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Il pensiero più triste

è che non basta una birra a scacciare la paranoia.

Due possono offuscarla, tre possono farti ballare in piedi su un tavolo, con quattro potresti urlare ti amo ai passanti.

Ma non basta.

La notte è il tempo della verità. I pensieri sono tanti, lo spazio poco, e il resto è nulla, buio, indefinito.

Disegno i confini delle cose, rammento date, centellino attimi di ricordo.

Fuori è buio.

Le cose hanno il colore del nulla, l’odore del nulla, la consistenza del nulla.

E io vorrei un tutto pieno di colori e suoni e sensazioni e vibrazioni e consistenze per perdermi, per stordirmi, per urlare che non è vero e per scacciare l’insonnia.

Lo so, già.

Ci saranno giravolte nel letto, fruscii ossessivi, immagini, bruciori alla bocca dello stomaco.

Le ore mi ticchetteranno sulla spalla, passando: ad ognuna dedicherò il peggio di me. Il rancore, la rabbia, la paura.

Domattina sarò distrutta, mi stringerò in qualche straccio e struscerò per il mondo.

Sorriderò, guarderò, mi lascerò guardare, saprò compiacere e essere compiaciuta.

Ma dentro urlerò.

Un urlo muto: lungo stridente graffiante, come un’unghia su una lavagna.

Soffro il male atroce di chi non ama e non odia.

Pecore mannare

Conta le pecore!  Si consiglia a chi non riesce a prendere sonno.

Mai corbelleria più succosa fu proferita.

C’ho provato, io, a contare le pecore. Mica facile.

Sono nel letto, tesissima e imbottita di caffè. Sono le tre, ho appena smesso di studiare. Curve della domanda e dell’offerta si intersecano inverosimilmente sul grafico spazio-tempo del mio cervello. Esternalità di Network implorano attenzione, elasticità incrociate si contorcono in sinusoidi inverosimili.

Sto flippando.

Accanto a me, placido come solo il genere maschile sa essere, l’ospite russa. Gli mollo qualche calcio, finto involontario. Lo bistratto fregandogli il lenzuolo. Mi rivolto convulsamente come una sogliola in padella.

Nulla.

Ok - penso – proviamo con le pecore.

Traccio col lapis della follia la mia bella pecorella mentale (è piccina, un po’ storpia, ma, insomma, ci sta, è proprio una pecora) e mi appresto a farle saltare uno steccato. Di quelli di legno chiaro, levigato, da paesaggio alpino.

La prima va, senza apparenti problemi.

Nel contempo un rumore graffiante, di unghia maleficarossalaccata su lavagna, mi raggiunge dal piano di sopra: ecco, mi ripropongo di andare a presentare la mia vibrata protesta alla prossima riunione di condominio, chè non è possibile che questi facciano tutto ‘sto casino, giorno e notte.

Mi rigiro, sbuffo, assesto una manata finto involontaria all’ospite, giusto per ricordargli chi è che comanda qui.

Ritorno alla pecora.

Non c’è più. Devo aver lasciato il recinto aperto.

Ne disegno mentalmente un’altra, la faccio saltare. Poi un’altra ancora. Infine una terza.

Concludo che mi costa uno sforzo immane immaginare una pecora ogni volta, poi convincerla a saltare lo steccato e a scomparire subito dopo.

Il lapis della follia si sente futurista, stanotte: pecore con mille zampe, steccati da rincorrere, lupi in tuta da Supermen che sbucano dal cespuglio di malvarose. (Un cespuglio di malvarose? E chi ce l’ha disegnato sulla tela della mia insania?)

Mi fermo, respiro. Una pedata all’ospite, tanto per gradire.

Decido di disegnare un archetipo di pecora che salta su un archetipo di steccato, per poi inserire la modalità rewind.

Dispersione musicale.

La la la la la la la fammi vedere! La la la la la la la fammi godere!

Ossantinumi, Vasco no!

Stringo il mio cuore di pelouche. Tengo ostinatamente aperti gli occhi nel buio. La pecora non c’è più.

Un rumore di spalaneve in piena attività arriva, nitido, dal piano di sopra.

Mi rammarico del non trovare particolare soddisfazione nell’arte della bestemmia.

Chiudo gli occhi per sfinimento.

Sono a migliaia! Mi aggrediscono! Hanno il sangue raggrumito agli angoli della bocca e un cipiglio folle e feroce! Un gregge di pecore mannare sullo schermo bigio della mia insonnia!

Riapro gli occhi.

L’ospite dorme supino, invadendo con gli arti oblunghi la mia parte di letto.

Mi aggroviglio nel lenzuolo, per protesta.

Contare le pecore è una puttanata, e questo è tutto.

Dalla parte del chiodo

Il chiodo non ti avverte.

Un colpo.

Un tonfo.

Vetro in frantumi.

Schegge di riflessi.

Fulmine domestico.

Tela disfatta.

Ma il chiodo non ti avverte.

Lui molla.

Semplicemente molla.

Inaspettatamente molla.

Improvvisamente molla.

Che è inutile chiedersi perchè.

Io sono come il chiodo.

E tutto quello che lascio, è un buco nel muro.

Ci puoi spiare i sogni, se ti va.

Non chiedermi se sono felice

Eccolo.

Immancabile.

Facciamo che il 1000esimo vince un premio. Che ne so: un prosciutto disossato, una magnum di Falanghina, un weekend ad Ascea. Da ritirare alla cassa, dopo aver pagato il conto. In fondo a destra.

E’ una domanda che mi viene posta spesso, nelle situazioni più disparate, dalle persone più improbabili:

Ma tu, sei felice?

Tombola!

Che poi te lo chiedono sempre con quel cipiglio saccente da paolocrepè che, su di me, ha l’effetto di accelerare a 1000 la rotazione delle cosiddette.

Punto primo: ma quante telenovelas tardoadolescenziali stile dosoncric hai ingurgitato per fare, con naturalezza, una domanda del genere?

Punto secondo: ti sembra sia il caso, ora? Cosa ti ha lasciato supporre che io volessi condividere con te, in questo momento, l’ammissione della mia felicità o della mia infelicità?

Punto terzo: non era meglio quando si parlava del tempo?

E invece eccoti! Puntuale! Al varco! Con la tua domanda da marzullo dei poveri!

Ale, ma tu, sei felice?

Ti guardo stanca. Hai una camicia che non mi piace, la tua auto sa di arbrmagic e io non faccio altro che accostarmi alla mia portiera.

SO che è stupido, ma non posso farne a meno.

Cito qualcosa: canzoni/classici/aforismi. Non importa. Quando mi sento in difficoltà cito sempre qualcosa.

Mi sorridi col sorriso di chi già si è arreso a non capirmi. Col sorriso di chi, però, ha deciso, benevolmente, di lasciarmi i miei momenti divagatòri.

Inizio a contare: i lampioni, i segnali di pericolo, le ragazze con le scarpe rosa. Mi attacco ai numeri. Lo faccio spesso, mi distrae dai pensieri.

Ma tu vuoi proprio fare il filosofo stasera, eh?

A tratti

Ti rispondo, senza guardarti. Fisso qualcosa che tu sicuramente non puoi vedere, davanti a me. Sorridi.

Non a me.

Sorridi, ti compiaci per aver avuto una risposta alla tua domanda geniale. Manco l’hai ascoltata, e forse è meglio.

Recitare. L’unico modo per finirla è recitare.

Scelgo un personaggio consono.

Sono una bambolina di porcellana, ho gli occhi grandi e le ciglia lunghissime. Quando mi distendi abbasso le palpebre senza fare storie. Ho un sorriso lievemente corrucciato e le guanciotte tonde spolverate di lentiggini. Un vestinino di taffettà, una paglietta con un papavero appuntato sù e una pochette di pizzo rosa, così piccola da contenere solo un fazzolettino ricamato con le mie iniziali e un paio di guanti sottili. So dire poche parole: mamma, papà, ti voglio bene, sono una brava ragazza, vado a messa ogni domenica, per favore, prego, figurati, grazie, non c’è di chè, eccetera eccetera eccetera.

Poi mi viene voglia di ridere. Voglia di una ristata folle, assurda, grottesca, oscena. Mi trattengo.

Allora ci sentiamo domani?

Sorridi ancora. E io vorrei metterti le mani in faccia. Coprirti gli occhi e la bocca.

Ti sorrido sussiegosa. Fingo una di quelle espressioni alla chissà, si vedrà, forse che sì forse che no, devo chiederlo prima al mio consulente spirituale.

Faccio un paio di propositi, appunto un paio di imperativi categorici nel taccuino della memoria.

Mi guardi allontanarmi. Mi addolcisco: in fondo mi hai sopportata, so che non deve essere facile, e ti sono grata, comunque. Ti regalo l’ondeggiare dei miei capelli raccolti a coda sulle spalle.

Mi perdo nella notte, e i pensieri di sempre tornano a farmi compagnia.

La pelle non si può fregare.

E questo un po’ mi dispiace, un po’ mi fa piacere.

Un giorno, una pancia

Eccola.

Era in bagno, allo specchio, e se la osservava.

E’ tonda e placida.

E in questi giorni confusi poche cose sanno essere tonde e placide.

C’ha quella linea morbida, che fila diritta, ma non perfettamente a piombo, dall’incavo tra i seni fin giù all’ombelico, e oltre. Segna la longitudine del corpo quella: l’equilibrio, il giusto mezzo, l’aurea mediocritas, la verticale lungo la quale scorre il baricentro.

Ecco, s’è messa a pensare che le cose importanti davvero avvengono lungo quella linea: il naso, il broncio perpetuo delle labbra, la caletta solitaria del mento, l’accostarsi timido delle clavicole, l’incunearsi lieve dell’ombelico. Tutto avviene lungo quella linea mediana.

La sua pancia le sa di buono.

Il Primosettembre tira aria di paranoia: avverte la necessità malata di fare bilanci, di tirare le somme, si proietta in futuri incerti, decide di sè. La malattia del “fare” la colpisce, prepotente.

E’ malinconica, anche. Si perde tra chimere, perchè, urla alla luna e parabole di fatalità.

Ma io respiro e tu ti gonfi.

Mi rispondi, mi segui, mi assecondi nelle mie smanie d’ossigeno, ti riempi della mia vita, della mia gioia, del mio turbamento, esplodi nei crampi notturni e cupi dei miei crucci, ospiti la mia femminilità e patisci la mia golosità di caramelle gommose.

E allora il bilancio lo rimando a domani.

Oggi ti carezzo come se ospitassi qualcosa, e sono clemente con la tua rotondità.

Cervello e cuore lasciamoli fuori da questo gioco, chè oggi c’ho voglia di stare sola con te.

Cortado con leche

La prima domanda da porsi è:

C’è uno strano legame di inversa proporzionalità che lega il “proposito di ritirarsi presto” all’ “ora effettiva del rientro“?

La questione potrà apparirvi banale e irrilevante, ma vi garantisco che ha una qualche affinità col caffè che ho intenzione di raccontarvi oggi.

(Mi piace l’idea di raccontare un caffè, sì.)

Provengo da giorni mediamente convulsi: stato di paranoia accentuato, studio della Malefica Economia Politica, mal di stomaco da somatizzazione nervosa, ecc. ecc. ecc. .

Condisci tutto questo con serate mediamente sregolate, che si sa quando iniziano, ma non si sa come finiscono, e il quadro è completo.

Il mio stomaco, in religiosa genuflessione, mi sta scongiurando da un paio di giorni di non assumere il nero veleno.

Allora gli indòlo la pillola, con un cafferino leggero leggero, reinterpretazione personale di uno spettacolare Cortado leche leche sperimentato un annetto fa nella bella Tenerife del nord (e preciso del “nord”, che qua a noi le cose troppo turistiche non ci piacciono).

Cortado con leche

La base è costituita da un caffè leggero: riempite a soddisfazione d’acqua la fida cinquetazze e, con una miscela dolce (non quella da espresso, per intenderci) rinpinzate ben bene il filtro, senza pressare troppo il tutto.

Raccomandazione: non v’azzardate a provarci con una vile pastocchia decaffeinata, chè vi disconoso e vi interdico l’ingresso al blogghe (sai che punizione esemplare…).

Non zuccherate il caffè.

In una tazzina amalgamate un buon cucchiaino pieno di latte in polvere con un goccetto di latte scremato, fino ad ottenere una cremina omogenea e compatta.

Versateci sù il caffè e miscelate il tutto. Bevete con serenità e lungimiranza d’animo. (Eh?!)

A me, in realtà, piace pure fare un’altra cosa: dopo aver preparato la cremina di latte in polvere, la allungo con qualche goccio di caffè e rimescolo, ottenendo una specie di schiumetta dall’aria molto invitante. Poi ci verso sù il caffè restante, lentamente, in modo che non si misceli completamente alla crema sul fondo, ma che resti in parte, nero e amaro, in superficie.

Poi me lo calo tipo cicchetto (tipo shottino, per gli anglofoni e i fighetti) in modo che prima shocco le papille gustative con l’incontro inaspettato e amaro con un caffè assolutamente non zuccherato, e poi le stupisco e le blandisco con l’approccio alla schiumetta di latte in polvere, dolce e avvolgente.

E anche per oggi è tutto.

Buon caffè!

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