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La domenica è una malattia che non passa

e Roma invasa dal sole fa da perfetto involucro al malessere.

Ho l’abitudine al fastidio e la domenica ho la netta percezione di non essere altro che un groviglio di cose scomposte attorno ad un pugno di male.

Le parole, unico formato in cui riesco a concepire la bellezza, mi si affollano in gola isolando il corpo dal pensiero, creando quella strozzatura infame, necessaria, drammatica, tra una quotidianità superficiale e accettabile, persino felice, e il baratro del resto.

Una volta ho visto i palloni diversi e numerosi bloccati in una diga del Tevere, tormentati dall’acqua sporca senza possibilità di riscatto.

Così.

Sono così abituata alle bugie che non faccio che cercarne.

In questo spasmodico sforzo di isolare una briciola di vero, setaccio il resto con ottusa meticolosità, accendendomi di entusiasmo nero solo alla vista di grossi grani di ecco, lo sapevo.

So che mille ipotesi verificate non valgono una falsa.

Mi preparo al peggio.

Alla nettezza che lui solo sa dare.

Magari un giorno

la birra tornerà a non avere, sul fondo, il sapore della malinconia.

[Alla Domenica.
Al suo tipico iniziare con sfibranti rendiconti di rabbia.]

25/3

Di Tabucchi, così su due piedi, mi è venuta in mente una lettura estemporanea e congiunta, di quelle in piedi in libreria, in una Feltrinelli a non meno di 150 chilometri da qui.

Non Sostiene Pereira, non Notturno Indiano, amato e consumato, non Requiem, incontrato in un ciclico e incerto tentativo di imparare il portoghese, non tutto Pessoa.

Si sta facendo sempre più tardi.

Un piccolo libro di persone che si raccontano gli occhi con le parole.

Sarà che piove, ma non mi sono mai sentita così sola.

[Ti avevo detto: ora è finita. Ma senza dirtelo, perché anche il silenzio è carsico.]

Sempre di domenica

Non mi piace la gente che non risponde mai al telefono, ma neanche quella che chiama tanto e per ogni sciocchezza. Mi piace il peso delle cose e il suo giusto riscatto.

Non mi piace la gente con la quale non si può parlare di nulla, quella che non afferra e con la quale capirsi è una tortura. Non mi piace la gente che non ha niente da dire, non mi piace la gente dal punto esclamativo, non mi piacciono i pressappochisti e non mi piace chi non lavora d’ipotesi, di potrebbe e di eventualità.

Non mi piace la gente che m’annoia, che m’impressiona per progetto, che mi sminuisce per giocare al ribasso.

Non mi piace chi si definisce timido per non dirsi inutile, chi si schermisce a parlare in pubblico ma solo quando c’è da parlare di cose appena un po’ più interessanti di cosa si è mangiato a pranzo, non mi piace chi si anima solo con le battute salaci (seppure io stessa non le disprezzi in generale), chi tamburella ossessivamente col pungo sul tavolo (con tutte le varianti del caso: da coltello su bicchiere a piede su parquet).

Non mi piacciono le persone dalla voce stridula e dal tono petulante, non mi piacciono le persone maleducate, i prevaricatori verbali e quelli che ti parlano a due centimetri dalla faccia. E non mi piacciono quelli che ti mettono le mani addosso per sottolineare ciò che dicono.

Non mi piacciono le persone inespressive, non mi piacciono quelli che puntano l’orizzonte per tutto il tempo che gli stai parlando con quell’aria rarefatta del cazzo, ma li preferisco sempre a quelli che ti fissano la bocca.

Però è anche bello, certe volte, che qualcuno ti fissi la bocca mentre stai parlando.

Non mi piacciono quelli che sbattono le porte, quelli che fanno rumori eccessivi.

Non mi piacciono quelli che tirano sera attorno alla tavola, di domenica.

Non mi piacciono le loro parole, non mi piace la loro familiarità finta e non mi piacciono i loro piatti della tradizione.

Non mi piace la domenica e non mi piace il caffè americano.

Ora mi vesto e corro da te,

ché almeno c’hai gli occhibbélli.

[Che poi pare una cosa d'amore, e invece no.]

Ora

Fino a che non ci si impegna,
c’è esitazione, possibilità di tornare indietro,
e sempre inefficacia.

Riguardo ad ogni atto di iniziativa e creazione
c’è solo una verità elementare,
ignorare la quale uccide
innumerevoli idee e splendidi piani.

Nel momento in cui ci si compromette definitivamente,
anche la provvidenza si muove.
Ogni sorta di cose intervengono in aiuto,
cose che altrimenti non sarebbero mai accadute.
Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione,
facendo sorgere a nostro favore
ogni tipo di incidenti e di imprevisti,
di incontri e di assistenza materiale,
che nessuno avrebbe sognato
potessero avvenire in questo modo.

Qualsiasi cosa tu possa fare,
o sognare di poter fare,
incominciala.

Il coraggio ha in sé il genio,
il potere e la magia.

Incominciala ora.

Faust, Goethe

Cose che col senno di poi

avrei fatto a meno di dire.

Tipo

prendi il lubrificante, è dietro ai muffin.

Ho la prova

che ad un certo punto si comincia a rimuovere per necessità.

Non stanchezza, non saturazione: necessità.

Si dimenticano le cose tiepide e un po’ meschine.

I grigi indefiniti, la banalità alcoolica di certi incontri occasionali, l’approssimazione cromatica dei maglioni da mettere sotto al cappotto e il sapore stanco del caffè fatto con poco amore.

Si dimentica quello che ci fa piccoli e umani, banali e indistinti. Numeri variati di storie sempre uguali, stinte dall’uso e dalla loro insopportabile normalità.

Oggi

c’è troppo autunno e c’è troppa domenica, nell’aria.

Meno male che non sono innamorata.

Per esempio

ti chiederei se le otto di mattina esistono davvero, anche se uno si impegna a non pensarci. Anche se facciamo tutti finta di no.

Ora, te lo chiederei.

E poi mi metterei comoda con gli occhi chiusi ad ascoltare, il braccio penzoloni sopra il tuo, così è sicuro che non scappi. E respirando piano ti lascerei raccontare.

Il fatto è che tu c’avevi le risposte, e io sempre tanto da domandare.

Ho preteso un’alba

sul mare,

in cambio.

Un buon compromesso.

-Grazie!- -Grazie…- -Prego!- -Prego…-

[E ora fuori dalle palle, ché devo pentirmi e farmi una doccia.]
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