Le coincidenze del 60 notturno
Non è il passato in sè a fare nostalgia.
Piuttosto, quell’incredibile capacità che ha di ritenere felicità ormai lontane.
Di ripassarle in seppia, di farle nebulose e affascinanti.
Di assegnarti cammei estemporanei in tutti i film che intravedo e nel renderti strimpellatore irresistibile di ogni canzone stupida che sento.
Dicono che a ricordare ci voglia coraggio.
Forse non hanno mai provato a dimenticare.
[...lo prendo sempre per/venir da te]
Supponiamo un amore
Supponiamo è già tardi
devo andare, ma non vuoi
supponiamo che cerchino
il mio viso, gli occhi tuoi.
Arrossiresti nel viso
se mi rubassi un sorriso,
supponendo che, in fondo,
ciò che conta,
siamo noi?
Riquadro 119, galleria V
Odio i funerali.
Le morti, i cimiteri.
Il dolore che si fa lacrima, tangibile.
E’ uno di quei sentimenti con i quali non so misurarmi.
Non che con gli altri vada, poi, particolarmente meglio: c’è qualcosa che mi arena ad uno strato superficiale di me, un’incrostazione di timore e circospezione. Lo faccio con l’amore, lo faccio con l’odio, con la rabbia e col dolore. Mi tengo in superficie, chè ad abbandonarsi al vortice c’è da non uscirne più.
Non è un bene, ma quando non è stato così, non è andata, poi, meglio, quindi…
Ecco, uno sproposito di parole inutili, come al solito.
Uno sproposito di parole inutili per dire che oggi, complici le mollezze dell’ultimo sabato di libertà, il grigio diffuso e morbido del cielo di fine settembre e la disponibilità (momentanea) di un’automobile qui a Roma, sono andata al Verano.
L’idea principale era quella di fare un saluto a Rino Gaetano, un pensiero che mi coglie spesso.
No, non sono una fanatica dell’esserci, del farlo perchè lo fanno tutti, del crearmi una passione o dello sposare una causa. Semplicemente mi andava.
Stare lì, concedersi il piacere amarognolo di una lacrima, lasciare il pensiero libero di divergere, di chiedersi, di cantare, di sussurrare, di andare in dissolvenza.
Così è stato.
Il Verano ti accoglie nel suo ventre di ricordo, celebrazione, passato. Nomi e date ti si impongono alla vista, ma anche architetture, geometrie, materiali, gatti sinuosi e cornacchie gracchianti. Ti racconta di chi c’è stato prima, di chi è passato giusto per un giro, di chi ha lasciato un segno, di chi, dimenticato, non s’è visto concesso neppure il privilegio di una manciata di sillabe stanche.
Il Verano sa di cipresso e di tristezza buona. Di quella che ti si attacca alla pelle creando una patina vischiosa, che ingentilisce il mondo, gli umori e le stagioni, col suo costante persistere.
Rino è lì, un nome tra i nomi, un parallelepipedo incastrato in un’ossatura di cemento armato, una foto, qualche sillaba dorata, due date.
Abbondano le frasi, i fiori, le sigarette offerte da chi è passato di lì. Destinate a non essere fumate. Il marmo è zebrato da tratti di uniposca: ci tengono, tutti, a far sapere che sono passati. Raccontano brandelli di storie, le loro, quelle del mondo, le voci della strada. Lasciano segni su un segno che, momentaneamente, sta allenando la clemenza del tempo.
La capisco questa infantile e qualunquista smania di esserci. E non la condanno.
Scrivo due righe, anch’io, su un quaderno lasciato lì apposta.
Tra le tante cose che avrei potuto dire, in quel momento butto giù la più banale, inutile, sciocca, impulsiva.
Lascio una Vogue alla menta, faccio qualche foto, consento di scendere ad una lacrima, sì, sfioro con l’indice le lettere dorate.
Non sono venuta qui ad adorare nessuno. Caso mai a respirare la magia, quella che si desidera aleggi su certi luoghi, su certe cose che diventano simboli.
Dedico un pensiero a questo culto privato del dolore che diventa culto generale, mito, quasi. Mi chiedo se la spettacolarizzazione accentui o smorzi il dispiacere, quello vero.
La verità è che siamo smaniosi di eroi: non ci bastano i Che Guevara, i Ghandi e i Gesù Cristo. C’abbiamo bisogno di gente vera, non spettacolare, non eccelsa, non sublime.
Abbiamo bisogno di crederci, crearci il nostro feticcio emozionale.
E oggi io sono qui per questo. T’ho messo tra i miei dei di oggi. Dopo quello dello zucchero filato e delle caramelle gommose, appena prima di quello del caffè, accanto al dio misericordioso dei lunedì di febbre di quando ero al Liceo.
L’ennesimo dio delle piccole cose, Rino. Nè di meno, nè di più. Il dio di qualche canzone che ti senti dentro, della sequela dei ricordi.
Un dio dalla voce aspra e il sorriso pulito.
Nulla di trascendente, nulla di spettacolare.
Il mio quotidiano attimo di laica spiritualità.
Sconfinamenti
Ho dormito tantissimo oggi. Uno di quei sonni sciatti, profondi, senza sogni.
Uno di quei sonni che non vale la pena di dormire, insomma.
3 ora filate, 3 ore d’oblio. Dalle 17 alle 20.
La colonnina di mercurio non transige: fa la spola tra il 37.5 e il 38, e io mi sento uno straccio.
Poi le avvisaglie del dormiveglia: il pensiero che si mette in proprio a tessere trame spettacolari, le sensazioni e i ricordi che si confondono, si amalgamano brutalmente nel mix della semi-incoscienza, addensandosi in un pastone indistinto e nauseabondo.
Il cuore, quello non smette di battere a rag time. Uno stato di tachicardia preoccupante: non mi meraviglierei affatto se cominciassi a vedere le mani gonfiarmisi e sgonfiarmisi ritmicamente, l’addome pulsare, le orecchie rattrappirsi per poi distendersi.
Misuro il letto millimetro per millimetro, alla ricera di zone di frescura. Impregno, sistematicamente, ogni lembo di lenzuola del mio caldo alterato.
Ad un tratto, nel groviglio di pizzi e lembi, inzio a scavare vie di fuga: una gamba impaziente chiede aria, si fà un varco tra le coltri e si mette, lì, a cercare aliti di vento.
Ho fatto un sogno.
Ho sognato un amico dell’infanzia, compilice, tra i 12 e i 13 anni, dei miei primi esperimenti di baci. Capita d’incontrarsi qualche volta, d’estate, soprattutto. Ognuno serba nei confronti dell’altro un affetto esclusivo. Come se quell’unico piccolo segretuccio (che, a ben pensarci, non è ne’ segreto, ne’ unico) del quale ci sentiamo reciproci testimoni, avesse stabilito tra noi un contatto, un punto paradossalmente convergente nelle parallele delle nostre vite.
E’ davanti al locale nel quale capita, talvolta, d’incontrarsi. Mi viene incontro sorridendo, e io già mi slancio in un abbraccio fraterno.
- Ma non hai gli slip?
Mi chiede, come se fosse la domanda più naturale del mondo
- Ma certo!
Ribatto, e lo stringo tra le braccia.
Il corpo mi manda messaggi strani: sento di avere alcuni muscoli in tensione e altri totalmente abbandonati alla nullafacenza di questo pomeriggio febbricitante. Il pensiero diverge: si sposta da punto a punto, da zona a zona. Lo vedo collegare i puntini numerati di uno di quei giochi di enigmistica, al termine del quale sul foglio bianco si staglierà il contorno di una figura sensata.
Ma il mio di disegno non si rivela ne’ si compone: prima sembra una farfalla, poi una zattera strapazzata dal vento, un volto, un mostro, una spirale ipnotizzante che mi si impone allo sguardo. Cerco di fissarne il centro, sgrano gli occhi nel buio della mia stanza, cerco il led verde della torre del Pc.
Mi canto una canzone, una nenia, più che altro. Articolo suoni in successione: lamenti, vocali, nomi storpiati. Mi invento parole, giustappongo le sillabe, parto alla ricerca degli etimi.
So che è la febbre, so che sto vaneggiando, lievemente, ma vaneggio. E questo sconfinamento nel mondo d’ovatta della follia quasi mi riempe di gioia: indirizzo i miei occhi non convenzionali sulle cose, vedo riti di sciamani nelle ombre oltre la finestra, il latrare dei cani si rivela un canto orfico, e la luce incerta di un lampione che filtra, attraverso la serranda abbassata, da fuori, è nient’altro che la polvere della fatina Trilly, la polvere magica per volare.
Mucca è scivolata per terra, la recupero allungando un braccio. La stringo forte, incastrando il suo musone di pelouche nell’incavo tra il collo e la spalla.
Gli occhi aperti nella notte ti lasciano vedere, suppore, inventare, tratteggiare cose che il giorno ti nega.
Ripenso a Occhi di cane azzurro.
“Io sono colei che arriva ogni notte nei tuoi sogni e ti dice: occhi di cane azzurro”.
Non mi viene da ricordare la fine: sono riusciti ad incontrarsi nella vita reale? Oppure hanno continuato a vivere la loro storia nella nebbia del sogno?
- Anche tu, una volta, ti sei innamorta in un sogno!
- Che dici, stai zitta! Vaneggi!
- Sì, ma è così…
- Hai la febbre, dici cose senza senso!
- Sei tu che non vuoi ammetterlo!
- Sei pazza…
Battibeccano, come al solito, le mie 1000 me.
Sorrido. Stendo una mano sullo sterno: lo sento fare su e giù. Ho il mio attimo di dispersione musicale: Su e giù, Rino Gaetano.
Sorrido ad una frase, sempre la stessa.
“…che lei mi amava si vedeva dagli occhiali fumè”
La trovo così poetica, così divagante e vera.
Perchè la vita divaga, diverge, la vita è negli angoli, nelle crepe dei muri, negli occhi dei passeggeri della metro il lunedì mattina
- Sei pazza…
- Lo so.
…e mi godo la mia follia.
Buonanotte alle mie occhiaie e alle venuzze sugli zigomi, buonatotte alle mie scapole sporgenti, buonanotte alle mie unghie sbreccate.
Buonanotte.
Visto che mi vuoi lasciare
Un inno alle briciole che ognuno lascia dietro di sè.
Ai fascicoli sul mare, ai gatti e alle porte chiuse bene.
Alle atmosfere e ai sogni da restituire.
In questo continuo struscio di anime stanche e corpi annoiati, lascio le mie spore. E mi invischio di quelle degli altri.
Agli umori, alle parole, alle poesie.
Non rinnego nulla. Nè, men che meno, chiedo minuti per convincere a restare.
Ma voi, lì fuori, abbiate cura delle mie tracce. Le mie manie, i miei sguardi, il mio essere sconclusionata e la forma dei miei nei.
Un piccolo altare nella memoria, non chiedo di più.









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