Ricordi? Pioveva
E gli androni dei palazzi erano stretti e troppo illuminati.
Era un tripudio di clacson e io portavo qualcosa di rosso. Una sciarpa, un cappello, ora non saprei, così sbiadito com’è.
La strada era lunga, e la voglia inciampava ad ogni buca nell’asfalto.
I capelli si imperlavano di gocce, il trucco colava giù per le gote, le mani si facevano impazienti.
Ricordi? Pioveva.
Piove sempre nei nostri ricordi.
E io indosso qualcosa di rosso.
E la strada è lunga
e i clacson, l’asfalto,
e le mani,
e.
Con le mani
carezzo
le concavità lievi
delle tue assenze.
[La pioggia, il buio, la malinconia.
La pelle, e la sua memoria di ferro.]
Sei il mio film francese
Dolce, malinconico, lento, indefinito.
(Una delle cose più belle che la Miss si sia mai sentita dire. E che in questo giorno di Roma sciatta, inconcludente e umida, ritorna con la violenza di un pugno.)
Ticchettare
pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto
Sì, lo so, era “meriggiare” e non “ticchettare”. Però, che ne so, stamattina la si potrebbe declamare cosi:
ticchettare pallido e assorto / presso il trafficato muro Torto
Ok, la smetto. E’ che essere svegliati dalla pioggia che ticchetta sul vetro, non avere la premura di doversi alzare e affrontare il caos della città, giocare a nascondino coi piedi sotto le coperte, imprime a questa giornata un grande senso di serenità.
Roma piange, e io con lei. Perchè Roma me la sento dentro, Roma è l’unico posto, fino ad ora, nel quale io mi sia sentita “a casa” nell’accezione rasserenante e intima del termine.
Piango un po’ anch’io, quasi a suggellare un patto tra me e la Capitale.
Non son lacrime tristi, piuttosto lacrime serene-un-po’-amare di chi ha aggiunto un’altra voce alla lista mentale dei MAI PIU’.
Mai più indulgere al passato e alla tentazione del ricordo. Gli archivi sono fatti per impolverarsi.
E’ tutto.
Una piccola storia sciocca
spiata tra l’incrocio di braccia, corpi, capelli. Sul tram.
C’avranno avuto tredici, massimo quattordici anni.
Teneri, non del tutto innocenti, con i visi accesi da quel tipo di malizia candida che ti fa sbarrate gli occhi, piegare la testa da un lato e mordicchiarti appena il labbro di sotto.
Lei di una bellezza acerba, ma già prepotente: sciamante di capelli ricci, con due grandi mezzelune nere come il carbone, al posto degli occhi.
Lui biondino, smilzo, indeciso nell’espressione quanto nel look.
Si spiavano. Giocavano al rimpiattino con gli sguardi.
Lei, più decisa, più diretta. Quasi severa, quasi a voler fingere di essere infastidita.
Lui, titubante, perplesso. Perso tra un se e un chissà.
Quattro fermate di sincronismi mancati, di sguardi troppo brevi o troppo poco intensi. E io avrei voluto dirglielo “Ti sta guardando! Girati! E’ te che vuole!”
Poi, con una risolutezza che solo le donne sanno avere, ad un tratto lei è scesa. Oscillando di capelli. E’ partito un rallenty pazzesco, io l’ho visto, quando ha sceso i gradini del tram. Si è attardata nel campo visivo, come a dire guardami scemo!
E lui l’ha guardata, fingendo di guardare oltre.
Poi è tornato alle sue mani e alle sue tasche. S’è guardato attorno, per un attimo, come a cercare conferma della visione.
Gli ho sorriso. Ha ricambiato, timidissimo.
M’è venuta una gran voglia di giocare con gli sguardi, sarà questa permeante cultura filmica tardoadolescenziale, che suggerisce a grandi storie d’amore di sbocciare in viscide giornate di pioggia.
Piove
mi accartoccio nel mio essere me.
Mi comprimo nel punto minimo della mia pochezza:
non sapresti dirlo se sono gambe o braccia o orecchie o capelli quelli che vedi:
un grumo d’incertezza.
Ho voglia di fumare, di urlare, di fare l’amore, di vedere e sentire e toccare.
Di partire.
Ho voglia di volere tutto quello che si può avere.
Ma resto qui
rattrappita nel centimentro stupido di me.
Bozza di me
Eccomi qui.
A rimuginare sull’ennesima partenza, o ritorno che dir si voglia.
A rimandare il momento drammatico del dover costringere in una valigia un pezzo di vita.
Attorno ai trolley, per me, tira aria di sacralità e di bilanci. Sto lì, che nella mano destra tengo un paio di stivali, e nella sinistra un paio di ricordi.
Riempire un bagaglio significa svecchiare, fare una cernita, aprire gli armadi e valutare cosa ti serve ancora, davvero, e cosa è lì solo per infittire la nebbia densa della memoria, per alimentare il ricordo.
Ma con le cose di dentro non si può fare come con i jeans a zampa e gli scarponcini con le zeppe (reliquie scomode degli inoltrati anni ’90). A smuovere i ricordi si fa polvere, di quella polvere che dà il prurito, che si insinua negli occhi gonfiandoli di rosso e di lacrime.
E stasera non ne ho voglia.
Già sento quei mille perchè stupidi e insolubili affollarsi ai margini della coscienza.
Voglio leggerezza, serendipità, treni di marzapane che scivolano su binari d’arcobaleno.
Farmi da ora in poi, voglio.
Non avere memoria.
Non essere frenata da quel che è stato e da quello che potrebbe essere.
Così, senza impegno.
Prendere i carboncini della sorte e disegnarmi sul marciapiede della vita: pochi tratti, essenziali, colori tenui, sfumati, contrasti cromatici.
Temporanea, effimera.
Una me in balia dei piedi dei passanti, delle pipì dei cani.
Ammirata per un attimo, poi dimenticata.
Destinata all’oblio istantaneo.
Me d’asfalto.
Me di sorriso.
Me, appena me.
Me che teme la pioggia.
Me che attende di esser lavata via.









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