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Di venerdì 17 (the day after)

[http://www.vimeo.com/5647223]

Venti inutilissimi minuti di videopost in cui riesco a dare il peggio di me e oltre.

Ho prodotto questo impareggiabile coacervo di inutilità ieri sera, incazzata come una biscia e sudata come un canguro.

Lo posto, perchè è giusto che voi sappiate.

[Mai lasciare la  Miss a casa di venerdì sera.]

E

E non ci sono nè sigarette nè alcool che tengano, nè mani sul viso, nè pubblico in visibilio per i miei numeri da pagliaccio.

E tu ripeti che ti sono simpatica, e che sono bella. E non ti accorgi che hai la faccia come il culo e che, la sola idea di un tuo polpastrello sulla mia guancia, mi dà il voltastomaco.

Ma tu continua, eh.

E versami da bere, chè io ti intrattengo. Ti lascio intravedere quanto sono splendida e sagace e poi, se vuoi, abbasso gli occhi appena, fingendo quell’imbarazzo che tanto ti piace. Quell’imbarazzo che ti fa sentire un re.

Ma non mi toccare, non ti azzardare.

E giochiamo al gatto e al topo, e scambiamoci le parti, se ti va. Ma non chiedermi -Che hai?- quando, dal profondo della tua giacca avvitata, ti scopri sensibile e accorto. E fissami insistentemente le tette. Davvero, preferisco.

Ma lascia stare gli occhi.

E, ti giuro, ti prenderei a schiaffi per quanto mi sei indifferente, per quanto il tuo odore non mi dica niente  e la tua voce sia così uguale a mille voci già sentite. Ti farei male, se ne avessi la forza.

E, no, a casa ci voglio tornare da sola.

E, no, non voglio fermarmi in quel posto che è così carino e che è anche di strada.

-Che hai?- Mi fai, prima che io balzi fuori. (E’ che mi manca l’aria, qui, col tuo odore convenzionale).

Ti potrei regalare una verità, e raccontarti che la pelle non la puoi fottere. Chè puoi dirti cazzate a profusione, ma poi la pelle sa benissimo cosa fare.

Ma tu preferisci un -Nulla- e io ti accontento.

Chè tu sei un Nulla, e ad un Nulla non si può che rispondere con un altro -Nulla-

-Nulla, sono solo un po’ stanca-  Eccola, la tua bella risposta da commediola americana.

E ora fottiti, se non ti dispiace.

Ormai

Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.

Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.

E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.

Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…” Continua a leggere…

Il pensiero più triste

è che non basta una birra a scacciare la paranoia.

Due possono offuscarla, tre possono farti ballare in piedi su un tavolo, con quattro potresti urlare ti amo ai passanti.

Ma non basta.

La notte è il tempo della verità. I pensieri sono tanti, lo spazio poco, e il resto è nulla, buio, indefinito.

Disegno i confini delle cose, rammento date, centellino attimi di ricordo.

Fuori è buio.

Le cose hanno il colore del nulla, l’odore del nulla, la consistenza del nulla.

E io vorrei un tutto pieno di colori e suoni e sensazioni e vibrazioni e consistenze per perdermi, per stordirmi, per urlare che non è vero e per scacciare l’insonnia.

Lo so, già.

Ci saranno giravolte nel letto, fruscii ossessivi, immagini, bruciori alla bocca dello stomaco.

Le ore mi ticchetteranno sulla spalla, passando: ad ognuna dedicherò il peggio di me. Il rancore, la rabbia, la paura.

Domattina sarò distrutta, mi stringerò in qualche straccio e struscerò per il mondo.

Sorriderò, guarderò, mi lascerò guardare, saprò compiacere e essere compiaciuta.

Ma dentro urlerò.

Un urlo muto: lungo stridente graffiante, come un’unghia su una lavagna.

Soffro il male atroce di chi non ama e non odia.

Onirika

Corro.

A perdifiato nei cunicoli angusti e nelle trappole insidiose di un vischioso sottosuolo. Arranco, scivolo, frano.

Lo sento puntarmi sul collo. Malefico, indagatore.

Procedo, col terrore nelle ginocchia. Un silenzio d’ovatta mi riempie la testa: solo me e il mio affannarmi. Il resto è nulla.

Ignoro i confini delle cose, mi ferisco su spuntoni affilati, cado, mi rialzo, sanguino.

Mi segue. Cattivo, maligno, osceno.

Avanzo e m’incalza. Anticipa le mie mosse. Mi tiene dietro, come se fosse su di me.

Come se fosse me.

Lo scroscio delle onde mi suggerisce che sono, ormai, all’aperto. La lama gelida del vento mi ferisce il volto.

Rallento. Disperata.

Mi raggiunge, mi spia, mi tiene il collo col suo guardare voluttoso e folle.

Muovo passi incerti. Nella sfera di un nulla visivo che non conclude.

Un urlo cristallino. Riflettente, affilato, perfido.

Uno squarcio di luce, improvviso, accecante.

Trattengo a fatica i piedi sul limitare del dirupo.

Frammenti di roccia cadono giù, riecheggiando del rumore sommerso del sasso nell’acqua.

Un oceano immobile e molle mi tenta e mi respinge con la sua consistenza di petrolio.

Lo sento, vicino. Mi fissa, è qui.

Il cielo di carbone scintilla di una ferita lacerata.

Un occhio.

Gigantesco, sgranato, allucinato.

Mi fissa dall’immensità sferica e indeterminata del cielo.

Aperto e immobile come un’ipotetica e grottesca luna.

Mi sveglio di soprassalto. Calmo il respiro calibrandolo sul ritmo lento della notte. Sono sudata e gelida.

Quel dolore, quella paura e quella rabbia muta che ti comprimi dentro, di giorno, in qualche modo dovrà pure venir fuori.

Fisso il buio, mi blindo in un doppio strato di coperta.

Un occhio al posto della luna.

Sono pazza.

Quella strana rabbia lì

Ecco.

E’ in questi momenti che mi accorgo con lucidità di essere totalmente insana.

Preda totale dei miei portentosi cambi d’umore.

Un’ora e mezza in palesta, a gettare sudore rabbiosamente. Chè già dovresti accorgertene che c’è qualcosa che non va: la cyclette è un essere totalmente inanimato, e tu ti ci accanisci come se fosse un SS nazista uscito pulito da Norimberga.

Sei caduta, poco prima, per strada. Questa pioggia sciatta invischia la strada di bava di lumaca, e tu sei una bambina: un gradino, un tombino, una crepa nell’asfalto, tu devi saltarci sù, assolutamente, devi saggiarne la consistenza coi piedini, misurarne il perimetro centimetro per centimetro.

E’ il tuo amore infantile per le imperfezioni. Per le rughe.

Col culo (perchè fondoschieda e deretano sono parole ridicole) dolorante ti trascini in palestra: fai le tue cose, la tua corsa autistica sul tapis roulant, guardi le tue braccia morbide ramificarsi di venuzze verdi, le tue guance accendersi di rosso per lo sforzo e pensi (sì, proprio questo pensi) che allora quando fai l’amore sei carina, tutta arrossata e lucida e tesa.

Torni a casa: affrontare le scale è una piccola odissea.

Un cellulare (il tuo) che vibra ti accoglie. Quattro parole smozzicate: sai di essere scortese, ti dispiace, ma non riesci ad aggiustare il tiro.

Tagli bruscamente.

Un occhio alla stanza, uno al pc. Decodifichi sillabe. Fatichi a star seduta e a rimetterti in piedi.

Sillabe cucite in croce. Pensieri che si incastrano, sgradevoli. Che si aggrovigliano nel filtro della percezione, come i cumuli di capelli in quello dello scarico del lavandino.

Sono incazzata, perchè a me nessuno chiede scusa, a me nessuno chiede posso, a me nessuno dice grazie. Per me nessuno ha un ricordo, una parola gentile. Una canzone.

Sono incazzata e tutto quello che riesco a fare è esplodere in un pianto rabbioso e poi rimproverarmi per essere stata così indulgente con me stessa.

E non solo.

La mia rabbia rimane dentro, e scopro che è ancora lì, tutta.

Ed è bastata una caduta con culo per terra e qualche malefico pixel a riportarla tutta a galla.

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