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Ho comprato un vestito da marinaretta

di ritorno dall’università. Ero su un 38 bastardo che ha deciso di guastarsi ad un bel numero di fermate da casa.

La Primavera e il vento che ti carezza sotto la gonna, il richiamo di una vetrina svolazzante di stracci colorati, hanno fatto il resto.

Il vestito da marinaretta mi guardava da un espositore in disparte, accartocciato nel caos beato dei magazzini-senza-commesse.

Avevo due anni, gli incisivi appena un po’ grossi e un vestito da marinaretta, di quelli col colletto quadrato e il fiocco al cento. Blu, di raso. Era il mio compeanno ed io ero impegnata in una posa semi-seria davanti ad un vaso di ranuncoli. Mio padre dietro la macchina fotografica, mia madre lì accanto, con un vestito da marinaretta di foggia identica al mio, fatta accezione per il petto rigonfio e la gonna a tubo ben stretta in vita, che con la sua sinuosa linearità stabiliva la gerarchia rispetto alla mia, plissettata e morbida. Era il ’90, e queste cose dovevavo avere un loro perchè.

Ho pagato in fretta, sorridendo come una che si nasconde un tesoro in una mano, e non può fare a meno di sbirciarlo, di tanto in tanto.

Tra un mese esatto ne avrò 21, di anni. Quella bambina col vestito da marinaretta me la porto sempre per mano. Ora che dietro la macchina fotografica non c’è più nessuno, ora che nessuno più si veste come lei, il giorno del suo compleanno.

-Sta’ tranquilla- le dico -quest’anno ci sono io, quest’anno ci penso io-

Giorni pneumatici

intrisi del nulla triste delle emozioni passate.

Solo parole, sillabe ossessive, che riempiono le notti e il diradarsi dei pensieri. E sonni come l’oblio, coi sogni violenti e assassini d’entusiasmo, sonni che stancano, sonni elettrici e sconclusionati.

Mi abbandono a questi giorni pneumatici, ché tutto mi sembra inutile e insensato. Vorrei appellarmi a questa Primavera in fuga, tirarle il manto verde e imporle di restare, costante, fiorita, vivace.

E invece torna questa pioggia che macchia senza lavare, e un po’ ci assomiglia, a noi. Ogni giorno rinfresca quella patina vischiosa e sciocca che ci ha tenuti fasciati, come due avanzi insoliti e avvizziti, nel nostro cellophane emozionale.

Sono stanca del sapore chimico di ogni emozione, sono stanca del ricatto subdolo dietro ogni compromesso, sono stanca di non capire, sono stanca di non conoscere le regole. Sono stanca del fatto che ci siano delle regole.

Voglio disimparare, disobbedire, disapliccare.

Voglio sporcarmi di vivere, cadere e ricominciare.

Voglio avere un cuore solo per provare, come quelle Panda scassate, sulle quali si impara a guidare. Come le puttane sfatte che ti insegnano a fare l’amore.

Voglio un cuore da maltrattare, da rompere e rincollare.

Un cuore infinitamente elastico, che mi tolga la paura di provare.

Scivola la Primavera

sul nastro trasportatore di Viale Liegi.

Ed è bello, così, vederla passare.

[Per chi preferisce Vimeo]

In Primavera m’innamoro almeno tre volte al dì

La prima, dello sguardo che mi carezza, comprendendomi tutta-dubbi-inclusi, nell’incertezza del mattino. La seconda, della voce di velluto che mi sussurra prego porgendomi il resto del caffè. La terza, del sorriso rubato al riflesso di una vetrina. La quarta sul bus, la quinta che attraverso col rosso, la sesta mentre chiedo da accendere.

Ma come facevi quando tu da solo eri tutto il mio Autunno?

Giorni di me

fatti di cose accartocciate e di batuffoli di nulla consistente che ingorgano gli accessi alla tristezza. Fatti di risate, di sole sulla pelle, di pensieri di seconda fila e di voci ai margini. Di cappuccini schiumosi, di risvegli luminosi, di percorsi in autobus con l’audio smorzato e la potenza sommessa dei Pink Floyd in cuffia. Fatti di nuvole di zucchero filato e di pozze riflettenti nell’asfalto. Di fiato corto e di scale. Di rabbia energica e sferzante.

Questi giorni senza il pungolo angosciante di una Prospettiva, questi giorni di Roma lucente, che ritorna bambina, che vede riassorbirsi gli scuri ematomi dell’inverno dal suo corpo fascinoso anche se leggermente sfatto. Roma, la vecchia signora, un po’ troia un po’ mamma.

Giorni di leggerezza, giorni di poche domande, di poche risposte, giorni in cui le nostre reciproche incongruenze paiono trovare un incastro perfetto.

Giorni di me, e poco altro.

Certe mattine

sono talmente felice

che mi vergogno.

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