Sogni e bi-sogni
Stare assieme non è un bisogno.
Stare assieme è un bi-sogno. Un doppio sogno, un sogno a due, un sogno reciproco.
Un sogno condiviso.
(Un’idea stupida, estemporanea e melensa di Miss, suscitata da un commento di Vibes)
C’è questo sogno c’ho fatto
c’eravamo io e te e il tempo non passava.
L’estate era estate per sempre e il tramonto non si tingeva mai di nero.
Le parole si prolungavano in eco affusolate e dagli abbracci non si scappava via.
Le candele non si consumavano, la polvere non si accumulava.
E non ci si stancava a raccontarsi l’un l’altro, a chiedersi perchè e a ripetersi il già detto.
…
Non c’era il dopo, ne il dopo dopo il dopo.
Non c’era la paura di non trovarcelo
il dopo dopo il dopo.
Onirika
Corro.
A perdifiato nei cunicoli angusti e nelle trappole insidiose di un vischioso sottosuolo. Arranco, scivolo, frano.
Lo sento puntarmi sul collo. Malefico, indagatore.
Procedo, col terrore nelle ginocchia. Un silenzio d’ovatta mi riempie la testa: solo me e il mio affannarmi. Il resto è nulla.
Ignoro i confini delle cose, mi ferisco su spuntoni affilati, cado, mi rialzo, sanguino.
Mi segue. Cattivo, maligno, osceno.
Avanzo e m’incalza. Anticipa le mie mosse. Mi tiene dietro, come se fosse su di me.
Come se fosse me.
Lo scroscio delle onde mi suggerisce che sono, ormai, all’aperto. La lama gelida del vento mi ferisce il volto.
Rallento. Disperata.
Mi raggiunge, mi spia, mi tiene il collo col suo guardare voluttoso e folle.
Muovo passi incerti. Nella sfera di un nulla visivo che non conclude.
Un urlo cristallino. Riflettente, affilato, perfido.
Uno squarcio di luce, improvviso, accecante.
Trattengo a fatica i piedi sul limitare del dirupo.
Frammenti di roccia cadono giù, riecheggiando del rumore sommerso del sasso nell’acqua.
Un oceano immobile e molle mi tenta e mi respinge con la sua consistenza di petrolio.
Lo sento, vicino. Mi fissa, è qui.
Il cielo di carbone scintilla di una ferita lacerata.
Un occhio.
Gigantesco, sgranato, allucinato.
Mi fissa dall’immensità sferica e indeterminata del cielo.
Aperto e immobile come un’ipotetica e grottesca luna.
Mi sveglio di soprassalto. Calmo il respiro calibrandolo sul ritmo lento della notte. Sono sudata e gelida.
Quel dolore, quella paura e quella rabbia muta che ti comprimi dentro, di giorno, in qualche modo dovrà pure venir fuori.
Fisso il buio, mi blindo in un doppio strato di coperta.
Un occhio al posto della luna.
Sono pazza.
Sconfinamenti
Ho dormito tantissimo oggi. Uno di quei sonni sciatti, profondi, senza sogni.
Uno di quei sonni che non vale la pena di dormire, insomma.
3 ora filate, 3 ore d’oblio. Dalle 17 alle 20.
La colonnina di mercurio non transige: fa la spola tra il 37.5 e il 38, e io mi sento uno straccio.
Poi le avvisaglie del dormiveglia: il pensiero che si mette in proprio a tessere trame spettacolari, le sensazioni e i ricordi che si confondono, si amalgamano brutalmente nel mix della semi-incoscienza, addensandosi in un pastone indistinto e nauseabondo.
Il cuore, quello non smette di battere a rag time. Uno stato di tachicardia preoccupante: non mi meraviglierei affatto se cominciassi a vedere le mani gonfiarmisi e sgonfiarmisi ritmicamente, l’addome pulsare, le orecchie rattrappirsi per poi distendersi.
Misuro il letto millimetro per millimetro, alla ricera di zone di frescura. Impregno, sistematicamente, ogni lembo di lenzuola del mio caldo alterato.
Ad un tratto, nel groviglio di pizzi e lembi, inzio a scavare vie di fuga: una gamba impaziente chiede aria, si fà un varco tra le coltri e si mette, lì, a cercare aliti di vento.
Ho fatto un sogno.
Ho sognato un amico dell’infanzia, compilice, tra i 12 e i 13 anni, dei miei primi esperimenti di baci. Capita d’incontrarsi qualche volta, d’estate, soprattutto. Ognuno serba nei confronti dell’altro un affetto esclusivo. Come se quell’unico piccolo segretuccio (che, a ben pensarci, non è ne’ segreto, ne’ unico) del quale ci sentiamo reciproci testimoni, avesse stabilito tra noi un contatto, un punto paradossalmente convergente nelle parallele delle nostre vite.
E’ davanti al locale nel quale capita, talvolta, d’incontrarsi. Mi viene incontro sorridendo, e io già mi slancio in un abbraccio fraterno.
- Ma non hai gli slip?
Mi chiede, come se fosse la domanda più naturale del mondo
- Ma certo!
Ribatto, e lo stringo tra le braccia.
Il corpo mi manda messaggi strani: sento di avere alcuni muscoli in tensione e altri totalmente abbandonati alla nullafacenza di questo pomeriggio febbricitante. Il pensiero diverge: si sposta da punto a punto, da zona a zona. Lo vedo collegare i puntini numerati di uno di quei giochi di enigmistica, al termine del quale sul foglio bianco si staglierà il contorno di una figura sensata.
Ma il mio di disegno non si rivela ne’ si compone: prima sembra una farfalla, poi una zattera strapazzata dal vento, un volto, un mostro, una spirale ipnotizzante che mi si impone allo sguardo. Cerco di fissarne il centro, sgrano gli occhi nel buio della mia stanza, cerco il led verde della torre del Pc.
Mi canto una canzone, una nenia, più che altro. Articolo suoni in successione: lamenti, vocali, nomi storpiati. Mi invento parole, giustappongo le sillabe, parto alla ricerca degli etimi.
So che è la febbre, so che sto vaneggiando, lievemente, ma vaneggio. E questo sconfinamento nel mondo d’ovatta della follia quasi mi riempe di gioia: indirizzo i miei occhi non convenzionali sulle cose, vedo riti di sciamani nelle ombre oltre la finestra, il latrare dei cani si rivela un canto orfico, e la luce incerta di un lampione che filtra, attraverso la serranda abbassata, da fuori, è nient’altro che la polvere della fatina Trilly, la polvere magica per volare.
Mucca è scivolata per terra, la recupero allungando un braccio. La stringo forte, incastrando il suo musone di pelouche nell’incavo tra il collo e la spalla.
Gli occhi aperti nella notte ti lasciano vedere, suppore, inventare, tratteggiare cose che il giorno ti nega.
Ripenso a Occhi di cane azzurro.
“Io sono colei che arriva ogni notte nei tuoi sogni e ti dice: occhi di cane azzurro”.
Non mi viene da ricordare la fine: sono riusciti ad incontrarsi nella vita reale? Oppure hanno continuato a vivere la loro storia nella nebbia del sogno?
- Anche tu, una volta, ti sei innamorta in un sogno!
- Che dici, stai zitta! Vaneggi!
- Sì, ma è così…
- Hai la febbre, dici cose senza senso!
- Sei tu che non vuoi ammetterlo!
- Sei pazza…
Battibeccano, come al solito, le mie 1000 me.
Sorrido. Stendo una mano sullo sterno: lo sento fare su e giù. Ho il mio attimo di dispersione musicale: Su e giù, Rino Gaetano.
Sorrido ad una frase, sempre la stessa.
“…che lei mi amava si vedeva dagli occhiali fumè”
La trovo così poetica, così divagante e vera.
Perchè la vita divaga, diverge, la vita è negli angoli, nelle crepe dei muri, negli occhi dei passeggeri della metro il lunedì mattina
- Sei pazza…
- Lo so.
…e mi godo la mia follia.
Buonanotte alle mie occhiaie e alle venuzze sugli zigomi, buonatotte alle mie scapole sporgenti, buonanotte alle mie unghie sbreccate.
Buonanotte.









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