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E’ sempre notte sotto ai lampioni

I lampioni compaiono di notte.
E’ la notte che disegna i lampioni.
E’ sempre notte sotto ai lampioni, e i lampioni fanno una luce bassa, discreta, un vedo non vedo da sexy-varietà di quart’ordine. E le cose sotto ai lampioni sono verdastre e hanno le ombre lunghe.
La notte disegna i lampioni e i lampioni disegnano le ombre.
Ma, essendo la notte fatta di ombre, non sbaglierei poi di tanto nel sostenere che i lampioni disegnano la notte.
C’è un mondo sotto al lampione.
Lo sa anche il cane che ci piscia contro. Al lampione.

Volontà involontarie

Ho sempre pensato che anche i sentimenti si sottoponessero alla logica dello scegliere di volere.

Mi faceva sentire sicura, padrona della situazione.

In quella concezione così vaga che ho del prossimo, alla quale ho cercato di porre rimedio aspettandomi sempre meno di niente da qualcuno che non fossi io, l’idea che il canale della relazionalità emotiva potesse essere da me interrotto come il getto d’acqua della doccia mi dava sicurezza.

Una specie di serenità oscura che non è equilibrio, ma immobilità. Ghiaccio.

Poi mi sono accorta che esercitare una volontà è sempre il più atroce degli inganni. Puoi rassegnarti ad un destino capriccioso e avverso, ma l’ottusa perseveranza delle tue stesse convinzioni difficilmente ti darà tregua.

Così faccio la spola tra il volere e il capitare, e nella percorribilità infinita di questo spazio semantico sento tutto il peso di una scelta non scelta.

Di un’alternativa unica, di una possibilità obbligata.

Volerti (che la notte perdoni i miei clichè) bene.

Relazioni a contratto

Al prossimo giro voglio una data di scadenza.

E la voglio subito, dall’inizio.

[Contrariata per contratto]

Messaggi subliminali

Sono tornato single.

Che fai?

07/07/’09 ore 20:44

Suppongo che la prima parte dello sms dovesse avere più o meno la funzione dei microfotogrammi con le lattine di Coca Cola, durante la proiezioni dei film, al cinema.

Quella di farti venire sete.

Ecco, non ho mai creduto nella pubblicità occulta.

Quasi Picasso

Di lui collezionavo dettagli. Ricordavo tutto, incasellavo, meticolosa, ogni sillaba, ogni stralcio di mondo, di racconto, di vissuto.

Stavo lì, in silenzio, e ascoltavo il flusso discontinuo delle parole. Parole forzate, talvolta, dette nella debolezza transitoria di un sospiro, di un ricordo un po’ più ingombrante. Parole approssimate non fatte per esser conservate, piuttosto per sfuggire, per riempire lo spazio breve di un silenzio e fluire via.

Le sue parole erano farfalle che andavano ad incastrarsi nel retino della mia memoria. Le guardavo dibattersi con le alucce delicate, stancarsi poco a poco fino a rimanere immobili, con le ali giunte, perfettamente combacianti. Non mi piaceva appuntarle con grossi spilloni: preferivo lasciarle così, sospese e quiescenti, pronte a risvegliarsi al primo alito di vento. Sentirle mouoversi, vorticose e scomposte, mi spezzava il respiro ogni volta, ad ogni giro di ricordi.

Non collezionavo solo le parole, di lui. Dalla mia ottusa postazione di silenzio (non domandavo, non mi informavo, preferivo scoprire da sola, con cautela e circospezione) ero bramosa di dettagli, di schegge: la lunghezza delle dita, il sapore della pelle, certe strane e fugaci espressioni del volto. Il puzzle lo completavo io, a forza di supposizioni.

E così venivi fuori, emergevi dalle mie farneticazioni e dalle mie istantanee: zombie emozionale, riflesso distorto, folle picasso sconclusionato. Accozzaglia di dettagli e colori, orecchi, nasi, brandelli di pelle e sensazioni.

Mai avrei osato chiedere: mi accontentavo di quello che lasciavi capire. Forma estrema di rispetto e di paura, la mia. Quando restavo sopraffatta dalla brama e dall’insoddisfazione, rimanevo zitta, immobile, a confortare quel dolore solo e soltanto mio, che nemmeno ti chiedevo di sentire.

Talvolta sospettavo che soffrissi della mia stessa malattia: la smania di restare in superficie di chi troppe volte ha sbattuto contro il fondo, perso nel suo slancio sincero e senza protezioni. D’altronde non potevo saperlo, i tuoi silenzi rozzi erano come fondi di caffè: si coloravano di problematicità e di strafottenza, di sensibilità e di disinteresse a seconda dei giorni, del mio umore e della mia voglia di leggerci dentro.

Non accettavo, supina, tutte le tue decisioni. Ma  non sapevo oppormi alle indecisioni.  Non ho mai saputo recitarle quelle frasi da film: -Questa sono io e quella è la porta!-. Io mettevo in conto sempre la terza ipotesi: quella della finestra aperta sul retro, anche durante la notte.

Il mio punto di vista, una volta solido e incorruttibile, ora si faceva di creta fresca da modellare sul tuo.

Eppure non ero schiava di quello che, ora, non chiamerei neppure sentimento. Sceglievo, io.

Sceglievo ogni volta. Sceglievo dolorosamente. Affrontavo il travaglio interminabile dell’incertezza e il parto della decisione.

Sceglievo con convinzione.

Sceglievo con motivazione.

E, oltre ogni determinismo, 

sceglievo sempre te.

Vedi caro

quando sono nervosa, non è detto che io abbia il ciclo.

Viceversa, non devo essere necessariamante nervosa quando ho il ciclo.

Ti rivelo un segreto: il fatto che tu sappia dell’esistenza di una cosa che si chiama sindrome premestruale non ti rende una persona migliore, nè costituisce una chiave d’accesso per comprendere il complesso universo femminile.

Probabilmente non c’hai mai pensato, ma quando, vedendomi diventare verde come L’Incredibile Hulk e osservando con sospetto le vene blu che mi si gonfiano sul collo, mi chiedi -Che, c’hai il ciclo?- sei piuttosto irritante. E il pallottoliere che sta nella mia testolina-tutta-pizzi-e-tronisti, si mette a far le sottrazioni in proposito alla tua possibilità di ottenere i miei favori.

E ora siediti, ho da dirti una cosa che ti suonerà sconcertante.

A me piace fare sesso! Forse come e molto più che a te!

Quando ti dico -No-, non vuol dire che sono frigida, piuttosto, che non mi piaci, non mi interessi, non sei papabile, non ti considero sotto quel punto di vista o, magari, non ti considero e basta.

Vedi caro, relegarmi nella sfera del gossip, dello shopping e dei belletti solo perchè sono femmina, non è molto sensato. E di sicuro non ti renderà meno ardua la scalata alle mie mutande. Io leggo i giornali e so persino cos’è un fuorigioco. La mia vita non si consuma tra un tè ciarliero con le amiche, un party della Tupperware e una seduta dal sensitivo di fiducia.

Vedi caro, la maggior parte delle volte, non sono io che sono strana, sei tu che sei stronzo. Non sono io che non capisco, sei tu ad essere incomprensibile. Non sono io ad essere complicata, sei tu ad essere sconfortantemente elementare.

Ho la scoperta del secolo da comunicarti: rutti & peti si possono controllare! Non sono manifestazioni mistiche e misteriose indipendenti dalla tua volontà! E il fatto che io non ne faccia e tu sì, non è imputabile a nessuna differenza strutturale: si chiama educazione, quella. Contegno, compostezza, rispetto, pudore.

Vedi caro, qualche volta capita che fingo. E non è per permetterti di uscire dall’impasse o per consentirti di conservare e fortificare la tua immagine di macchina-del-sesso. E’ per noia, per disperazione, per il desiderio di farla finita, al più presto possibile.

Vedi caro, lo so che è già da un pezzo che hai smesso di ascoltarmi: lo leggo nei tuoi occhi da pesce lesso che vagano dalla scollatura alla coscia e dalla coscia alla scollatura. E’ veramente inutile che continui a dondolare il capoccione con foga affermativa.

Ok, t’hanno detto che alle donne piace essere ascoltate, ma se io ti sto parlando del debito estero del Nicaragua e tu mi rispondi che, sì, anche secondo te la Cera di Cupra è una gran bella invenzione, qualche sospetto mi viene, eh.

I teoremi di Mister

Tra il vaffanculo e il mi manchi devi lasciar passare un tempo strategico. Se il mi manchi segue a ruota il vaffanculo, ne vanifica irrimediabilmente l’effetto; se lo segue di troppo, non riesce a cancellarne l’impatto devastante.

Il mi manchi va collocato in quella terra di mezzo che è la percezione dell’assenza, la nostalgia: abbastanza lontano da permettere al vaffanculo di produrre i suoi effetti educativi, ma mai troppo, in modo da non perdere il suo potenziale riparatore.

Se al mi manchi, invece, sostituisci il te la do senza discutere, puoi ignorare serenamente ogni variabile e limite spazio-tamporale.

[Mister è uno di quegli ex diventati tali per direttissima. Meno di un ex, o forse molto di più, come spesso ci troviamo a convenire, considerando che è un ex di professione, che nasce tale. Qualche sera capita di parlare, qualche sera capita che gli racconto di me. Fa finta di rimanerci male, quando gli racconto degli  altri, dell'altro. Suppongo che lo faccia per compiacermi. Potrei iniziare una rubrica con i suoi pensieri/consigli/ frammenti. Tanto, per il momento, è troppo pigro e troppo saggio per leggere questo blog.]

Siparietti

Mister: -Ti manco?-

Miss: -Non esattamente tu-

Mister: -Ah-

(Certi rapporti possono permettersi di essere sinceri, soprattutto quando non si teme, in alcun modo, di ferire l’altro. Soprattutto quando non c’è nulla da recuperare, nulla per cui lottare, niente da salvare o da voler dimostrare.
Ed è quasi piacevole.)

Sogni e bi-sogni

Stare assieme non è un bisogno.

Stare assieme è un bi-sogno. Un doppio sogno, un sogno a due, un sogno reciproco.

 Un sogno condiviso.

(Un’idea stupida, estemporanea e melensa di Miss, suscitata da un commento di Vibes)
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