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E’ di sicurezza

la voglia che ho e che vorrei non avere.

Ticchetta sulla spalla e ha il rumore della notte. Il fruscio perso del vento.

Non basta chiamare le mille me a raccolta, sentirle squittire nel vuoto pneumatico della mente assorta.

Di mille voci, una. Fatta di stralci, collage di sillabe, patchwork di dialoghi.

Una, e chiede certezze.

Elemosina argilla nella quale affondare le dita.

Spuntoni di roccia fragile ai quali arpionarsi.

Radici picchetti fondamenta binari

Immobile,

 al cospetto della sistematica smentita di ogni ovvia ovvietà.

Creta

…sul tornio delle albe e dei tramonti.

Accarezzata, colpita, spinta.

Assecondata.

Stretta, trattenuta.

Graffiata.

Ma sulla pelle non lasciano traccia, le mani.

Il cuore, lo stomaco, i polmoni: quelli sì.

Viscosi delle mille impronte dei protagonisti di un giorno,

o poco più.

Lascia un segno!

Plasmami, appena.

E vattene.

Scivola, vai via.

Dita

Il respiro c’è. E la cosa mi consola.

Comincio dai piedi: risalgo, dito per dito, vena per vena, lembo di pelle per lembo di pelle, peletto sfuggito al silk epil per peletto sfuggito al silk epil. Inguine, pancia.

Circumnavigo l’ombelico.

Costole, un po’ sporgenti, seno insolitamente pieno, collo, collo, collo.

Millimentro per millimetro. Spalle tonde, braccia morbide.

Fin giù alle mani.

Eccole.

Sono tese, contratte. Dita febbrili.

Le immagino attraversate ad una ad una da un filo di rame.

Respiro, controllo il respiro. Lo ritmo, lo rallento. Cerco di imporgli il passo di danza della notte.

Ma loro sono lì: dita piccole, bambolesche. Ma affusolate. Contratte nel buio, allertate dai pensieri e dal sonno che non arriva, sensibili ad ogni fruscio sommesso della notte.

Le rilasso, ci provo: intono ninne nanne sussurrando.

L’inno alla gioia, Chiaro di luna, Canzone di notte di Guccini, Dormi dei Subsonica.

 

Ma voi rimanete tese. Trattenete un ricordo con le unghie.

Un pensiero, una possibilità, una parola, uno spiraglio.

Siete così: sapete solo stringere, costringere, intingere, respingere

E io di parole non ne ho più, non ne ho più di parole da prestarvi.

Convulsamente vi impongo la calma.

Vivo di ossimori, lo so.

Alta tensione

Mi percorre il braccio come un brivido folle.

Si aggrappa ai muscoli della spalla e risale quelli del collo.

Mi tende una parte di volto. La accende di una luce oscena, di una smorfia sgraziata.

Mi dilata le pupille. Come di fronte al peggiore degli orrori.

Eppure serro la mano. Continuo a stringerla. Mi tormento le dita. Conficco le unghie nella carne senza sentire dolore.

E’ un tutt’uno con la mia pelle. Il rame mi entra dentro, come fosse una nuova vena. Una vena sottile e spigolosa.

“Lascia!” mi dico. “Molla la presa!” ripeto.

Eppure le dita si stringono, si intrecciano,  vi si cementano attorno. Con una determinazione che non sapevo di possedere.

L’elettricità mi anima di moti convulsi e io abbraccio il filo, mio carnefice di metallo.

E’ così, è sempre così.

Mi manchi, e quando mi manchi, manchi a me. E non riesco a scriverlo in terza persona.

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