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Certe volte

quando torno a casa distrutta, persa nell’ultima notte che è diventata pomeriggio-del-giorno-dopo senza passare dal via, avrei solo voglia di un vecchio film.

Uno di quelli in bianco e nero, con le donne soffici con i boccoletti biondi e i lucciconi agli occhi, i vestiti stretti in vita e morbidi sui fianchi e uomini sempre troppo pettinati per essere veri.

[Dicono che è Ferragosto.
Io faccio follie per passare il tempo e di giorno resto sospesa, adagiata nell'impegno blando di crearmi un'aspettativa da non disattendere troppo in fretta.
Buona giornata a voi,
che sapete fare le cose per bene.
E buonanotte a me.]

L’annoso interrogativo

Ma tu,

ci sei

o ci fai?

[Alla follia, certe sere, puoi solo arrenderti. Come a te, d'altronde. Ci si arrende a te. O ci si arrende e basta.]

Folle – mente

distratta

Momentaneamente devota al rito di una vecchia abitudine: ripetere una parola all’infinito sulla superficie piana dello spazio bianco. Innescare il pensiero per mezzo della parola.

distratta

distratta

distratta

distratta distratta distratta

Le immagini dissolvono: sprazzi di colore. Ogni paio d’occhi racconta una storia, ogni storia ne intreccia altre mille, e io mi perdo tra le trame, vittima del demone immaginificio della caffeina, o di chissà cosa. Pensieri rapidi come scosse, elettrici come brividi.

Sono troppo poco consequenziale per essere vera.

Mi attacco alle imperfezioni: venero le macchie sul soffitto e le rughe attorno agli occhi. I pallini dei pullover di cachemire e le stempiature sulle fronti attente.

Le rughe, le pieghe, le rientranze, le deviazioni.

Scivolo sul piano impervio delle giornate, assecondando l’incedere delle imperfezioni.

C’era un gioco: una scatolina di plastica, cubica o giù di lì, con una delle superfici interne segnata da scanalature e gradini a disegnare percorsi possibili, e poi una piccola sfera metallica. Perfetta, tonda, riflettente, minuscola. L’obiettivo era farla scivolare nelle scanalature, inventando percorsi, disegnando traiettorie tra i gradini e le rientranze.

Ecco. Io sono quella sferetta. Mi faccio guidare dal tracciato delle imperfezioni. Seguo la traccia folle del nonsenso e ti capisco se mi dici che sono pazza.

Ma oggi divergo e continuo a divergere, fondo pezzi di dialoghi e gesti e comportamenti. Stringo la pelpebre fino a sentire gli occhi che bruciano e poi mi godo il frattale luccicante che si espande a partire da uno sciocco punto di luce.

La serranda abbassata destruttura il cielo pallido di novembre in pixel asciutti. Li collego come nel gioco dei puntini numerati: una stella iscritta in un pentagono iscritto in una stella iscritta in un pentagono.

Mi eclisso nel vortice geometrico della follia: una pausa ad ogni angolo, lo spazio minimo di un perchè, per un’incertezza, per l’ipotesi timida di un’impossibile deviazione.

Ho bisogno di immagini, di linfa grafica per i miei occhi assetati.

Se tutto questo avesse un audio, un sonoro, sarebbe il ticchettio metallico incessante del metronomo; al massimo il rincorrersi ossessivo di due note consecutive. Tutto questo divagare necessita della scansione senza appello della più spietata regolarità.

E’ dalla regolarità che scaturisce la follia, dall’identicità che si solleva il dubbio della divergenza, dal grigio inespressivo del cielo esanime di oggi che le nuvole prendono forma.

Vomito la mia incertezza e mi adagio nella cupa normalità.

Per ora.

Sconfinamenti

Ho dormito tantissimo oggi. Uno di quei sonni sciatti, profondi, senza sogni.

Uno di quei sonni che non vale la pena di dormire, insomma.

3 ora filate, 3 ore d’oblio. Dalle 17 alle 20.

La colonnina di mercurio non transige: fa la spola tra il 37.5 e il 38, e io mi sento uno straccio.

Poi le avvisaglie del dormiveglia: il pensiero che si mette in proprio a tessere trame spettacolari, le sensazioni e i ricordi che si confondono, si amalgamano brutalmente nel mix della semi-incoscienza, addensandosi in un pastone indistinto e nauseabondo.

Il cuore, quello non smette di battere a rag time. Uno stato di tachicardia preoccupante: non mi meraviglierei affatto se cominciassi a vedere le mani gonfiarmisi e sgonfiarmisi ritmicamente, l’addome pulsare, le orecchie rattrappirsi per poi distendersi.

Misuro il letto millimetro per millimetro, alla ricera di zone di frescura. Impregno, sistematicamente, ogni lembo di lenzuola del mio caldo alterato.

Ad un tratto, nel groviglio di pizzi e lembi, inzio a scavare vie di fuga: una gamba impaziente chiede aria, si fà un varco tra le coltri e si mette, lì, a cercare aliti di vento.

Ho fatto un sogno.

Ho sognato un amico dell’infanzia, compilice, tra i 12 e i 13 anni, dei miei primi esperimenti di baci. Capita d’incontrarsi qualche volta, d’estate, soprattutto. Ognuno serba nei confronti dell’altro un affetto esclusivo. Come se quell’unico piccolo segretuccio (che, a ben pensarci, non è ne’ segreto, ne’ unico) del quale ci sentiamo reciproci testimoni, avesse stabilito tra noi un contatto, un punto paradossalmente convergente nelle parallele delle nostre vite.

E’ davanti al locale nel quale capita, talvolta, d’incontrarsi. Mi viene incontro sorridendo, e io già mi slancio in un abbraccio fraterno.

- Ma non hai gli slip?

Mi chiede, come se fosse la domanda più naturale del mondo

- Ma certo!

Ribatto, e lo stringo tra le braccia.

Il corpo mi manda messaggi strani: sento di avere alcuni muscoli in tensione e altri totalmente abbandonati alla nullafacenza di questo pomeriggio febbricitante. Il pensiero diverge: si sposta da punto a punto, da zona a zona. Lo vedo collegare i puntini numerati di uno di quei giochi di enigmistica, al termine del quale sul foglio bianco si staglierà il contorno di una figura sensata.

Ma il mio di disegno non si rivela ne’ si compone: prima sembra una farfalla, poi una zattera strapazzata dal vento, un volto, un mostro, una spirale ipnotizzante che mi si impone allo sguardo. Cerco di fissarne il centro, sgrano gli occhi nel buio della mia stanza, cerco il led verde della torre del Pc.

Mi canto una canzone, una nenia, più che altro. Articolo suoni in successione: lamenti, vocali, nomi storpiati. Mi invento parole, giustappongo le sillabe, parto alla ricerca degli etimi.

So che è la febbre, so che sto vaneggiando, lievemente, ma vaneggio. E questo sconfinamento nel mondo d’ovatta della follia quasi mi riempe di gioia: indirizzo i miei occhi non convenzionali sulle cose, vedo riti di sciamani nelle ombre oltre la finestra, il latrare dei cani si rivela un canto orfico, e la luce incerta di un lampione che filtra, attraverso la serranda abbassata, da fuori, è nient’altro che la polvere della fatina Trilly, la polvere magica per volare.

Mucca è scivolata per terra, la recupero allungando un braccio. La stringo forte, incastrando il suo musone di pelouche nell’incavo tra il collo e la spalla.

Gli occhi aperti nella notte ti lasciano vedere, suppore, inventare, tratteggiare cose che il giorno ti nega.

Ripenso a Occhi di cane azzurro.

Io sono colei che arriva ogni notte nei tuoi sogni e ti dice: occhi di cane azzurro”.

Non mi viene da ricordare la fine: sono riusciti ad incontrarsi nella vita reale? Oppure hanno continuato a vivere la loro storia nella nebbia del sogno?

- Anche tu, una volta, ti sei innamorta in un sogno!

- Che dici, stai zitta! Vaneggi!

- Sì, ma è così…

- Hai la febbre, dici cose senza senso!

- Sei tu che non vuoi ammetterlo!

- Sei pazza…

Battibeccano, come al solito, le mie 1000 me.

Sorrido. Stendo una mano sullo sterno: lo sento fare su e giù. Ho il mio attimo di dispersione musicale: Su e giù, Rino Gaetano.

Sorrido ad una frase, sempre la stessa. 

“…che lei mi amava si vedeva dagli occhiali fumè”

La trovo così poetica, così divagante e vera.

Perchè la vita divaga, diverge, la vita è negli angoli, nelle crepe dei muri, negli occhi dei passeggeri della metro il lunedì mattina 

- Sei pazza…

- Lo so.

…e mi godo la mia follia.

Buonanotte alle mie occhiaie e alle venuzze sugli zigomi, buonatotte alle mie scapole sporgenti, buonanotte alle mie unghie sbreccate.

Buonanotte.

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