La sottile differenza
Normalità
Ci siamo fatti un paio di birrozze, ci siam mangiati lo sformato guardando Il secondo tragico Fantozzi, ne abbiamo sviscerato tutti gli aspetti sociologici possibili e immaginabili (a noi ci piace così), con tanto di puntatina svelta a Svevo e Čechov. Poi è arrivato l’inaspettato SMiSter* della buonanotte con tanto di mi-manchi-tanto-puccipucci-e-bla-bla-bla, ha seguito il lavaggio-dentini e il cicchetto (oh, sorry: lo shottino) di Listerine (chè se non ne butto giù almeno metà pare che non sono soddisfatta) e il simultaneo pensiero di seconda fila riassumibile nella considerazione che con i mi-manchi-tanto-puccipucci di Mister puoi anche incartarci il pesce (giusto per essere eleganti). Una sprimacciata al cuscino, un libro a portata di mano per l’insonnia, buonanotte coinquilini, buonanotte Miss, la pungente consapevolezza che addormentarsi non sarà semplice (non lo è mai). Una rilettura svelta dell’essemmesse, chè i buonanotte-puccipucci di Mister hanno sempre una loro grazia stilistica. Buonanotte Mister, buonanotte anche a te. La confusione di un letto sempre troppo vuoto o troppo pieno. Mai il giusto. Un paio di pensieri smessi, di quelli che tornano solo di notte.
Mezz’ora di normalità, insomma. Normalità che tanto spesso pare far rima con banalità.
Mezz’ora di normalità, e un pensiero più o meno colpevole a chi la vorrebbe, ora, questa normalità.
E allora sì, senza paura, quel “tà” finale, con la sua bella prosodia accesa, rima pure con felicità o, almeno, con tranquillità.
E’ solo che si è sempre troppo presi da altro, per accorgersene.
*Lo SMiSter è un particolare tipo di essemmesse inviato con frequenza variabile da quel predatore notturno che è Mister. Di solito si tratta di un messaggio sdolcinato e poco contestualizzato, che può seguire violente litigate come mesi di silenzio. Lo SMiSter, ormai, non desta nella Miss alcun tipo di sentimento, se non un sorriso quieto e senza pretese.
Certe mattine
sono talmente felice
che mi vergogno.
Ormai
Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.
Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.
E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.
Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…” Continua a leggere…
Forse
non eravamo molto più felici di adesso,
ma ci credevamo.
Convinti di poterlo essere.
Come un balzo ad occhi chiusi, sprofondati nel nulla sconfinato:
si poteva sperare di avercele le ali, o aspettare di sfracellarsi al suolo.
Noi, dallo stuzzichio candido delle piume, almeno ci siamo lasciati tentare.
Non chiedermi se sono felice
Eccolo.
Immancabile.
Facciamo che il 1000esimo vince un premio. Che ne so: un prosciutto disossato, una magnum di Falanghina, un weekend ad Ascea. Da ritirare alla cassa, dopo aver pagato il conto. In fondo a destra.
E’ una domanda che mi viene posta spesso, nelle situazioni più disparate, dalle persone più improbabili:
Ma tu, sei felice?
Tombola!
Che poi te lo chiedono sempre con quel cipiglio saccente da paolocrepè che, su di me, ha l’effetto di accelerare a 1000 la rotazione delle cosiddette.
Punto primo: ma quante telenovelas tardoadolescenziali stile dosoncric hai ingurgitato per fare, con naturalezza, una domanda del genere?
Punto secondo: ti sembra sia il caso, ora? Cosa ti ha lasciato supporre che io volessi condividere con te, in questo momento, l’ammissione della mia felicità o della mia infelicità?
Punto terzo: non era meglio quando si parlava del tempo?
E invece eccoti! Puntuale! Al varco! Con la tua domanda da marzullo dei poveri!
Ale, ma tu, sei felice?
Ti guardo stanca. Hai una camicia che non mi piace, la tua auto sa di arbrmagic e io non faccio altro che accostarmi alla mia portiera.
SO che è stupido, ma non posso farne a meno.
Cito qualcosa: canzoni/classici/aforismi. Non importa. Quando mi sento in difficoltà cito sempre qualcosa.
Mi sorridi col sorriso di chi già si è arreso a non capirmi. Col sorriso di chi, però, ha deciso, benevolmente, di lasciarmi i miei momenti divagatòri.
Inizio a contare: i lampioni, i segnali di pericolo, le ragazze con le scarpe rosa. Mi attacco ai numeri. Lo faccio spesso, mi distrae dai pensieri.
Ma tu vuoi proprio fare il filosofo stasera, eh?
A tratti
Ti rispondo, senza guardarti. Fisso qualcosa che tu sicuramente non puoi vedere, davanti a me. Sorridi.
Non a me.
Sorridi, ti compiaci per aver avuto una risposta alla tua domanda geniale. Manco l’hai ascoltata, e forse è meglio.
Recitare. L’unico modo per finirla è recitare.
Scelgo un personaggio consono.
Sono una bambolina di porcellana, ho gli occhi grandi e le ciglia lunghissime. Quando mi distendi abbasso le palpebre senza fare storie. Ho un sorriso lievemente corrucciato e le guanciotte tonde spolverate di lentiggini. Un vestinino di taffettà, una paglietta con un papavero appuntato sù e una pochette di pizzo rosa, così piccola da contenere solo un fazzolettino ricamato con le mie iniziali e un paio di guanti sottili. So dire poche parole: mamma, papà, ti voglio bene, sono una brava ragazza, vado a messa ogni domenica, per favore, prego, figurati, grazie, non c’è di chè, eccetera eccetera eccetera.
Poi mi viene voglia di ridere. Voglia di una ristata folle, assurda, grottesca, oscena. Mi trattengo.
Allora ci sentiamo domani?
Sorridi ancora. E io vorrei metterti le mani in faccia. Coprirti gli occhi e la bocca.
Ti sorrido sussiegosa. Fingo una di quelle espressioni alla chissà, si vedrà, forse che sì forse che no, devo chiederlo prima al mio consulente spirituale.
Faccio un paio di propositi, appunto un paio di imperativi categorici nel taccuino della memoria.
Mi guardi allontanarmi. Mi addolcisco: in fondo mi hai sopportata, so che non deve essere facile, e ti sono grata, comunque. Ti regalo l’ondeggiare dei miei capelli raccolti a coda sulle spalle.
Mi perdo nella notte, e i pensieri di sempre tornano a farmi compagnia.
La pelle non si può fregare.
E questo un po’ mi dispiace, un po’ mi fa piacere.










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