Tag Archive | La Roma di Miss

Sei il mio film francese

Dolce, malinconico, lento, indefinito.

(Una delle cose più belle che la Miss si sia mai sentita dire. E che in questo giorno di Roma sciatta, inconcludente e umida, ritorna con la violenza di un pugno.)

Giorni di me

fatti di cose accartocciate e di batuffoli di nulla consistente che ingorgano gli accessi alla tristezza. Fatti di risate, di sole sulla pelle, di pensieri di seconda fila e di voci ai margini. Di cappuccini schiumosi, di risvegli luminosi, di percorsi in autobus con l’audio smorzato e la potenza sommessa dei Pink Floyd in cuffia. Fatti di nuvole di zucchero filato e di pozze riflettenti nell’asfalto. Di fiato corto e di scale. Di rabbia energica e sferzante.

Questi giorni senza il pungolo angosciante di una Prospettiva, questi giorni di Roma lucente, che ritorna bambina, che vede riassorbirsi gli scuri ematomi dell’inverno dal suo corpo fascinoso anche se leggermente sfatto. Roma, la vecchia signora, un po’ troia un po’ mamma.

Giorni di leggerezza, giorni di poche domande, di poche risposte, giorni in cui le nostre reciproche incongruenze paiono trovare un incastro perfetto.

Giorni di me, e poco altro.

L’isola dei Metallica (un titolo a sentimento)

Le notizie della settimana sono essenzialmente due.
La prima è che i cantanti di mezz’America si sono incazzati perchè a Guantanamo si tortura al ritmo di Etern Sandman dei Metallica, e la seconda è che, nonostante Vladimir Luxuria abbia vinto l’Isola dei Famosi, l’otto dicembre, Rai2 ha mandato in onda Brokeback mountain in forma censurata.

La mia personale opinione è che i cantanti, e non solo loro, farebbero bene a contestare la tortura in generale e che sarebbe anche ora di togliere l’omosessualità dall’alveo del fenomeno da baraccone variamente declinato e di pucciarsela nella normalità e nella quotidianità.

Ah, a Roma la stiamo ancora aspettando la piena del Tevere, eh.

E’ tutto, credo.

Almeno per il momento.

Ticchettare

pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto

Sì, lo so, era “meriggiare” e non “ticchettare”. Però, che ne so, stamattina la si potrebbe declamare cosi:

ticchettare pallido e assorto / presso il trafficato muro Torto

Ok, la smetto. E’ che essere svegliati dalla pioggia che ticchetta sul vetro, non avere la premura di doversi alzare e affrontare il caos della città, giocare a nascondino coi piedi sotto le coperte, imprime a questa giornata un grande senso di serenità.

Roma piange, e io con lei. Perchè Roma me la sento dentro, Roma è l’unico posto, fino ad ora, nel quale io mi sia sentita “a casa” nell’accezione rasserenante e intima del termine.

Piango un po’ anch’io, quasi a suggellare un patto tra me e la Capitale.

Non son lacrime tristi, piuttosto lacrime serene-un-po’-amare di chi ha aggiunto un’altra voce alla lista mentale dei MAI PIU’.

Mai più indulgere al passato e alla tentazione del ricordo. Gli archivi sono fatti per impolverarsi.

E’ tutto.

RomeCamp

Ci pensavo stanotte. Sì, stanotte. Perchè soffrendo io di insonnia, la notte spesso la dedico ai pensieri.

Uno dei mille scomposti e visionari di stanotte, suonava più o meno così: Che faccio, lo scrivo o non lo scrivo un post sul RomeCamp? Eh, perchè, diciamoci la verità, io son andata lì da perfetta sconosciuta e semi-profana, e già il fatto che qualcuno m’abbia detto “Ah, sì, tu sei quella che posta le foto con le sue occhiaie!” è stata per me indubbia ragione d’orgoglio.

Cronache, commenti tecnici, ratio filosofiche e quant’altro le lascerò ai tanti più competenti e informati di me. Io mi limito a trascrivere qualche sensazione del mio RomeCamp.

Bello. Anche emozionante, se mi passate il termine.

Sì, perchè è emozionante dare un volto, una fisicità, un sorriso, un modo di muovere le mani e un tono di voce a chi leggi, a chi segui.

Bella la location, bella l’idea di coinvolgere gli studenti in un progetto complementare.

Bei sorrisi, bella gente, bell’entusiasmo dilagante.

Bel RomeCamp, insomma.

Che, tra parentesi, è il mio primo BarCamp.

(E poi, diciamocelo, vedere Vibes al mattino, sconvoltissimo e appena sveglio, non ha veramente prezzo!)

Ora, mi chiedo

ma i pensieri della notte, non dovrebbero essere come vampiri?

Non dovrebbero dissolversi all’alba?

Scappare impauriti dalla luce, dai riflessi, dal sole, dal colore delle cose?

Sì, perchè le cose hanno colore solo quando la luce le tocca. Al buio sono buie. E su questa riflessione si è consumato gran parte del tempo della mia infanzia, quindi non mi pare cosa da poco.

Roma sorride di sole, si contorce, vitale, in una primavera improvvisata.

E io sono come quel lenzuolo candido, lì, appana oltre la finestra: tormentato dalle dita infide del vento, accarezzato dal sole. Anche lui si tiene saldo alla ringhiera, ma la voglia di volare è forte, quasi come il pensiero di avercele, in fondo, delle ali. Certo, non piumate. Ali approssimative. Ali di stoffa, ma pur sempre ali.

Scivolo, non so che scivolare.

Per imparare a volare è tardi.

Per smettere di volerlo è presto.

E io sono qui. Ancorata al limbo di una ringhiera scrostata.

Roma al mattino

Roma si arpiona ai lembi sgualciti dell’estate, ancora.

Stamattina, per esempio.

Voglia di rubare tempo al tempo.

Una doccia rapida, con l’acqua che lava via le tensioni malinconiche della notte.

Un vestito floscio, che non è che copre o nasconde: esalta accarezzando, sfiorando appena, adagiandosi lieve e ondeggiando ad ogni passo.

Giù in strada, col retino fitto dei sensi ben dispiegato in aria. A caccia di farfalle. Di emozioni.

Roma ha un sapore che non ti aspetti, al mattino.

Si colora dei suoi mercatini rionali, del traffico indolenzito del lunedì, dei ragazzini alle fermate degli autobus. E’ una città viva, e io questa vita me la sento nelle vene, negli occhi, nei muscoli.

Sorrido a caso a chi mi sorride. Lascio che gli sguardi si appoggino dove vogliono, punto occhi negli occhi, chè non ho paura di guardare. Non oggi.

Le vecchiette si affollano alle bancarelle dei fruttivendoli perchè lì si sentono desiderate, ancora. Le vedi scegliere con cura i prodotti e schermirsi dei complimenti di questi omoni beceri e gentili al tempo stesso. Tornano ragazzine: sorridono, stanno al gioco, sbattono le ciglia e si compiacciono.

Vedo uno spunto di storia ad ogni angolo di strada. Indovino le vicende di ogni sguardo incontrato sul bus. Mi immagino la consistenza viscosa delle mani dei lavavetri, il profumo vanigliato delle commesse.

Dedico un aggettivo a tutto, magari inventandolo.

E’ più di un anno che Roma, io, la penso in forma di romanzo.

Ma, ancora, certe volte è capace di lasciarmi senza parole.

Lo stadio agli ultrà, i tram alle vecchiette

I mezzi pubblici sono uno di quei posti in cui ognuno, inspiegabilmente, riesce a dare il peggio di sè.

Prendi ieri: è mattina, saranno le 8 o poco più, il cielo è foderato di una patina acquosa che sa di triste e d’autunno. Per quanto mi riguarda sono un po’ smorta, ho le mie fedeli occhiaie stratosferiche e onnipresenti, l’aria acida di chi ha trovato un coccodrillo nel water e le potenzialità comunicative di un’ameba in autunno.

Mi sto iniettando la mia pera mattutina di musica: seleziono dal fedele i-pod la modalità random e mi rinchiudo nel mio autismo musicale.

La scelta casuale non perdona: così Pink Floyd, Gotan Project, Officina Zoè, Queen, rimasugli sparsi di reggae e reggaeton e molto altro si trovano accostati in un improbabile minestrone di sonorità.

Mi becco tutto senza fiatare, sperando che il cielo grigioghisa prima o poi si decida a concedermi un sorriso luminoso.

Vado riflettendo che, oltre il Ponte delle Valli, deve esserci un qualche varco spazio – temporale che permette ai 63 di andare senza poi poter tornare indietro: sono 20 minuti che aspetto, me ne sono sfilati davanti 3, rigorosamente nella direzione opposta alla mia.

Magicamente il bus arriva, stracolmo, come di consueto. Chiamo a raccolta le mie molecole di tolleranza.

Mi ritaglio un posticino scomodo tra l’obliteratrice e un sedile. Mi ci accuccio. Cerco un labile equilibrio, mi arpiono a qualche maniglia, punto i piedi a terra.

Ho una borsona ingombrante nella quale tengo un paio di quaderni e qualche pezzo di vita, chè la mattina di certezze proprio non mi riesce di averne, e allora devo portarmi cose rassicuranti, scheggie di ricordi. Complementi e estenzioni di me.

La borsa, malauguratamente, va a sbattere contro il braccio della signora placidamente e flaccidamente seduta sul sedile al quale sono arpionata.

Mi rivolge uno sguardo di disprezzo e odio puro. Zittisco l’i-pod, le sorrido e mi scuso.

Vengo da quella scuola di pensiero che ritiete che un sorriso alle 8:15 del mattino sia un risarcimento più che sufficiente per un’involontaria borsettata.

Eh “Mi scusi, mi scusi!” la prossima volta m’ammazza e poi me chiede scusa!

Sono perplessa.

Perplessa tendente allo sconcertato.

Il bus fa l’ennesima fermata. Ho appena il tempo per richiamare alla mente quella strana legge di proporzionalità che impone che la gente che scende alla fermata sia necessariamente meno di un terzo di quella che sale.

Cerco di rimpicciolirmi, il che non è cosa facile essendo già formato mignon di default.

All’immancabile ultrasessantenne, collocata millimetricamente davanti alle porte d’ingresso del bus, un uomo chiede di spostarsi.

Ella, in un impeto di energia insospettato e inadeguato all’ora, gli fa:

Chè, non ci passa? E’ arrivato il padrone dell’autobus! E’ arrivato il padrone dell’autobus! Ma vada un po’ dove deve annà!

Il senso di sconcerto si amplifica.

Comincio a guardarmi in giro, sospettosa.

Una candida vecchietta col pettinino di tartaruga tra i capelli burrosi infila la mano nella borsetta.

Attendo, col fiato sospeso, la comparsa di un bazooka nella sua manina rugosa.

E quella lì? Quella col sorriso dolce e le rughe morbite attorno agli occhi, che armeggia nella tasca del cappotto?! Ne estrarrà un rasoio, affilatissimo, e sgozzerà il primo che le capita a tiro!

L’ingresso del quartiere Coppedè, alla mia sinistra, mi annuncia che Piazza Buenos Aires (che ci misi giorni a capire che i Romani la chiamano Piazza Quadrata) è vicina.

Guadagno, faticosamente, un posto accanto alle porte d’uscita.

Schizzo fuori schivando gli sguardi di fuoco dell’esercito bianco delle vecchiette dei mezzi pubblici.

Poi si dice che gli ultrà vanno allo stadio per sfogare la rabbia repressa!

E delle vecchiette sugli autobus, allora, ne vogliamo parlare?!

Basta, altro che 19! Io fino a Viale Romania me la faccio a piedi.

Riquadro 119, galleria V

Odio i funerali.

Le morti, i cimiteri.

Il dolore che si fa lacrima, tangibile.

E’ uno di quei sentimenti con i quali non so misurarmi.

Non che con gli altri vada, poi, particolarmente meglio: c’è qualcosa che mi arena ad uno strato superficiale di me, un’incrostazione di timore e circospezione. Lo faccio con l’amore, lo faccio con l’odio, con la rabbia e col dolore. Mi tengo in superficie, chè ad abbandonarsi al vortice c’è da non uscirne più.

Non è un bene, ma quando non è stato così, non è andata, poi, meglio, quindi…

Ecco, uno sproposito di parole inutili, come al solito.

Uno sproposito di parole inutili per dire che oggi, complici le mollezze dell’ultimo sabato di libertà, il grigio diffuso e morbido del cielo di fine settembre e la disponibilità (momentanea) di un’automobile qui a Roma, sono andata al Verano.

L’idea principale era quella di fare un saluto a Rino Gaetano, un pensiero che mi coglie spesso.

No, non sono una fanatica dell’esserci, del farlo perchè lo fanno tutti, del crearmi una passione o dello sposare una causa. Semplicemente mi andava.

Stare lì, concedersi il piacere amarognolo di una lacrima, lasciare il pensiero libero di divergere, di chiedersi, di cantare, di sussurrare, di andare in dissolvenza.

Così è stato.

Il Verano ti accoglie nel suo ventre di ricordo, celebrazione, passato. Nomi e date ti si impongono alla vista, ma anche architetture, geometrie, materiali, gatti sinuosi e cornacchie gracchianti. Ti racconta di chi c’è stato prima, di chi è passato giusto per un giro, di chi ha lasciato un segno, di chi, dimenticato, non s’è visto concesso neppure il privilegio di una manciata di sillabe stanche.

Il Verano sa di cipresso e di tristezza buona. Di quella che ti si attacca alla pelle creando una patina vischiosa, che ingentilisce il mondo, gli umori e le stagioni, col suo costante persistere.

Rino è lì, un nome tra i nomi, un parallelepipedo incastrato in un’ossatura di cemento armato, una foto, qualche sillaba dorata, due date.

Abbondano le frasi, i fiori, le sigarette offerte da chi è passato di lì. Destinate a non essere fumate. Il marmo è zebrato da tratti di uniposca: ci tengono, tutti, a far sapere che sono passati. Raccontano brandelli di storie, le loro, quelle del mondo, le voci della strada. Lasciano segni su un segno che, momentaneamente, sta allenando la clemenza del tempo.

La capisco questa infantile e qualunquista smania di esserci. E non la condanno.

Scrivo due righe, anch’io, su un quaderno lasciato lì apposta.

Tra le tante cose che avrei potuto dire, in quel momento butto giù la più banale, inutile, sciocca, impulsiva.

Lascio una Vogue alla menta, faccio qualche foto, consento di scendere ad una lacrima, sì, sfioro con l’indice le lettere dorate.

Non sono venuta qui ad adorare nessuno. Caso mai a respirare la magia, quella che si desidera aleggi su certi luoghi, su certe cose che diventano simboli.

Dedico un pensiero a questo culto privato del dolore che diventa culto generale, mito, quasi. Mi chiedo se la spettacolarizzazione accentui o smorzi il dispiacere, quello vero.

La verità è che siamo smaniosi di eroi: non ci bastano i Che Guevara, i Ghandi e i Gesù Cristo. C’abbiamo bisogno di gente vera, non spettacolare, non eccelsa, non sublime.

Abbiamo bisogno di crederci, crearci il nostro feticcio emozionale.

E oggi io sono qui per questo. T’ho messo tra i miei dei di oggi. Dopo quello dello zucchero filato e delle caramelle gommose, appena prima di quello del caffè, accanto al dio misericordioso dei lunedì di febbre di quando ero al Liceo.

L’ennesimo dio delle piccole cose, Rino. Nè di meno, nè di più. Il dio di qualche canzone che ti senti dentro, della sequela dei ricordi.

Un dio dalla voce aspra e il sorriso pulito.

Nulla di trascendente, nulla di spettacolare.

Il mio quotidiano attimo di laica spiritualità.

Wallace sul tram

E’ anziano, sui 70, forse di più. Ha i capelli candidi, burrosi, soffici: come una nuvola sul capo. Gli occhi belli, contornati da rughe morbide, plastiche, dolci.

Parla.

E’ seduto svariate file di sedili dietro di me, ma lo sento. Ha una di quelle voci che non puoi non sentire: morbida, lenta, che disegna nelle pause tra le parole, si attarda sulle vocali, soppesa gli accenti, è ricca di sa’? ‘nevvero? non crede?

Parla agli sconosciuti. Parla perchè ha qualcosa da dire. Qualsiasi cosa. Lui ha la voglia di dirla.

Intesse trame di pubblico e privato. Fila arazzi di storie improbabili. Ricama a punto croce quotidianità e  eccezione. Follia e grigiore. E’ un collettore di mondi disparati.

Sa’ quello scrittore? Quello che s’è suicidato? L’ho letto oggi, sul giornale. Era uno felice lui, aveva una moglie bellissima, ‘n sacco de successo…

Noi eravamo dieci in famiglia, sei già sell’è portati via. Due da bambini.

Erano artri tempi…

Oltre il vetro lurido del finestrino, Roma si affaccenda nel suo pomeriggio.

Sa’ che io dipingo? Sì, ora sto a fa’ la Dama coll’Ermellino, di Leonardo.

C’ha presente? Quella ha una collana, di perle, nere.

Io però le sto a fa’ violette…

Microcosmo e macrocosmo. Uniti da un filo di perle.

Non mi piace arrampicarmi su argomenti troppo impervi. Dare giudizi all’ingiudicabile. Chiedermi perchè.

Non mi piace dire mi dispiace. Chè chi sono io per dispiacermi?

Il dolore è un pegno che ora come ora non posso concedermi.

A Wallace rapporto di queste quattro parole, sentite per caso, rubate ad un vecchio coi capelli di zucchero filato, sul tram.

Mi sembrano le più adatte.

Il 15 Settembre Roma si riappropria della sua estate.

E’ una città forte, sa difendersi.

Io imparerò.

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