Another Chance
Non che ami molto questa canzone.
Non più nè meno di una qualsiasi altra che, per una questione generazionale, abbia fatto bene o male parte di qualche momento della mia vita.
Quello che amo, di questa canzone, è il video.
Ed è un clichè, uno dei mille che ho e che parlano di me più di quanto io sappia fare, al quale mi appiglio spesso di notte, magari appena tornata a casa un po’ a pezzi.
Le mie serate iniziano tutte alla grande: dovrei, in qualche modo, riuscire a bypassare il momento del ritorno, della strada che scivola, l’autoradio che gira a vuoto, quel senso definitorio di nulla.
Mi pare scioccamente retorico dire che anche a me certe volte sembra di avere un cuore così. Rosso, fuori misura, fragile, ingombrante.
Pronto a ritornare enorme ad ogni risveglio e a rimpicciolirsi durante la giornata.
Ma suppongo sia solo perchè sono un po’ malinconica, e tutto questo fastidio che tento di convogliare in rabbia, uscite vorticose, contatti rapaci, poi viene a farmi toc toc sulla spalla quando sono sola.
Fossi in lei, comunque, io sarei molto orgogliosa del mio gigantesco cuore rosso.
Indipendentemente da tutto.
Cuori singoli
Io non ho tanto amore.
Forse ho un cuore piccolo, un cuore monoposto, come le brande da campeggio che ti muovi un po’ e già sei con le braccia penzoloni e i piedi che sconfinano.
Un cuore monolocale, dove, per guadagnare spazio, devi giocare di incastri, di formule salvaspazio e di soppalchi. Un cuore da arredare da Ikea, insomma.
Ce le ho sempre tenute un po’ rannicchiate, le persone. Meglio se sedute, attente a non sbattere la testa contro il soffitto, caute nei movimenti. Mai più di una per volta.
Ho poco amore e il cuore piccolo, allora tocca fare i turni.
-Venerdì dalle 16 alle 17 le va bene? Altrimenti se ne parla la settimana prossima-
Ho poco amore, ho il cuore piccolo e ne ho solo uno. E allora, per favore, lascia le chiavi, quando esci.
Sì, sotto al tappeto va bene.
No, non le puoi tenere e darmele poi.
No, non puoi ripassare a prendere la tua roba, portala via ora.
Sì, tutto.
Anche la chitarra, per carità.
Giorni pneumatici
intrisi del nulla triste delle emozioni passate.
Solo parole, sillabe ossessive, che riempiono le notti e il diradarsi dei pensieri. E sonni come l’oblio, coi sogni violenti e assassini d’entusiasmo, sonni che stancano, sonni elettrici e sconclusionati.
Mi abbandono a questi giorni pneumatici, ché tutto mi sembra inutile e insensato. Vorrei appellarmi a questa Primavera in fuga, tirarle il manto verde e imporle di restare, costante, fiorita, vivace.
E invece torna questa pioggia che macchia senza lavare, e un po’ ci assomiglia, a noi. Ogni giorno rinfresca quella patina vischiosa e sciocca che ci ha tenuti fasciati, come due avanzi insoliti e avvizziti, nel nostro cellophane emozionale.
Sono stanca del sapore chimico di ogni emozione, sono stanca del ricatto subdolo dietro ogni compromesso, sono stanca di non capire, sono stanca di non conoscere le regole. Sono stanca del fatto che ci siano delle regole.
Voglio disimparare, disobbedire, disapliccare.
Voglio sporcarmi di vivere, cadere e ricominciare.
Voglio avere un cuore solo per provare, come quelle Panda scassate, sulle quali si impara a guidare. Come le puttane sfatte che ti insegnano a fare l’amore.
Voglio un cuore da maltrattare, da rompere e rincollare.
Un cuore infinitamente elastico, che mi tolga la paura di provare.
Asimmetria
Costruisciti pure la tua bella immagine di me, chè tanto non riuscirò ad offrirtene una migliore.
Resterò sulla porta, a blaterare di briciole di vita e di discrezione, di voglia d’esserci e di rispetto. Conterò i passi, starò lì in silenzio. Chè quando m’impegno col cuore non ci riesco anche a parlare.
Poi un giorno misurerò la distanza sconfinata tra il mio essere e il tuo non capirmi.
Metterò maschere, forse.
Ti farò credere d’essere quello che vuoi che sia. Di vivere a fior di pelle.
Per qualche ora ci crederò anche io.
Poi raccoglierò i vestiti sparsi e mi eclisserò.
Probabile che mendicherò briciole d’affetto e di rispetto, prima. Probabile che mi arrabbierò, ripensandoci.
Ma tu restane fuori.
Goditi gli effetti del mio spasmodico attaccarmi alla vita e non pensarci, chè tanto lo so come sei, come siamo, a che gioco giochiamo.
La conosco la nostra triste asimmetria di prospettive.
Stratificazione
io sono come sono per stratificazione.
Sono lo strato sottile delle persone sfiorate, l’incarto che si aggiunge all’incarto. La carezza sulla pelle, la pelle sulla pelle, il vento sul viso, il sole negli occhi.
Sono nelle matrioske infinite di me, nei pacchi concentrici della convenzione, della struttura, della morale, dei clichè.
Persa tra gli strati di un accrescimento perenne: sfoglia a sfoglia.
Arricchita tornita esaltata, ma anche coperta nascosta occultata smorzata snaturata
Se gratti via la stagnola il cioccolato viene fuori. Il nucleo, il magma incandescente, la sostanza primordiale.
L’ultima matrioska, la più piccola, la più interna, la più segreta, sarà un pensiero sciocco, lo so.
Un sorriso, un ricordo, un sassolino colorato.
I pensieri del mattino e la colla moschicida
Ok. A me capita spesso questa cosa: c’ho un pensiero che mi ronza, e faccio di tutto per ignorarlo, non gli presto attenzione, come si fa con i bambini quando fanno i capricci.
Ma il pensiero è lì, come una mosca fastidiosa, e procedere con le sue zampette pelose sulla cortina delle mie percezioni. Sicchè una mattina, dopo l’ennesima notte di sogni assurdi e altamente simbolici chè non ci vuole Freud per spiegarmeli, mi armo di colla moschicida e di paletta e eccoci qua.
Il mio cervello trattiene troppo i ricordi. Finisce per confondersi tra l’ieri e l’oggi e non fa mai pulizia di emozioni.
L’ho capito lucidamente qualche giorno fa. Ho ricevuto una telefonata da una persona del mio passato (un passato lontanissimo, non tanto cronologicamente, quanto…emozionalmente), mi sono bastate quattro parole, un accenno a quelche brivido, a qualche frammento, per ritornare quella che ero, per farmi le stesse domande di allora e per riporre fiducia nelle stesse, inutili, promesse.
Ho avuto bisogno di fermarmi, di riflettere un attimo, di elencare diligentemente e distaccatamente a me stessa le ragioni per cui le cose cambiano, per cui prendiamo le nostre belle decisioni, per cui preferiamo abbandonare una strada e mettiamo una bella X nera e spessa su certe situazioni.
Mi chiedo se ho la memoria troppo corta o il cuore troppo grande.
Ma forse è la smania di vivere.
Sì, è quella che mi frega.
Bah.









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