Tag Archive | smania di vivere

Ormai

Torno da un pasto rapido con mio padre. Una specie di aperitivo sui generis: gamberi e piccoli molluschi pastellati e una buona bottiglia di bianco.

Mio padre adora cucinare: è un teorico della fusione dei sapori, improntata al principio che debbano armonizzarsi tra loro, non tentare di sovrastarsi.

E’ un appassionato, un utopista. Un burbero, anche. Ed è per questa ragione che, fino a poco tempo fa, lo ignoravo del tutto come persona, ritenendolo troppo scontroso per misurarsi con la mia propensione alla lacrima facile.

Parla poco. Nel giro di due frasi smozzicate gli ho sentito ripetere più volte “ormai…” Continua a leggere…

E’ di sicurezza

la voglia che ho e che vorrei non avere.

Ticchetta sulla spalla e ha il rumore della notte. Il fruscio perso del vento.

Non basta chiamare le mille me a raccolta, sentirle squittire nel vuoto pneumatico della mente assorta.

Di mille voci, una. Fatta di stralci, collage di sillabe, patchwork di dialoghi.

Una, e chiede certezze.

Elemosina argilla nella quale affondare le dita.

Spuntoni di roccia fragile ai quali arpionarsi.

Radici picchetti fondamenta binari

Immobile,

 al cospetto della sistematica smentita di ogni ovvia ovvietà.

Secondapersona

Scopri che certe cose ti fanno piangere. Non lo sapevi, eppure ora sei qui, col mascara colato in arabeschi irregolari sulle gote.

Cos’è? La sensazione di sentirti meno di niente o quella di aver conservato intatta tutta la fragilità dei tuoi 13 anni, ancora?

Tra il pensarci e il non pensarci passa il varco infinitesimale di un pensiero.

Tra l’usare e l’essere usati, tra l’essere oggetti o soggetti.

Ti vedi sul limitare, con la paura ansiosa di chi sta per saltare il parapetto e la prudenza codarda di chi si tiene bene alla ringhiera.

Pensi a tutte le volte che non ti si ascolta davvero. A quelle che pensavi di dominare e ti sei ritrovata miseramente dominata. A quelle che volevi smettere di giocare, scendere dalla giostra. Ma hai proseguito per inerzia.

Perchè ti scappa troppo da vivere. Continua a leggere…

Ischemia

La domenica è come una zingara che fruga nella spazzatura della settimana trascorsa. Si impiglia le dita di ricordi, di cose, di fatti, di sensazioni.

Una, prepotente. Qui al centro della mente. Tanto grossa e corposa da non poter essere evitata, messa da parte, ignorata.

Amara.

Sa di dolore, senso di colpa, vergogna, sdegno amaro, pianto, tristezza.

E’ un sensazione che ha un nome, un cognome, un paio d’occhi, un tono di voce e un modo di sorridere.

Uno snodo di ricordi: dell’infanzia, dell’adolescenza, un catalizzatore di immagini familiari, di feste comandate e di té della domenica.

E ora sta male. Ha qualcosa che non va. Attende una chiamata da Milano. Un filo di speranza che passa per i cavi del telefono, per la lama del bisturi, per il callo della cicatrice che resterà sul capo.

Io il dolore non so viverlo: lo rifuggo.

Ancora una volta concorro per il premio di cinica dell’anno. Sono qui, imperterrita, a Roma.

E tu stai male.

Brucia dentro. Brucia il mattino appena sveglia, e la sera, nei pensieri confusi e inconcludenti del dormiveglia. Brucia dirlo, brucia pensarci organicamente, brucia ammettere di essere spaventata e meschina e pavida e troppo spasmodicamente impegnata a prendere la vita per le corna e stusciarsi su ogni istante, su ogni emozione, ad assorbire ogni fremito, ogni brivido, a respirare ogni alito sommesso di vita, per poter soffrire.

O di essere così spaventata di soffrire da preferire di stordirsi di quotidianità, di fatti, di cose.

Qui, solo qui riesco a tirar fuori un po’ di minestrone indistinto di sensazioni.

Qui, perchè lo spazio non esiste e il tempo si deforma, qui, perchè potreste essere mille o zero, ma in ogni caso sufficientemente distanti, qui perchè è come confidarsi allo specchio, evitando però la destabilizzante sensazione di parlare da soli, di navigare nel mare fluido della follia e dell’incoerenza.

Scusatemi, ma io non ce la faccio.

A dire mi dispiare, a chiedermi perchè, perchè a te, perchè ora, perchè così.

Rinuncio, mi tiro indietro, ho un grande problema con le emozioni.

Mi si bloccano, tutte, in gola.

E annaspo, soffoco, affogo, perdo i sensi.

Non ce la faccio.

Respiro, deglutisco.

Mi dedico la più sentita delle smorfie di disgusto.

Sei una codarda, un’egoista, una che non sa vivere.

Mi attacco al mio feticcio di vita: che sia di pelle, di carta, di fumo, di stoffa: non importa.

Tu stai male, e l’unico modo che conosco per sopportarlo, è fottutamente vivere.

I pensieri del mattino e la colla moschicida

Ok. A me capita spesso questa cosa: c’ho un pensiero che mi ronza, e faccio di tutto per ignorarlo, non gli presto attenzione, come si fa con i bambini quando fanno i capricci.

Ma il pensiero è lì, come una mosca fastidiosa, e procedere con le sue zampette pelose sulla cortina delle mie percezioni. Sicchè una mattina, dopo l’ennesima notte di sogni assurdi e altamente simbolici chè non ci vuole Freud per spiegarmeli, mi armo di colla moschicida e di paletta e eccoci qua.

Il mio cervello trattiene troppo i ricordi. Finisce per confondersi tra l’ieri e l’oggi e non fa mai pulizia di emozioni.

L’ho capito lucidamente qualche giorno fa. Ho ricevuto una telefonata da una persona del mio passato (un passato lontanissimo, non tanto cronologicamente, quanto…emozionalmente), mi sono bastate quattro parole, un accenno a quelche brivido, a qualche frammento, per ritornare quella che ero, per farmi le stesse domande di allora e per riporre fiducia nelle stesse, inutili, promesse.

Ho avuto bisogno di fermarmi, di riflettere un attimo, di elencare diligentemente e distaccatamente a me stessa le ragioni per cui le cose cambiano, per cui prendiamo le nostre belle decisioni, per cui preferiamo abbandonare una strada e mettiamo una bella X nera e spessa su certe situazioni.

Mi chiedo se ho la memoria troppo corta o il cuore troppo grande.

Ma forse è la smania di vivere.

Sì, è quella che mi frega.

Bah.

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