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L’equilibrio è un miracolo

Per un momento io lascio la vita sospesa negli angoli,
e mi abbandono all’umana paura di essere liberi…

[La memoria è un tentazione forte.

Il ricordo, una tortura lieve.]

Ormai

Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.

Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.

E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.

Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…” Continua a leggere…

Dormire è un po’ come morire

Eccola.

Nel senso: eccola me. Quindi anche eccomi, volendo. C’è che ieri notte non riuscivo a dormire, come spesso (leggi pure: sempre) mi capita, e tra sigarette mai spente, ciarle con coinquilini ubriachi e rumorosi e pseudo – porno soft su Super3 (che di giorno trasmette essenzialmente cartoni animati) si son fatte le 6.

A quel punto ho dormivegliato fino alle 7, giusto per poter spegnere la sveglia e venire a patti con un’insistente coscienza che mi spronava ad alzarmi e andare all’università, per poi cadere in un sonno profondo.

Ne son venuta fuori quando mezzogiorno era passato da un pezzo. Sonnacchiosa, inconcludente, scivolosa.

Ho sonno ancora, e ne ho un po’ paura.

Quando dormo tanto, di solito, è per dimenticare.

Sto bene, eh.

Solo, non vorrei dimenticarlo che è da un pezzo che ho deciso di non dimenticare più.

Tempo e distanza

stratificano pareti di roccia difficili da scalfire.

E io sto qui, a scegliere, perplessa, tra l’armarmi di piccone e il richiudere la porta del ricordo, senza far rumore.

(La migliore amica dell’infanzia, confidente e complice di innumerevoli primi piccoli misfatti, portata via da fraintendimenti, intromissioni e parole non dette)

Nostalgie

E’ di una marea scomposta di cose che sento la mancanza.

Tu sei l’ultima dell’elenco.

L’eco che rimane aggrappato in gola.

Il lembo di stoffa impigliato nella portiera.

L’ultimo scatto del rullino.

Il pensiero della notte.

Il goccio di caffè sul fondo, quello con la posa.

L’ultima sera di vacanza.

Hai la colpa suprema di sfilare la sequela della nostalgia, tirare il bandolo del rimpianto: sei Marco che mi canta Rimmel, sei i genitori folli d’affetto per me bambina, sei la mia migliore amica il giorno dei miei 18 anni, che mi guarda, estatica, e dice sei bellissima.

Sei il sapore del latte col Nesquik, il profumo di carta dei quaderni della prima elementare, sei la voce di mia nonna che racconta favole incredibili, sei l’emozione della prima volta che sono stata a galla, al mare, l’essenza umida e imbarazzata del primo bacio, l’orgoglio impaurito ma fiero del giorno degli esami di maturità, la gioia di qualche lettera ricevuta, i Natali in famiglia, i regali, i compleanni festosi, l’apparecchio per i denti e la prima pagina del diario segreto.

Sei tutto questo.

Non sei nulla di tutto questo.

Ma sei.

E io ho il bisogno di desiderare la mia ultima irrelatà (sbiadita, pallida, approssimativa), per ricacciare le altre, a milioni, scappate via, macinate dal tempo, consumate sulla candela degli eventi.

Nulla per nulla, mi abbarbico ad un nulla verosimile.

Scelgo un nome per le mie nostalgie, ed è il tuo.

Ma non sentirti l’obbligo di essere all’altezza.

Visto che mi vuoi lasciare

Un inno alle briciole che ognuno lascia dietro di sè.

Ai fascicoli sul mare, ai gatti e alle porte chiuse bene.

Alle atmosfere e ai sogni da restituire.

In questo continuo struscio di anime stanche e corpi annoiati, lascio le mie spore. E mi invischio di quelle degli altri.

Agli umori, alle parole, alle poesie.

Non rinnego nulla. Nè, men che meno, chiedo minuti per convincere a restare.

Ma voi, lì fuori, abbiate cura delle mie tracce. Le mie manie, i miei sguardi, il mio essere sconclusionata e la forma dei miei nei.

Un piccolo altare nella memoria, non chiedo di più.

Dita

Il respiro c’è. E la cosa mi consola.

Comincio dai piedi: risalgo, dito per dito, vena per vena, lembo di pelle per lembo di pelle, peletto sfuggito al silk epil per peletto sfuggito al silk epil. Inguine, pancia.

Circumnavigo l’ombelico.

Costole, un po’ sporgenti, seno insolitamente pieno, collo, collo, collo.

Millimentro per millimetro. Spalle tonde, braccia morbide.

Fin giù alle mani.

Eccole.

Sono tese, contratte. Dita febbrili.

Le immagino attraversate ad una ad una da un filo di rame.

Respiro, controllo il respiro. Lo ritmo, lo rallento. Cerco di imporgli il passo di danza della notte.

Ma loro sono lì: dita piccole, bambolesche. Ma affusolate. Contratte nel buio, allertate dai pensieri e dal sonno che non arriva, sensibili ad ogni fruscio sommesso della notte.

Le rilasso, ci provo: intono ninne nanne sussurrando.

L’inno alla gioia, Chiaro di luna, Canzone di notte di Guccini, Dormi dei Subsonica.

 

Ma voi rimanete tese. Trattenete un ricordo con le unghie.

Un pensiero, una possibilità, una parola, uno spiraglio.

Siete così: sapete solo stringere, costringere, intingere, respingere

E io di parole non ne ho più, non ne ho più di parole da prestarvi.

Convulsamente vi impongo la calma.

Vivo di ossimori, lo so.

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