Tag Archive | dolore

e allora

finisce che respiro più forte e butto giù.

Aria e dolore.

Ogni volta che non riesco (non voglio?) domandare per le risposte che già so.

Faccio le valigie

Non -Ah- oppure -Mi dispiace- o un silenzio, un singhiozzo, una lacrima.

Ho detto proprio così -Faccio le valigie- e ho iniziato a farle, come quelli nei film, che le riempiono con cose alla rinfusa.

Ciao nonna.

 Statti bene, riposa in pace. Suppongo si dica così.

Quanto

Quanto sai fingere? Quanti sospiri, quante contrazioni muscolari? Quanti fremiti?  Quante emozioni che non hai?

E quante sai nasconderne? Quanto sai mentire con te stessa? Quanto sai ripeterti di star bene?

Quanto amore hai? Quanto ne puoi provare? Quanto, invece, vuoi tenerne gelosamente per te?

Quante volte ti sei sentita delusa? Da quanti letti freddi sei scappata? In quanti sei rimasta, impietrita?

Quante cose ti trattieni in gola? Quante parole non urli?

Quanto sai essere cattiva, perfida, violenta, tragica?

Quante speranze credi di avere? Con quanti sogni ti carezzi? Di quante cose giuste ti sei pentita? Di quante, sbagliate, non sai pentirti?

Quanto ci credi ai tuoi mai più, ai tuoi si vedrà, ai tuoi domani?

Quanto sei vera? Quanto è tutta una messinscena?

Quant’è il dolore? Un litro, un etto, un metro, quanto?

Dico a te, lì, nello specchio!

Fai le facce, giochi alle millemila me, mi sorridi di sorrisi strani.

Dico a te, e non far finta di non sentire…

Quante sono le lacrime?

Quelle, almeno, potresti contarle.

La banalità del dolore

E’ stata una notte stupida.

Picchi d’ansia a profusione. Ho i muscoli pesanti del sonno non dormito, gonfi, quasi, di una stanchezza e un abbandono incistati.

Tanti brandelli di conversazioni, parole slegate, pensieri sciolti.

Lo so, sono sempre qui, tutta rigida e concentara su me stessa, a monitorare scioccamente me e le mie percezioni. Sempre con l’orecchio ben teso a sentire il dolore e la tristezza che arrivano. Magari sperando che bussino, per una volta.

Magari sperando di poter decidere di non aprire.

Lo so, lo so. Sono banale e paranoica assieme.

Ma c’è che sono il centro del mio mondo e, benchè mi piacerebbe, non riesco ad averlo uno sguardo da seconda fila sulle mie cose. Sono sempre lì, in mezzo al palcoscenico. Anche quando il sipario è calato.

E ora sono immobile, a sentire i devastanti effetti di un’azione banale.

Immobile, ad attenderli tutti e a catalogare la tristezza, la rabbia e il rancore per categorie di sfumature.

Il dolore è così banale.

Sembra una freccia che viagga al rallentatore.

E io sono lì, che mi aggiusto ben bene nella sua esatta traiettoria.

Non va

C’è poco da fare.

C’è qualcosa che non va e non riesco ad individuarne la causa e a schiacciarla come un ragnetto molesto.

E non ho voglia di mettere in rima il mio disagio, nè di colorirlo o di aggraziarlo.

Perchè certe volte le cose sono brutte e le giornate sono grigie, il tempo passa in fretta senza lasciare traccia, e pensare ad un anno fa e a quell’illusione di primavera che si stava avendo, può togliere il fiato.

Non ci sarà un finale sensazionale nè la conclusione necessaria di una parabola rassicurante, non ci sarà l’ode all’imperfezione, non ci sarà il disimpegnato proposito di prenderla come viene.

Una serie di parole slegate e scomposte

 io rabbia non capisco male umiliazione dolore me te mai ormai forse no

e qualche ora di sonno, come fosse l’oblio.

Cicatrici

C’è che mi sono scottata, un paio di mesi fa. Ho questa patacca violacea sul polso e parte della mano, come ricordo.

Un medico simpatico, una volta, ha detto che un bel giorno, lavandomi le mani, o dando un cinque, o sprecando una carezza, non mi sarei accorta più di nulla. Nessun segno.

Un po’ perchè la pelle è portentosa e tende a rigenerarsi più che può, un po’ perchè l’occhio è pigro e, a lungo andare, scambia la consuetudine per normalità.

Le cicatrici o si riassorbono o te le dimentichi, insomma.

Fatto strano è che, con le mie, continuo a giochicchiarci, percorrendone, con l’indice curioso, il rilievo frastagliato.

Mi fa sentire viva, dolorosamente viva.

Ormai

Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.

Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.

E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.

Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…” Continua a leggere…

Asimmetria

Costruisciti pure la tua bella immagine di me, chè tanto non riuscirò ad offrirtene una migliore.

Resterò sulla porta, a blaterare di briciole di vita e di discrezione, di voglia d’esserci e di rispetto. Conterò i passi, starò lì in silenzio. Chè quando m’impegno col cuore non ci riesco anche a parlare.

Poi un giorno misurerò la distanza sconfinata tra il mio essere e il tuo non capirmi.

Metterò maschere, forse.

Ti farò credere d’essere quello che vuoi che sia. Di vivere a fior di pelle.

Per qualche ora ci crederò anche io.

Poi raccoglierò i vestiti sparsi e mi eclisserò.

Probabile che mendicherò briciole d’affetto e di rispetto, prima. Probabile che mi arrabbierò, ripensandoci.

Ma tu restane fuori.

Goditi gli effetti del mio spasmodico attaccarmi alla vita e non pensarci, chè tanto lo so come sei, come siamo, a che gioco giochiamo.

La conosco la nostra triste asimmetria di prospettive.

Primonovembre

Mesi che passano come fossero giorni.

Tempo tra le mani come un pugno di sabbia fine: stringo, impreco, soffro, unghie nella carne.

Ma lei scivola via, fluisce, lieve, impalpabile.

C’è una persona che avrei voluto salutare oggi.

Vent’anni sono pochi per vivere e pochi per morire.

Sai chi sono e come la penso, le mille menate sul razionalismo e sulla vita che è qui e ora e sulla smania che ho. Incessante, inesauribile, spasmodica, mia.

Ma se ci fosse una minima possibilità di rivedersi, magari in questo posto new age che chiamano aldilà, stai tranquillo che l’ultima sigaretta ce la smezzeremmo.

Come ai vecchi tempi.

Con estrema lentezza.

Demoni

Gli ho urlato addosso, ai demoni.

Li ho aggrediti a forza di parole, di racconti di vita, di piccole – grandi quotidianità, di sensazioni e di brezze come carezze sulla pelle, in autunno.

Tornavano, ciclici, nei tuoi racconti di paura e di dolori, di futuro incerto, forse negato.

Demoni del terrore, demoni dell’inquietudine cortisonica, del brusio cupo dei pensieri che diventa rombo, scroscio, unghia sulla lavagna delle percezioni.

Ti dicono che devi essere forte, ma io lo conosco il tuo desiderio di piangere, di fare i capricci, di ritornare bambina.

Assecondalo, vorrei dirti.

Riprenditi tutta la razionalità che hai offerto al mondo fino ad ora, mutala in stridore, in dirompente confusione, in mera assenza di senso.

Ma ho paura, e volo via.

Via dal dolore, ancora una volta.

Via dal tuo chiederti se ci vedremo ancora.

Via dai demoni.

La prova più difficile di queste 36 ore.

La prova più difficile di sempre: volere del bene a qualcuno.

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