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Quello che rimane

E’ probabile che non avremo grandi storie da raccontare, su di noi.

Qualche dettaglio insipido, qualche ora in verticale. Nulla che meriti d’essere scritto negli annali, insomma.

Quando saremo estranei, e potrebbe succede anche domani, quando le tue mani torneranno ad essere mani, quando l’odore e il tatto e  la consistenza delle labbra, quando tutte quelle cose che puntano dritte dritte alla colonna vertebrale col loro rivolo di brividi scompariranno, credo che di te ricorderò che mi hai insegnato la chiarezza.

L’amore per le cose come stanno, l’ingranaggio della sincerità, il giusto peso delle cose.

Quell’onestà sentimentale che tu predicavi e sistematicamente disapplicavi,

e io, chescema, imparavo diligentemente nel metterti l’anima tra le mani.

Ricordi? Pioveva

E gli androni dei palazzi erano stretti e troppo illuminati.

Era un tripudio di clacson e io portavo qualcosa di rosso. Una sciarpa, un cappello, ora non saprei, così sbiadito com’è.

La strada era lunga, e la voglia inciampava ad ogni buca nell’asfalto.

I capelli si imperlavano di gocce, il trucco colava giù per le gote, le mani si facevano impazienti.

Ricordi? Pioveva.

Piove sempre nei nostri ricordi.

E io indosso qualcosa di rosso.

E la strada è lunga

e i clacson, l’asfalto,

e le mani,

e.

Con le mani

carezzo

le concavità lievi

delle tue assenze.

[La pioggia, il buio, la malinconia.
La pelle, e la sua memoria di ferro.]

Spigoli

Ce li avete presente gli spigoli?

Io sì.

Spigoli sono quelli che ti strappano i sogni nelle mattine buie, quelli che ti puntellano i piedi di gelo sotto al piumone.

Spigolosa è l’ansia che ti si attacca alla bocca dello stomaco e ti fa faticare a respirare e spigolose sono le nocche screpolate che sfregano le une contro le altre.

Spigolosa sono io: quando penso troppo prima di agire, quando mi perdo nel labirinto dei miei se, quando non ascolto e non scelgo la pelle. Sempre e comunque, la pelle.

Gli spigoli di sguardi ostili e di parole tra i denti. Gli spigoli delle recriminazioni, delle storie passate e di quel cieco voler spiegare che non è mai anche un voler capire.

Poi un bel giorno le rughe si spianano. La pelle perde la sua vischiosità, dispiegandosi in una sfoglia perfetta e oleosa, sulla quale lasciare che le percezioni scivolino in eterno.

Sì, sarà per motivi futili.

Ma il mondo diventa una bolla, e sulle bolle ti ci puoi strusciare e ti ci puoi specchiare. Con le bolle ci puoi giocare.

E allora mi rannicchio nel caldo buono della mia morbidezza, chè pure le clavicole sembrano smussate, stamattina.

Agli spigoli, ci penserò domani.

Vivimi

Dove il sangue è scuro e scorre vorticoso, e le carezze diventano scariche elettriche.

Entrami nell’intreccio dei muscoli, scopri dove nasce tutto questo pulsare.

Prenditi la briga di vedere com’è sotto la pelle, cosa c’è oltre quello che vedi.

Afferrami, esplorami, perditi.

Affonda le mani.

Bianco tra le righe

vuoto interpretativo.

Oggi all’ermeneutica ci rinuncio.

Perchè, è vero: il fatto non sopravvive alla prospettiva, lo sguardo plasma, decora, modifica e il tempo ricama rughe e traccia solchi.

Ma le mani sono mani.

E io alle mani ci credo. Ci credo al loro ottuso attaccarsi alla mera corporeità.

Non manchi a me

ma

alle mie mani

alla mia pelle

alla mia voglia di respirarti sul collo

ai miei piedi freddi persi nel ghiaccio delle lenzuola

alle mie clavicole sporgenti

alle mie orecchie arrossate e calde

alla linea lunga e morbida che divide la schiena

alla mia maniera di vivere i brividi

e di assecondare i tuoi

al mordersi e al graffiarsi,

.

Bramando tramonti

Te lo ricordi?

T’avevo chiesto di vivere un tramonto, di sentire il sapore del cielo, l’urlo muto delle nuvole che spruzzano scarlatto.

Coprimi gli occhi – t’avevo detto – e stringimi per quanto può far male l’ultimo raggio nitido di luce!

Graffiami per ogni screzio dorato, toglimi il respiro, quando il sole scompare del tutto, quando di lui resta solo un’aura soffusa all’orizzonte.

Sii viscido come le ombre, coprimi di buio.

Raccontami con le mani il brivido degli occhi che non vedono più, del velluto nero che fodera le pupille.

Sussurrami la paura di essere nulla nel nulla, e poi avvolgimi, piano, nella seta scivolosa della notte: che si adagia, cauta, sul mondo.

E blandisce e eccita, urla e tace, freme e sorride.

Sono sole morente, io.

Macchio di rosso il tuo cielo.

Sono il confine labile tra il giorno e la notte, sono il passaggio, sono l’oltre.

E a te non resta che vivermi.

Più in fretta che puoi.

Se ogni notte fosse l’oblio

le tue mani sarebbero soltanto mani

e la mia pelle sarebbe soltanto pelle.

Il risveglio sarebbe un risveglio e basta.

Non un’atroce moscacieca tra le macerie dei miei se.

Creta

…sul tornio delle albe e dei tramonti.

Accarezzata, colpita, spinta.

Assecondata.

Stretta, trattenuta.

Graffiata.

Ma sulla pelle non lasciano traccia, le mani.

Il cuore, lo stomaco, i polmoni: quelli sì.

Viscosi delle mille impronte dei protagonisti di un giorno,

o poco più.

Lascia un segno!

Plasmami, appena.

E vattene.

Scivola, vai via.

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