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Ho preteso un’alba

sul mare,

in cambio.

Un buon compromesso.

-Grazie!- -Grazie…- -Prego!- -Prego…-

[E ora fuori dalle palle, ché devo pentirmi e farmi una doccia.]

La mia pelle voleva pensare

La mia pelle voleva pensarci, è rimasta a riflettere composta.

Come se non fosse stata la mia, con tutte le sue smanie e il suo essere così maledettamente pelle.

Tra la mia pelle e me

è sempre stata lei a decidere.

Ora

credo

solo

alla

pelle.

Con le mani

carezzo

le concavità lievi

delle tue assenze.

[La pioggia, il buio, la malinconia.
La pelle, e la sua memoria di ferro.]

E

E non ci sono nè sigarette nè alcool che tengano, nè mani sul viso, nè pubblico in visibilio per i miei numeri da pagliaccio.

E tu ripeti che ti sono simpatica, e che sono bella. E non ti accorgi che hai la faccia come il culo e che, la sola idea di un tuo polpastrello sulla mia guancia, mi dà il voltastomaco.

Ma tu continua, eh.

E versami da bere, chè io ti intrattengo. Ti lascio intravedere quanto sono splendida e sagace e poi, se vuoi, abbasso gli occhi appena, fingendo quell’imbarazzo che tanto ti piace. Quell’imbarazzo che ti fa sentire un re.

Ma non mi toccare, non ti azzardare.

E giochiamo al gatto e al topo, e scambiamoci le parti, se ti va. Ma non chiedermi -Che hai?- quando, dal profondo della tua giacca avvitata, ti scopri sensibile e accorto. E fissami insistentemente le tette. Davvero, preferisco.

Ma lascia stare gli occhi.

E, ti giuro, ti prenderei a schiaffi per quanto mi sei indifferente, per quanto il tuo odore non mi dica niente  e la tua voce sia così uguale a mille voci già sentite. Ti farei male, se ne avessi la forza.

E, no, a casa ci voglio tornare da sola.

E, no, non voglio fermarmi in quel posto che è così carino e che è anche di strada.

-Che hai?- Mi fai, prima che io balzi fuori. (E’ che mi manca l’aria, qui, col tuo odore convenzionale).

Ti potrei regalare una verità, e raccontarti che la pelle non la puoi fottere. Chè puoi dirti cazzate a profusione, ma poi la pelle sa benissimo cosa fare.

Ma tu preferisci un -Nulla- e io ti accontento.

Chè tu sei un Nulla, e ad un Nulla non si può che rispondere con un altro -Nulla-

-Nulla, sono solo un po’ stanca-  Eccola, la tua bella risposta da commediola americana.

E ora fottiti, se non ti dispiace.

Sentirti mancare

tra il sonno che latita e gli spettri della notte,

la pelle ottusa invaghita del tuo ricordo e la mente stanca, incapace di contrastare.

Sentirti mancare e non avere difese.

Sentirti mancare e cercarti tra le mani.

Sentirti mancare e, quasi, compiacersi del dolore.

Non sogno

ma se sognassi,

sognerei l’oblio.

Spigoli

Ce li avete presente gli spigoli?

Io sì.

Spigoli sono quelli che ti strappano i sogni nelle mattine buie, quelli che ti puntellano i piedi di gelo sotto al piumone.

Spigolosa è l’ansia che ti si attacca alla bocca dello stomaco e ti fa faticare a respirare e spigolose sono le nocche screpolate che sfregano le une contro le altre.

Spigolosa sono io: quando penso troppo prima di agire, quando mi perdo nel labirinto dei miei se, quando non ascolto e non scelgo la pelle. Sempre e comunque, la pelle.

Gli spigoli di sguardi ostili e di parole tra i denti. Gli spigoli delle recriminazioni, delle storie passate e di quel cieco voler spiegare che non è mai anche un voler capire.

Poi un bel giorno le rughe si spianano. La pelle perde la sua vischiosità, dispiegandosi in una sfoglia perfetta e oleosa, sulla quale lasciare che le percezioni scivolino in eterno.

Sì, sarà per motivi futili.

Ma il mondo diventa una bolla, e sulle bolle ti ci puoi strusciare e ti ci puoi specchiare. Con le bolle ci puoi giocare.

E allora mi rannicchio nel caldo buono della mia morbidezza, chè pure le clavicole sembrano smussate, stamattina.

Agli spigoli, ci penserò domani.

Vivimi

Dove il sangue è scuro e scorre vorticoso, e le carezze diventano scariche elettriche.

Entrami nell’intreccio dei muscoli, scopri dove nasce tutto questo pulsare.

Prenditi la briga di vedere com’è sotto la pelle, cosa c’è oltre quello che vedi.

Afferrami, esplorami, perditi.

Affonda le mani.

Il problema della notte

è la vita a fior di pelle.

Quella che ti dà i brividi alla schiena, che ti si raggruma nelle ruvidità da pelle d’oca.

La vita quella vera.

Fatta dalle cose vere che non si dicono a nessuno.

Chè avere il dubbio di non essere compresi è sempre meglio di averne la certezza.

E’ di sicurezza

la voglia che ho e che vorrei non avere.

Ticchetta sulla spalla e ha il rumore della notte. Il fruscio perso del vento.

Non basta chiamare le mille me a raccolta, sentirle squittire nel vuoto pneumatico della mente assorta.

Di mille voci, una. Fatta di stralci, collage di sillabe, patchwork di dialoghi.

Una, e chiede certezze.

Elemosina argilla nella quale affondare le dita.

Spuntoni di roccia fragile ai quali arpionarsi.

Radici picchetti fondamenta binari

Immobile,

 al cospetto della sistematica smentita di ogni ovvia ovvietà.

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