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Piove

e non è facile come credevo

dire

vai.

[Non mi servono tempistiche puntuali.
Solo orologi generosi.]

L’alternativa

Resta lì. sta fermo.

Devo poterti vedere fino a quando non giro l’angolo. Sta fermo resta lì, per favore.

Dammi l’illusione di trovarti, se decidessi di tornare.

Resta fermo, guradami, non voltarti.

No, non voglio restare. Sto cercando forza per andarmene, ma  tu non te ne andare.

Resterai a chiudere l’uscio, lascerai le chiavi al portiere, scenderai la spazzatura e ti concederai il lusso di qualche ricordo. Ma ora guardami senza pensare. Devo vederti l’eterno dentro, devo credere che tu resterai, che vuoi restare.

Io cammino, ma ti guardo. Tu seguimi, ma non mi fermare.

Dammi l’illusione che ci sarai, che tutto è reversibile, che tutto si può rifare. Dammi la certezza del tuo sguardo pronto a carezzarmi, delle tue mani pronte a riafferrare. A stringere a strisciare.

Della tua bocca pronta a mordere e delle unghie pronte a graffiare.

Fallo per quello che siamo stati, sii la mia alternativa stabile, quella che non sceglierò, quella dalla quale voglio scappare.

Con la valigia pronta in mano, non dovrebbe essere difficile dirmi “Non te ne andare”. Una bugia, una in più, che ti costa: tu sai mentie.

Fammi sentire che non ti perdo e che non mi perdo

 e convincimi ad andare.

Arrivederci Roma, ciao

Di ritorno nell’amata-odiata Terronia natale, l’ennesimo arrivederci che sa di addio.

[I Vimeo-cultori si accomodino qui]

Perchè per Miss tutto ha la potenza di un addio, anche uscire per andare a fare spesa :P

Almeno

Lasciami stare bene.

O, almeno, lasciami stare e basta.

Farewall

Questo Bolognese Comunista e Bevitore riesce ancora a commuovermi.

Farewell.

Un’altra puntata del ciclo degli addii.

Sulla soglia di una storia ci si culla nel ricordo di un montone orientale.

Farewell, perchè “…il peccato fu creder speciale una storia normale”.

Perchè siamo tutti un po’ così: con la fretta nelle mani e l’eternità negli occhi.

Farewell: lasciamoci un saluto. Un the end con l’applauso.

Saranno i bistrattati titoli di coda di mille storie tristi, rattoppati, giustapposti, misturati, a far da colonna sonora agli anni dell’oblio.

Saranno le mancanze e i percorsi interrotti a foderarci la memoria, a scaldarci il cuore, a tenderci un sorriso.

Farewell, non pensarci e perdonami se ti ho portato via un poco d’estate
con qualcosa di fragile come le storie passate:
forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo, perchè
ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me…

E il dolore di non sentire più assieme passerà. Passerà anche quello.

Ma dedichiamoci un saluto.

Farewell.

Sgrammaticature

Non lo so, non lo so… continuo a ripetermi scrollando furiosamente la testa.

Indago le sillabe: nonloso. Tre monosillabi. Tre accenni di parole. Tre guizzi lessicali.

Che da soli faticano a stare in piedi.

Con l’amore che covo per la trasposizione grafica delle attitudini del parlato, io questa frasetta la comprimerei in una parola sola.

Cucirei consonanti, stenderei ponti di doppie.

Nollosò

Ecco come la scriverei se fosse per me. Con tanto di accento finale, a ricalcare la prosodia frettolosa del concetto: Nollosò, e devo dirtelo d’un fiato! Perchè fa paura ammettere di non sapere, perchè indugiare nell’incertezza è doloroso, perchè se ora  tu sapessi che nollosò, saremmo in due a non sapere, e io mi sentirei meno sola.

Ammemmi piacciono i treni, le stazioni, i ciaociao bianchicandidi dai finestrini. Mi piace il senso di sospensione che solo la rotaia è capace di darmi (no, l’aereo no). Il cuore a lutto e in festa, il sussulto ad ogni stazione, l’ansia dell’arrivo e l’amore per l’indugio, lì, proprio a quattro passi dalla meta.

Perchè, per quanto irrealmente cinematografiaca questa scena possa essere, evvèra! L’ultimo sguardo perplesso allo specchio prima di un appuntamento, il pit stop fremente prima dell’apertura della busta di una comunicazione importante, la serrata ottusa degli occhi davanti al comparire di forme geometriche che attestano o non attestano la tua maternità.

Ed in questi casi io, davvero, mi chiedo se sia il cinema ad imitare la vita, o la vita ad imitare il cinema.

C’hoppaura, indugio in questo timore irrazionale e inspiegabile.

Paura di andare, paura di tornare, paura di perdere, paura di realizzare, compiutamente, di aver già perso.

Voglia di andare, voglia di tornare, voglia di perdersi, voglia di realizzare, finalmente, di essersi già persi.

Di esserci già persi.

Tentenno negli avvallamenti della vita: vengo da una discesa vorticosa, colle mani mobili accanto ai fianchi, a darsi la spinta. Ora guardo la salita e esito, appena. Mi concedo il piacere straziante di un’incertezza. Di un saluto. Di un ciaociao biancocandido a quella che sono tornata ad essere, per un mese o poco più.

Si esita sempre sugli usci.

Il tempo di un ma, di un se, di un proposito improbabile, di un bacio sulla fronte.

Dispenso qualche fattisentì e qualche fattivedè.

E vado via.

Che forseforse mi scappa da piangere.

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