Certe mattine
sono talmente felice
che mi vergogno.
Se ogni notte fosse l’oblio
le tue mani sarebbero soltanto mani
e la mia pelle sarebbe soltanto pelle.
Il risveglio sarebbe un risveglio e basta.
Non un’atroce moscacieca tra le macerie dei miei se.
Roma al mattino
Roma si arpiona ai lembi sgualciti dell’estate, ancora.
Stamattina, per esempio.
Voglia di rubare tempo al tempo.
Una doccia rapida, con l’acqua che lava via le tensioni malinconiche della notte.
Un vestito floscio, che non è che copre o nasconde: esalta accarezzando, sfiorando appena, adagiandosi lieve e ondeggiando ad ogni passo.
Giù in strada, col retino fitto dei sensi ben dispiegato in aria. A caccia di farfalle. Di emozioni.
Roma ha un sapore che non ti aspetti, al mattino.
Si colora dei suoi mercatini rionali, del traffico indolenzito del lunedì, dei ragazzini alle fermate degli autobus. E’ una città viva, e io questa vita me la sento nelle vene, negli occhi, nei muscoli.
Sorrido a caso a chi mi sorride. Lascio che gli sguardi si appoggino dove vogliono, punto occhi negli occhi, chè non ho paura di guardare. Non oggi.
Le vecchiette si affollano alle bancarelle dei fruttivendoli perchè lì si sentono desiderate, ancora. Le vedi scegliere con cura i prodotti e schermirsi dei complimenti di questi omoni beceri e gentili al tempo stesso. Tornano ragazzine: sorridono, stanno al gioco, sbattono le ciglia e si compiacciono.
Vedo uno spunto di storia ad ogni angolo di strada. Indovino le vicende di ogni sguardo incontrato sul bus. Mi immagino la consistenza viscosa delle mani dei lavavetri, il profumo vanigliato delle commesse.
Dedico un aggettivo a tutto, magari inventandolo.
E’ più di un anno che Roma, io, la penso in forma di romanzo.
Ma, ancora, certe volte è capace di lasciarmi senza parole.
Lo stadio agli ultrà, i tram alle vecchiette
I mezzi pubblici sono uno di quei posti in cui ognuno, inspiegabilmente, riesce a dare il peggio di sè.
Prendi ieri: è mattina, saranno le 8 o poco più, il cielo è foderato di una patina acquosa che sa di triste e d’autunno. Per quanto mi riguarda sono un po’ smorta, ho le mie fedeli occhiaie stratosferiche e onnipresenti, l’aria acida di chi ha trovato un coccodrillo nel water e le potenzialità comunicative di un’ameba in autunno.
Mi sto iniettando la mia pera mattutina di musica: seleziono dal fedele i-pod la modalità random e mi rinchiudo nel mio autismo musicale.
La scelta casuale non perdona: così Pink Floyd, Gotan Project, Officina Zoè, Queen, rimasugli sparsi di reggae e reggaeton e molto altro si trovano accostati in un improbabile minestrone di sonorità.
Mi becco tutto senza fiatare, sperando che il cielo grigioghisa prima o poi si decida a concedermi un sorriso luminoso.
Vado riflettendo che, oltre il Ponte delle Valli, deve esserci un qualche varco spazio – temporale che permette ai 63 di andare senza poi poter tornare indietro: sono 20 minuti che aspetto, me ne sono sfilati davanti 3, rigorosamente nella direzione opposta alla mia.
Magicamente il bus arriva, stracolmo, come di consueto. Chiamo a raccolta le mie molecole di tolleranza.
Mi ritaglio un posticino scomodo tra l’obliteratrice e un sedile. Mi ci accuccio. Cerco un labile equilibrio, mi arpiono a qualche maniglia, punto i piedi a terra.
Ho una borsona ingombrante nella quale tengo un paio di quaderni e qualche pezzo di vita, chè la mattina di certezze proprio non mi riesce di averne, e allora devo portarmi cose rassicuranti, scheggie di ricordi. Complementi e estenzioni di me.
La borsa, malauguratamente, va a sbattere contro il braccio della signora placidamente e flaccidamente seduta sul sedile al quale sono arpionata.
Mi rivolge uno sguardo di disprezzo e odio puro. Zittisco l’i-pod, le sorrido e mi scuso.
Vengo da quella scuola di pensiero che ritiete che un sorriso alle 8:15 del mattino sia un risarcimento più che sufficiente per un’involontaria borsettata.
Eh “Mi scusi, mi scusi!” la prossima volta m’ammazza e poi me chiede scusa!
Sono perplessa.
Perplessa tendente allo sconcertato.
Il bus fa l’ennesima fermata. Ho appena il tempo per richiamare alla mente quella strana legge di proporzionalità che impone che la gente che scende alla fermata sia necessariamente meno di un terzo di quella che sale.
Cerco di rimpicciolirmi, il che non è cosa facile essendo già formato mignon di default.
All’immancabile ultrasessantenne, collocata millimetricamente davanti alle porte d’ingresso del bus, un uomo chiede di spostarsi.
Ella, in un impeto di energia insospettato e inadeguato all’ora, gli fa:
Chè, non ci passa? E’ arrivato il padrone dell’autobus! E’ arrivato il padrone dell’autobus! Ma vada un po’ dove deve annà!
Il senso di sconcerto si amplifica.
Comincio a guardarmi in giro, sospettosa.
Una candida vecchietta col pettinino di tartaruga tra i capelli burrosi infila la mano nella borsetta.
Attendo, col fiato sospeso, la comparsa di un bazooka nella sua manina rugosa.
E quella lì? Quella col sorriso dolce e le rughe morbite attorno agli occhi, che armeggia nella tasca del cappotto?! Ne estrarrà un rasoio, affilatissimo, e sgozzerà il primo che le capita a tiro!
L’ingresso del quartiere Coppedè, alla mia sinistra, mi annuncia che Piazza Buenos Aires (che ci misi giorni a capire che i Romani la chiamano Piazza Quadrata) è vicina.
Guadagno, faticosamente, un posto accanto alle porte d’uscita.
Schizzo fuori schivando gli sguardi di fuoco dell’esercito bianco delle vecchiette dei mezzi pubblici.
Poi si dice che gli ultrà vanno allo stadio per sfogare la rabbia repressa!
E delle vecchiette sugli autobus, allora, ne vogliamo parlare?!
Basta, altro che 19! Io fino a Viale Romania me la faccio a piedi.








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