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Ho preteso un’alba

sul mare,

in cambio.

Un buon compromesso.

-Grazie!- -Grazie…- -Prego!- -Prego…-

[E ora fuori dalle palle, ché devo pentirmi e farmi una doccia.]

In Primavera m’innamoro almeno tre volte al dì

La prima, dello sguardo che mi carezza, comprendendomi tutta-dubbi-inclusi, nell’incertezza del mattino. La seconda, della voce di velluto che mi sussurra prego porgendomi il resto del caffè. La terza, del sorriso rubato al riflesso di una vetrina. La quarta sul bus, la quinta che attraverso col rosso, la sesta mentre chiedo da accendere.

Ma come facevi quando tu da solo eri tutto il mio Autunno?

Roma al mattino

Roma si arpiona ai lembi sgualciti dell’estate, ancora.

Stamattina, per esempio.

Voglia di rubare tempo al tempo.

Una doccia rapida, con l’acqua che lava via le tensioni malinconiche della notte.

Un vestito floscio, che non è che copre o nasconde: esalta accarezzando, sfiorando appena, adagiandosi lieve e ondeggiando ad ogni passo.

Giù in strada, col retino fitto dei sensi ben dispiegato in aria. A caccia di farfalle. Di emozioni.

Roma ha un sapore che non ti aspetti, al mattino.

Si colora dei suoi mercatini rionali, del traffico indolenzito del lunedì, dei ragazzini alle fermate degli autobus. E’ una città viva, e io questa vita me la sento nelle vene, negli occhi, nei muscoli.

Sorrido a caso a chi mi sorride. Lascio che gli sguardi si appoggino dove vogliono, punto occhi negli occhi, chè non ho paura di guardare. Non oggi.

Le vecchiette si affollano alle bancarelle dei fruttivendoli perchè lì si sentono desiderate, ancora. Le vedi scegliere con cura i prodotti e schermirsi dei complimenti di questi omoni beceri e gentili al tempo stesso. Tornano ragazzine: sorridono, stanno al gioco, sbattono le ciglia e si compiacciono.

Vedo uno spunto di storia ad ogni angolo di strada. Indovino le vicende di ogni sguardo incontrato sul bus. Mi immagino la consistenza viscosa delle mani dei lavavetri, il profumo vanigliato delle commesse.

Dedico un aggettivo a tutto, magari inventandolo.

E’ più di un anno che Roma, io, la penso in forma di romanzo.

Ma, ancora, certe volte è capace di lasciarmi senza parole.

Portatemi ad annusare un sogno

E poniamo che uno voglia annusarli i sogni.

I miei sogni hanno colori, hanno emozioni, hanno batticuori e paturnie al mattino. I miei sogni si riflettono nello specchio attraverso il raggio prepotente delle occhiaie, mi si disegnano nel verde ramarro delle vene del collo, nelle contrazioni involontarie delle mani.

Di sogni sconfitti sono i miei occhi tristi, di sogni amari la mia bocca lappante, al mattino.

I sogni di zucchero si fanno abbandono nelle ginocchia, al risveglio. Crudeltà del disinganno.

E i sogni pieni di desiderio condensano in sudore freddo sulla schiena: lucido, riflettente, che non va via.

Ma io voglio gli odori.

Gli odori delle cose.

Perchè sono quelli che ti si stampano a fuoco nell’anima.

Il gesso pungente della scuola elementare, la polvere bagnata di quel primo brivido strano, i dopobarba, lo stantio dei vestiti di lana di mia nonna, il rancido del latte sulle lenzuola dei neonati, il lisoform delle corsie d’ospedale, l’odore della febbre, l’odore di donna, quello di uomo, la salsedine che ti si appiccica alla pelle e una notte che fatica ad andar via.

C’è qualcuno che si premura di arieggiare i miei sogni.

Subito.

Al mattino.

Appena sveglia.

Chiudete le finestre, per favore.

Portatemi ad annusare un sogno.

Un mattino, una foto.

Alzo lo sguardo e scopro un albero che ingombra il cielo. Tende i suoi rami fioriti a disegnare contorti arabeschi, e fonde le sue tinte a quelle dello sfondo.

La luce filtra e disegna chiaroscuri, ombre. Acutizza e offusca, accentua e smorza, ricalca e confonde.

La luce si disperde in sfere luminescenti. Biglie impazzite sulla tavolozza del cielo.

Nuvole rade, soffici, paffute. Riempiono lo sguardo del nulla impalpabile di cui sono fatte.

Il nero sottile dei rami traccia scheletri, ossature, impalcature. Spiana la strada alle foglie, marca il sentiro della fioritura. Lo seguo nel suo contorcersi di serpente assopito. Lo seguo fino a inquadrare il cielo. Le sfere di luce mi imperlano gli occhi, prima di un’opalescenza fine, poi di un bianco.

Acuto e senza risposte.

Serro le palpebre e continuo a vedere.

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