Strano il prospettivismo sentimentale
finisce sempre che mi manchi
quando sei più vicino.
E pensare
che c’erano notti non sospette in cui era taglientemente piacevole sentirti mancare.
Lì, tra il cuore e le gambe.
(Se mi si chiedesse una parola, una sola, per parlare di questi giorni e della loro umidità grigia, li chiamerei viscidi.)
Gli appuntamenti per smettere di amarsi
La notte è viscida e la malinconia anche, e il secondo, inutile, videopost viene giù che manco te ne accorgi.
Sei il mio film francese
Dolce, malinconico, lento, indefinito.
(Una delle cose più belle che la Miss si sia mai sentita dire. E che in questo giorno di Roma sciatta, inconcludente e umida, ritorna con la violenza di un pugno.)
E mi viene da chiederti se ti manco
ma me lo trattengo in gola
chè a qualsiasi risposta
non saprei replicare.
Più che averti
vorrei mancarti.
(L’assenza: fil rouge di una giornata inconcludente)
Ormai
Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.
Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.
E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.
Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…” Continua a leggere…
Nostalgie
E’ di una marea scomposta di cose che sento la mancanza.
Tu sei l’ultima dell’elenco.
L’eco che rimane aggrappato in gola.
Il lembo di stoffa impigliato nella portiera.
L’ultimo scatto del rullino.
Il pensiero della notte.
Il goccio di caffè sul fondo, quello con la posa.
L’ultima sera di vacanza.
Hai la colpa suprema di sfilare la sequela della nostalgia, tirare il bandolo del rimpianto: sei Marco che mi canta Rimmel, sei i genitori folli d’affetto per me bambina, sei la mia migliore amica il giorno dei miei 18 anni, che mi guarda, estatica, e dice sei bellissima.
Sei il sapore del latte col Nesquik, il profumo di carta dei quaderni della prima elementare, sei la voce di mia nonna che racconta favole incredibili, sei l’emozione della prima volta che sono stata a galla, al mare, l’essenza umida e imbarazzata del primo bacio, l’orgoglio impaurito ma fiero del giorno degli esami di maturità, la gioia di qualche lettera ricevuta, i Natali in famiglia, i regali, i compleanni festosi, l’apparecchio per i denti e la prima pagina del diario segreto.
Sei tutto questo.
Non sei nulla di tutto questo.
Ma sei.
E io ho il bisogno di desiderare la mia ultima irrelatà (sbiadita, pallida, approssimativa), per ricacciare le altre, a milioni, scappate via, macinate dal tempo, consumate sulla candela degli eventi.
Nulla per nulla, mi abbarbico ad un nulla verosimile.
Scelgo un nome per le mie nostalgie, ed è il tuo.
Ma non sentirti l’obbligo di essere all’altezza.
Sgrammaticature
Non lo so, non lo so… continuo a ripetermi scrollando furiosamente la testa.
Indago le sillabe: non – lo – so. Tre monosillabi. Tre accenni di parole. Tre guizzi lessicali.
Che da soli faticano a stare in piedi.
Con l’amore che covo per la trasposizione grafica delle attitudini del parlato, io questa frasetta la comprimerei in una parola sola.
Cucirei consonanti, stenderei ponti di doppie.
Nollosò
Ecco come la scriverei se fosse per me. Con tanto di accento finale, a ricalcare la prosodia frettolosa del concetto: Nollosò, e devo dirtelo d’un fiato! Perchè fa paura ammettere di non sapere, perchè indugiare nell’incertezza è doloroso, perchè se ora tu sapessi che nollosò, saremmo in due a non sapere, e io mi sentirei meno sola.
Ammemmi piacciono i treni, le stazioni, i ciaociao bianchicandidi dai finestrini. Mi piace il senso di sospensione che solo la rotaia è capace di darmi (no, l’aereo no). Il cuore a lutto e in festa, il sussulto ad ogni stazione, l’ansia dell’arrivo e l’amore per l’indugio, lì, proprio a quattro passi dalla meta.
Perchè, per quanto irrealmente cinematografiaca questa scena possa essere, evvèra! L’ultimo sguardo perplesso allo specchio prima di un appuntamento, il pit stop fremente prima dell’apertura della busta di una comunicazione importante, la serrata ottusa degli occhi davanti al comparire di forme geometriche che attestano o non attestano la tua maternità.
Ed in questi casi io, davvero, mi chiedo se sia il cinema ad imitare la vita, o la vita ad imitare il cinema.
C’hoppaura, indugio in questo timore irrazionale e inspiegabile.
Paura di andare, paura di tornare, paura di perdere, paura di realizzare, compiutamente, di aver già perso.
Voglia di andare, voglia di tornare, voglia di perdersi, voglia di realizzare, finalmente, di essersi già persi.
Di esserci già persi.
Tentenno negli avvallamenti della vita: vengo da una discesa vorticosa, colle mani mobili accanto ai fianchi, a darsi la spinta. Ora guardo la salita e esito, appena. Mi concedo il piacere straziante di un’incertezza. Di un saluto. Di un ciaociao biancocandido a quella che sono tornata ad essere, per un mese o poco più.
Si esita sempre sugli usci.
Il tempo di un ma, di un se, di un proposito improbabile, di un bacio sulla fronte.
Dispenso qualche fattisentì e qualche fattivedè.
E vado via.
Che forseforse mi scappa da piangere.
Noi come i grilli
Sono a casa, appena tornata da un aperitivo protratto. C’è voglia di raccontarsi, questo scorcio di Agosto mette voglia di parlare, di intrecciare le vite e di sfiorarsi.
Un prosecco, spiluccarere in qualche ciotola di noccioline, una sigaretta lenta, trattenuta tra le dita ad oltranza e in parte offerta al vento.
“E tu che fai? E con chi stai? E come mai è finita? E la sera, la sera con chi esci? E Roma, e Torino, e Padova? E gli esami? E le amiche? Ne hai di amiche belle? E le avventure? E Trastevere? E bevi sempre tanto? Però, come sei cambiata! Ma forse no… Dico, da quando eri piccola, come sei cambiata…”
Mi dite cose che non supponevo pensaste di me. Mi confidate qualche fantasia, qualche sogno da bambino, qualche antipatia malcelata, qualche infantile amore represso.
Ci raccontiamo. Forse abbiamo voglia di essere testimoni gli uni degli altri, forse ci serve un pubblico, forse in questa serata strana ci sentiamo tutti un po’ vicini.
No, non siamo tristi, sarebbe disonesto dire che lo siamo. Appena un po’ malinconici: Agosto sta finendo, le nostre strade separate ormai da anni e tornate ad intersecarsi appena in queste ultime settimane già divergono.
Siamo qui ma abbiamo gli occhi nel domani: chi nella sua casa, chi nella sua città d’adozione, chi nella sua caserma, chi ancora qui, ma non più con noi, non più come ora.
A tratti ci sfiora il pensiero della piccola morta carbonizzata a pochi passi dalle nostre case. E’ un peso che incombe, e quando il silenzio diventa cupo è anche per questo.
Poi ricomincia il nostro sommesso parlare di tutto e di niente: un altro prosecco, un’altra sigaretta al vento.
“Che a noi ci piace farci portare la bottiglia e i bicchieri, e poi ci pensiamo noi.”
Giochiamo col ghiaccio, intingiamo la mano nel cestello e poi ci schizziamo: vi riconosco bambini, ai miei compleanni, quando mi alzavate la gonna (o almeno ci provavate) e vi rincorrevate tra i tavoli, avete la barba e la voce grossa, lavorate, siete indipendenti, ma io vi riconosco lo stesso.
Ognuno propone il suo brindisi, lancio il mio, classico, immancabile:
“Un brindisi speciale a facc’ e’ chiavc’ e chi c’ vo’ mal’ “
Sorridete. Io negli anni ho imparato a fare gli occhi da gatta morta: è l’unico pegno che ho concesso alla mia “femminilità”. Lo notate, ne ridete. Mi fate domande inopportune, ma io vi rispondo, fingendo di imbarazzarmi. Mi porto i pugni sugli zigomi e vi fisso con gli occhi da cerbiatta smarrita, esplodete in una fragorosa risata.
Mi piace giocare sì, mi piace.
Mi piace viaggiare come una spoletta sul filo del mio imbarazzo.
Andare avanti e indietro tra messinscena e realtà. Gioco, mi piace.
Per un attimo mi rattristo, mi chiedo se, per caso, sia stato questo gioco a farmi perdere una partita. Ma non era gioco scorretto, affatto! Misuravo me stessa, adeguavo i movimenti, calibravo gli sguardi. Ero vera! Ma io ci metto un po’, anche quando sono me stessa. Ci metto un po’ ad interpretare me stessa.
Ora sono sola.
Oltre la finestra della mia stanza c’è un concerto di grilli. Mi piace pensare che anche loro si stiano raccontando reciprocamente.
“E com’è l’altro lato del giardino? L’erba è soffice come qui? E la rugiada? E’ dolce la rugiada? E c’è qualche lucciola per scambiare due chiacchiere? Salti ancora così in alto? Poi t’è guarita la zampa? E tuo figlio alla fine ha imparato a saltare?”
Resto in ascolto, non si può mai sapere.








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