Mine Vaganti
Gli amori impossibili non finiscono mai.
Sono quelli che durano per sempre.
La Nonna
[Solo quelli, che durano per sempre.]
Quello che rimane
E’ probabile che non avremo grandi storie da raccontare, su di noi.
Qualche dettaglio insipido, qualche ora in verticale. Nulla che meriti d’essere scritto negli annali, insomma.
Quando saremo estranei, e potrebbe succede anche domani, quando le tue mani torneranno ad essere mani, quando l’odore e il tatto e la consistenza delle labbra, quando tutte quelle cose che puntano dritte dritte alla colonna vertebrale col loro rivolo di brividi scompariranno, credo che di te ricorderò che mi hai insegnato la chiarezza.
L’amore per le cose come stanno, l’ingranaggio della sincerità, il giusto peso delle cose.
Quell’onestà sentimentale che tu predicavi e sistematicamente disapplicavi,
e io, chescema, imparavo diligentemente nel metterti l’anima tra le mani.
Le conseguenze dell’amore
L’amore, nel prender commiato, ha una pessima abitudine: quella di assegnare le condanne, di monetizzare le colpe, di quantificare i sentimenti.
Ci mettiamo lì col bilancino del cuore a pensare a quello che abbiamo dato e a quello che abbiamo ricevuto.
Vorremmo inventarci una legge dei giusti compensi, del minimo sindacale, della buonuscita per fine rapporto.
Vorremmo risposte e spiegazioni razionali, vorremmo riprenderci le attenzioni in eccesso, farci restituire le carezze, i caffè del mattino, i silenzi preoccupati e le attese strazianti.
Ognuno sarà convinto di aver investito di più, di essersi messo maggiormente in gioco, di aver mediato con se stesso e di aver amato fino a star male, fino a smettere di respirare.
Ma i brividi fanno parte di quella categoria di beni che trovano in se stessi il proprio compenso, e i baci dati, l’amore fatto, le lenzuola carezzate e la biancheria recuperata sotto i divani, non solo non può esser restituita, ma ha anche una pienezza tutta sua, un suo senso maledetto e profondo. Una bellezza intrinseca e contemplativa che punta dritto dritto al ricordo. Quello che si materializza come brivido lungo la schiena.
Come sorriso senza un perchè.
Se proprio volete saperlo, penso che non dobbiate rammaricarvi mai per tutto il cuore che c’avete messo.
E’ sempre lì, è sempre il vostro.
Solo un po’ più gonfio, più logoro.
Più meravigliosamente vissuto.
Oggi
c’è troppo autunno e c’è troppa domenica, nell’aria.
Meno male che non sono innamorata.
La passione secondo Thérèse
-Lo ami, lo ami… come fai a sapere che lo ami, Thérèse?
-Perché non posso leggere in lui. Non ci vedo attraverso. Vedo solo lui.
La passione secondo Thérèse,
Daniel Pennac
[Come se gli occhi si rifiutassero di andare oltre, sì.]
Duevoci
-Ma tu ci pensi mai a tutto questo amore sprecato?
-No.
-Meglio.
[Duevoci.
Duevoci che qualche volta si capiscono, spesso si anticipano.
Stancamente si ascoltano.
Giocano a sopraffarsi.
Stanno zitte assieme.
Due voci,
nient'altro.]
Sogni e bi-sogni
Stare assieme non è un bisogno.
Stare assieme è un bi-sogno. Un doppio sogno, un sogno a due, un sogno reciproco.
Un sogno condiviso.
(Un’idea stupida, estemporanea e melensa di Miss, suscitata da un commento di Vibes)
In Primavera m’innamoro almeno tre volte al dì
La prima, dello sguardo che mi carezza, comprendendomi tutta-dubbi-inclusi, nell’incertezza del mattino. La seconda, della voce di velluto che mi sussurra prego porgendomi il resto del caffè. La terza, del sorriso rubato al riflesso di una vetrina. La quarta sul bus, la quinta che attraverso col rosso, la sesta mentre chiedo da accendere.
Ma come facevi quando tu da solo eri tutto il mio Autunno?
Quanto
Quanto sai fingere? Quanti sospiri, quante contrazioni muscolari? Quanti fremiti? Quante emozioni che non hai?
E quante sai nasconderne? Quanto sai mentire con te stessa? Quanto sai ripeterti di star bene?
Quanto amore hai? Quanto ne puoi provare? Quanto, invece, vuoi tenerne gelosamente per te?
Quante volte ti sei sentita delusa? Da quanti letti freddi sei scappata? In quanti sei rimasta, impietrita?
Quante cose ti trattieni in gola? Quante parole non urli?
Quanto sai essere cattiva, perfida, violenta, tragica?
Quante speranze credi di avere? Con quanti sogni ti carezzi? Di quante cose giuste ti sei pentita? Di quante, sbagliate, non sai pentirti?
Quanto ci credi ai tuoi mai più, ai tuoi si vedrà, ai tuoi domani?
Quanto sei vera? Quanto è tutta una messinscena?
Quant’è il dolore? Un litro, un etto, un metro, quanto?
Dico a te, lì, nello specchio!
Fai le facce, giochi alle millemila me, mi sorridi di sorrisi strani.
Dico a te, e non far finta di non sentire…
Quante sono le lacrime?
Quelle, almeno, potresti contarle.









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