardato dall’alcool e dalla musica così genuinamente pop rock gli ero atterrata addosso, scusandomi con un canonico lo siento. Aveva riso e sfottuto la mia esse sibilante. E si era allontanato in fretta, quasi a farmi pentire di aver tirato così tanto la corda.
Stordita dalla caduta mancata e dal repentino ribaltamento dei ruoli ero rimasta leggermente imbambolata al centro della pista, lasciando che la folla del Marula mi spingesse appena.
Mi piaceva da morire quel posto e ci avevo passato le ultime tre notti. Conoscevo tutti: il PR, i baristi, il buttafuori, lo spacciatore che si appostava all’angolo dal quale non avresti comprato nemmeno una gomma da masticare.
Avevo riscoperto il piacere di ballare, della prossimità decisa e senza complicazioni con tutti quegli altri corpi. Di tirare mattina, di prendere la metro nel decadimento fisiologico delle 6.
Agosto stava abbandonando Barcellona come un lupetto dal collo troppo stretto: con difficoltà.
La città riprendeva il suo ritmo di uffici aperti e spiagge ormai timidamente popolate e quella normalizzazione stagionale, per quanto sofferta, mi aiutava a sperare che non me ne sarei andata mai più.
Marc intanto si avvicinava, come, d’altronde, mi trovai a sperare che facesse. Sorrideva di un sorriso che voleva rassicurare e insieme irridere la mia momentanea debolezza.
Aveva una birra nella mano e una coca nell’altra, e mi stava chiedendo di scegliere.
“Smezziamo”
“Che significa?”
“Facciamo a metà…”
“No, devi scegliere.”
Marc aveva lavorato a Milano, per un anno o due, poi era tornato a Barcellona perché Milano gli stava stretta (“Hanno gli orari strani e hanno i posti stabiliti per divertirsi”), poi aveva piantato una casa, una fidanzata-quasi-moglie e un buon lavoro attratto dal sogno australiano, si era arrabattato a vivere per un anno con soldi incerti e scarsi. Infine era tornato, a trent’anni che probabilmente erano 33, ancor più probabilmente 35, ma per buona pace dei numeri tondi decidemmo che per quella notte non avremmo cavillato.
Marc parlava tanto, in un italiano snello e colloquiale che cedeva il passo a perifrasi inutilmente articolate e a sprazzi di spagnolo solo nel caso di concetti particolarmente complicati. Quasi m’innervosiva, desiderosa com’ero di mostrare come il mio spagnolo dalla sua crisalide scolastica si andasse aprendo a forme più autentiche.
La scoperta che l’oggetto del suo lavoro e dei miei studi fosse lo stesso ci lasciò piacevolmente stupiti, dandoci che masticare mentre percorrevamo in tondo il perimetro modesto di piazza George Orwell. Aveva delle idee schiette su tutto, non sempre condivisibili, ma che mi affascinavano per la linearità con cui distinguevano tra giusto e sbagliato, tra divertente e triste, tra emozionante e piatto. Pensieri che disegnavano un mondo semplice e ovvio il cui unico modo di stupirti era presentarti il conto di un ciclico “ma come ho fatto a non pensarci prima”.
Il primo bacio fu atteso e soddisfacente. Di una ruvidezza gentile, di un fisicità intensa e asentimentale che, come prima avevano fatto le sue parole inequivocabili, mi spiegò un pezzo di mondo. Quel pezzo di mondo che sta tra il “ti amo” e il “mi fai schifo”. E passa per il “voglio scoparti” e per altre più o meno indicibili vie di mezzo delle quali spesso mi perdo l’esistenza così presa come sono dalla venerazione dei miei assoluti.
Marc mi piaceva.
Del piacere semplice delle sue mani grandi e precise, della consapevolezza anatomica dei suoi trenta e passa anni, della non fretta dei suoi gesti e di come riuscisse ad intercalarli con delle parole, delle formule rassicuranti di socializzazione.
L’assoluta mancanza di anche solo ipotetiche prospettive e il suo controllo vigile sulla situazione, mi rendevano serena e irresponsabile, meravigliosamente bambina.
Mentre Calle Ample ci aiutava a scivolare verso il mare, aprendosi in pause contro i muri, gli ho raccontato di come mi avevano fatto il cuore a pezzi.
Di come mi ero fatta il cuore a pezzi da sola.
Diceva che non capiva, che non era possibile, che doveva essere un pazzo o un cieco quello che aveva fatto una cosa del genere. O un pazzo e un cieco assieme.
E io ad ogni passo mi sentivo un po’ più forte di quelle piccole bugie, che volevano solo agevolare il lavoro di togliermi le mutande, non che non lo sapessi, ma che avevano il secondario effetto di curarmi l’orgoglio.
Solo dopo ho capito che si trattava in realtà del compimento di un processo graduale attivato dal tempo e da quelle settimane così piene e soddisfacenti. In quel momento pensavo che la salvezza venisse dalle mani grandi e precise di Marc e dai suoi complimenti adulti.
Il mare comparve come un enorme ammasso scuro di retorica adolescenziale, per cui, chi più e chi meno, eravamo decisamente fuori tempo massimo.
Gli rivolsi uno sguardo svogliato, io che il mare lo amo sopra ogni cosa, e mi accostai alla figura imponente e senza esitazioni di Marc, implorandolo in silenzio di salvarmi dall’onda delle mie sensazioni con quelle sue grandi, precise mani asciutte di emozioni.
Melanconia da discount
Questa storia è bella o almeno a me è piaciuta.
Necessita di qualche vago preambolo, per la verità.
Un flashback di quattro o cinque anni, una cittadina sbiadita alle spalle, riti di campanelle e ore di ginnastica e parcheggi strategici lungo percorsi consolidati.
Le campanelle erano per me. Non per te che coltivavi con invidiabile e quotidiana inerzia quei dieci anni di ritardo sulla vita, nel frattempo.
La storia è semplice e molto meno romantica di quanto ci si possa immaginare.
Parole, sedili reclinati e corse al mare.
Una banalità che non mi manca ma che ricordo con nostalgia.
Avevi pochi sogni e tutti estremamente misurati, quasi a non voler scomodare il destino.
Una New York lontana e luccicante da tirare fuori alla bisogna dal cilindro delle grandi aspirazioni.
Ti ci eri, credo, affezionato a quel sogno di polistirolo. Talmente da farlo sembrare vero. Il tuo.
Una laurea come un calcio in culo, due o tre lavori sufficientemente meschini, tradimenti addii e riconciliazioni.
Anche scopatine occasionali, a dirla tutta.
E poi quella consapevolezza pacifica, mai assunta e mai contrastata, che questa minestra non andava più riscaldata.
Gli anni passano in fretta quando si travestono da giorni e Settembre arriva come sempre prima per me che per te.
I mesi di posta da smistare, questa volta, sono tre. E non sono mesi facili.
Un addio una malattia e un viaggio.
Se ora mi chiedessi una parola al mese, ti direi così: un addio, una malattia e un viaggio.
A te ci penso poco e mai con dolore e nostalgia. La nostra storia è rimasta pulita dai sentimenti forti e questo mi piace, soprattutto ora.
Dal mucchio viene fuori un rettangolo tutto nero.
Una cartolina, una di quelle spiritose con scritto cittàacaso by night.
Con una grafia che non ripensa spesso a se stessa un la nostra mela buttato a caso sul retro, senza la grazia di una firma o di una maiuscola.
Hai mentito due volte: una, perché di nostro non è mai esistito niente, la seconda perché New York è il tuo sogno raffazzonato, non il mio.
Ma vedo l’inutile leggerezza del tuo gesto
e rilancio con il sii felice più sincero che ho.
Piccola e meschina
Hai avuto l’acne.
Da ragazzino, forse fino a due o tre anni fa.
Hai avuto l’acne, le foto parlano chiaro: un’acne devastante, di quelle che ti alterano i tratti del viso, che arrivano a renderti disgustoso, repellente.
Apprendo la cosa con svogliato stupore.
E’ da quando mi hai detto Piacere e non hai sostenuto lo sguardo per più di un secondo che mi chiedevo in che modo la vita si fosse accanita su di te, rendendoti così gradevolmente insicuro.
Sai, quando ti piace qualcuno che non piace a se stesso, sei costantemente ad un passo dal prossimo delirio d’onnipotenza.
E’ facile, perché quell’acne che ti ha miracolosamente lasciato la pelle liscia, mi dà un vantaggio. Nell’attimo in cui scendi quotidianamente a patti col ragazzino brufoloso, io decido cosa farti capire e cosa nasconderti, quanto respirarti sul collo e quanto guardare, distratta, dall’altra parte. Decido quanto tagliare la mia sincerità con frasi fatte e stereotipi da telefilm. Quando e se venderti la tua dose più o meno pura di me.
E’ strano. Non mi è mai piaciuto dominare nei rapporti, ma di quel vantaggio sui sentimenti che le tue foto butterate mi hanno messo in mano ora non riesco a fare a meno.
Ho cucinato e apparecchiato per due, nella tua cucina, nelle tue pentole. Mi raggiungi dall’altra stanza, hai l’odore buono di doccia appena fatta e una camicia che non avevo mai visto. Sei di una bellezza oggettiva, alla quale sommo istantaneamente la gradevolezza soggettiva dei tuoi difetti, delle tue imperfezioni.
Ristabilisco brutalmente le parti esclamando Ho visto le tue foto, avevi un’acne pazzesca!
Vero, ma non si vedono segni ora dici indirizzando la tua mano sulla mia.
Ti sfido a sostenere i miei occhi puntati nei tuoi, desisti quasi subito trascinandoti con impaccio la mano su viso.
La mia la segue dopo poco, godendosi le asperità della barba di un paio di giorni e il liscio senza esitazioni della pelle.
Certo che si vedono i segni, sono tutti qui.
Ricordi al vento
L’anno scorso ho comprato un ventilatore. Un grosso, rumoroso ventilatore metallico.
Vivo in una città alla quale l’estate non fa sconti e non ho nessun mare sufficientemente vicino e a buon mercato nel quale andarmi a consolare.
Allora ho comprato un ventilatore, di quelli con le pale che girano vorticose e l’ho puntato sul letto, il mio comodo duepiazze sul quale durante la sessione d’esami trascorro, purtroppo, gran parte del mio tempo.
Sono cresciuta in una casa grande, sconfinata silenziosa e isolata. Potevo avere mille spazi che fossero solo miei e non ne ho mai trovato nessuno. Forse per pigrizia, forse perchè la capacità di costruire qualcosa che sia tuo e solo tuo ti scatta ad un certo punto.
A Roma, nei 150 metri quadri scarsi di spazio che condivido con altre quattro persone, ho trovato il bisogno di avere un posto mio. E anche quello di chiudermi a chiave la notte, per preservare quell’ultima barriera mistica, flebile e superstite tra persone che condividono la quotidianità.
E’ per questo che l’angustia di questi spazi non mi pesa: c’ho messo una vita a trovare un posto mio e ora me lo godo, coltivandolo come un piccolo giardino zen.
Ma torniamo al ventilatore.
L’estate umida e impietosa di Roma si annuncia nei pomeriggi lattiginosi e nei silenzi stanchi di quella che, dalle mie parti, si chiama “a cuntror’ “, la contr’ora, quel pacco di ore indefinite che stringe mezzogiorno alle 5.
Ho recuperato il ventilatore dall’armadio, l’ho rimontato e l’ho acceso.
Certi rumori arrivano dove al ricordo era stato negato l’accesso e si fondono con lo stridore della rete metallica del letto, coi silenzi, col sudore, coi mugolii.
Allora ho preso il cellulare e senza pensarci troppo, ché certe indulgenze si devono consumare in fretta, ho scritto Amélie non c’hai mai visti fare l’amore, strizzando l’occhio ad una delle nuove locandine cinematografiche che affollano le mie pareti.
I letti dimenticano in fretta. Forse per necessità, forse per indolenza. Si adattano a corpi nuovi, assecondano ritmi diversi e si calibrano su tempistiche differenti.
Le pareti ci mettono di più, e anche i ventilatori, gli specchi, le sedie…
Io sono a metà strada tra la leggerezza inconsapevole del primo e l’amore difficile per il ricordo dei secondi.
Ad una certa ora
e con un certo rassicurante numero di chilometri tra,
è piacevole chiederti
-Abbiamo un futuro?-
e sentirti sorridere e rispondere
-Forse, chissà…-
[Amo le prospettive e i brividi da stato nascente. Vorrei che fossimo questo, null'altro che questo.
E' già successo e lo so.
-Fermati ora- dovresti rispondermi.
Ora che è tutto bello, ora che è tutto da ricordare, ora che le nostre reciproche paranoie ci sembrano confetti da scartare.
Ora che è tutto intero e tutto impaziente.
Ora che siamo pronti per lasciarci fotografare.]
E’ sempre notte sotto ai lampioni
Ricordi? Pioveva
E gli androni dei palazzi erano stretti e troppo illuminati.
Era un tripudio di clacson e io portavo qualcosa di rosso. Una sciarpa, un cappello, ora non saprei, così sbiadito com’è.
La strada era lunga, e la voglia inciampava ad ogni buca nell’asfalto.
I capelli si imperlavano di gocce, il trucco colava giù per le gote, le mani si facevano impazienti.
Ricordi? Pioveva.
Piove sempre nei nostri ricordi.
E io indosso qualcosa di rosso.
E la strada è lunga
e i clacson, l’asfalto,
e le mani,
e.
Ho ancora
troppi dei tuoi sorrisi a perdere
incastrati tra i miei perchè.








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