c’è troppo autunno e c’è troppa domenica, nell’aria.
Meno male che non sono innamorata.
c’è troppo autunno e c’è troppa domenica, nell’aria.
Meno male che non sono innamorata.
ti chiederei se le otto di mattina esistono davvero, anche se uno si impegna a non pensarci. Anche se facciamo tutti finta di no.
Ora, te lo chiederei.
E poi mi metterei comoda con gli occhi chiusi ad ascoltare, il braccio penzoloni sopra il tuo, così è sicuro che non scappi. E respirando piano ti lascerei raccontare.
Il fatto è che tu c’avevi le risposte, e io sempre tanto da domandare.
sul mare,
in cambio.
Un buon compromesso.
-Grazie!- -Grazie…- -Prego!- -Prego…-
Mi girano come le pale eoliche in un giorno ventoso, come la ruota panoramica alla fiera della mortadella, come la pallina della roulette francese che tu hai puntato rosso ed esce nero o hai puntato nero ed esce rosso, come uno slip nel cestello della lavatrice durante la centrifuga, come i raggi della ruota della bicicletta durante una discesa, come la paperella di gomma nel risucchio della vasca da bagno. Mi girano come il calcestruzzo in una betoniera, mi girano come la girandola sul balcone dei dirimpettai, come i buzurri in moto che si sfidano ad ogni rotonda. Mi girano come le mucche travolte dal tornado Katrina, come le eliche dei fratelli Wright, come le rotative di Gutemberg e come la Terra di Keplero. Mi girano come il calderone dello zucchero filato, come il vaso sul tornio di Ghost, come un pesce rosso nella boccia di vetro.
Mi girano come il gancio impastatore ad uncino del Bimby. In funzione, ovviamente.
Mi girano le palle, caso mai non si fosse capito.
C’è un tempo approssimativo. Approssimativo come solo la Domenica sa essere. La Domenica è una zingara che rovista tra gli scarti della settimana: non ha la potenza espressiva di un the end col botto, né l’entusiasmo sottile per proiettarsi in un inizio, il ciclico inizio del lunedì.
La Domenica resta sospesa, limbo settimanale, ignavia temporale.
Dalla stanza a fianco mi arrivano i rumori convulsi di un pranzo in potenza: posate, stoviglie, cigolii di sportelli e incastri di sedie.
Non ho un buon rapporto con la convivialità, trovo imbarazzante lo stare seduti attorno ad un tavolo, a mangiare. I miei pasti sono sempre transitori: sbocconcello davanti alla TV, sorseggio mentre controllo la posta, addento conversando al telefono. L’idea di dare un luogo ed un tempo al cibo mi mette ansia. La sacra immanenza del convivio non l’ho mai sopportata.
Forse è per questo che amo gli aperitivi, quello spizzicare distratto facendo due chiacchiere, quel prescindere dalla tavola imbandita e dalla lancetta che si impunta ostinatamente sul mezzogiorno.
Di là fervono i preparativi. Genitori accorti di coinquilini vari ed eventuali si inventano il rito della domenica, in una casa che, di riti convenzionali, cerca di non averne. O, semplicemente, non sa averne.
I miei pranzi della domenica li ricordo nebbiosi. Da bambina si traducevano nell’eterno litigio per chi avesse diritto a tenere i gomiti sul tavolo, tra noi tre cugini, stretti sul lato breve di un rettangolo. Col passare del tempo è arrivato il galateo: i gomiti andavano tenuti giù e quella correttezza vomitevole di grazie e prego e porgimi il sale, già ci snaturava, togliendoci l’entusiasmo rabbioso dei litigi. Altri cugini si sono aggiunti, negli anni, mentre le domande di una nonna brillante-ma-invecchiata divenivano ossessive, cicliche, estenuanti, dimentiche di se stesse appena proferite e rimpinzavano i silenzi perplessi di chi non ha poi molto da dirsi. Poesiole in piedi sulle sedie di paglia, gnocchi fatti in casa, assenze sempre meno ingombranti, la guerra e i suoi racconti, e i tedeschi, e gli americani, e. Nella prima adolescenza intervenivo con decisione nei dibattiti della domenica, sbandieravo i miei eccentrici punti di vista, giocavo a scagliare sassi nello stagno dell’indolenza bigotta dei convitati. Poi il gioco, come ogni gioco, ha iniziato a stancarmi e allora la tavola della domenica è diventata una pozza piatta e vischiosa, ho imparato il silenzio autistico di chi sente il mondo come un rumore di fondo, un brusio leggero destinato ad estinguersi.
Non ci sto ad affidare al cibo il ricordo stinto dei nostri reciproci sentimenti, non ci sto a confondere il silenzio con lo sferragliare delle mandibole. Il sangue è bugiardo, l’amore si costruisce e noi già da un pezzo lo abbiamo sostituito col suo surrogato polposo: il sugo.
Mi capita sempre meno spesso di essere lì con loro, a fingere di volersi bene. Il cibo della Domenica non mi dà tepore, lo ingoio a cucchiaiate svogliate, concentrandomi sui sapori che fanno a pugni tra di loro e sulla natura esanime del polpettone: queste Domeniche senza amore guastano il cibo.
E non chiedetemi di fare il caffè. Il caffè, come i sentimenti, è un rito. E’ l’amore che spinge l’acqua su per il filtro, impregnandola di nero e d’aroma, è il volersi bene che spinge a stare insieme e a raccontarsi. Non il contrario. Noi siamo passati dal rito all’abitudine senza accorgercene. Tentiamo di usucapire l’amore per vicinanza geografica, per numero di contatti.
E questo sterile rapportarsi, al massimo, merita il gusto slavato di un caffè solubile.
questi giorni.
Ingordi d’entusiasmo e d’energia.
Vampiri di affetti mai esistiti e mai estinti davvero, e di silenzi da clichè, vampiri di reciproci mal sopportarsi e d’impossibilità di comprendersi.
Vampiri di ogni meschina finzione e della copia sbiadita e sudicia di ogni più elementare sentimento.
Vampiri che non temono la luce.
…
voglio
devo
andare
via.
Ora.
tempo viscido, umore viscido, Roma viscida, cuore viscido.
E c’è poco da dire,
manchi da far male.
vorrei girare con un cartello con su scritto:
SONO UBRIACA, MICA SONO SCEMA!
ti accommiati sempre dicendo -Provo a dormire-
e mai -Vado a dormire-
Lasciami stare bene.
O, almeno, lasciami stare e basta.
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