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E’ sempre notte sotto ai lampioni

I lampioni compaiono di notte.
E’ la notte che disegna i lampioni.
E’ sempre notte sotto ai lampioni, e i lampioni fanno una luce bassa, discreta, un vedo non vedo da sexy-varietà di quart’ordine. E le cose sotto ai lampioni sono verdastre e hanno le ombre lunghe.
La notte disegna i lampioni e i lampioni disegnano le ombre.
Ma, essendo la notte fatta di ombre, non sbaglierei poi di tanto nel sostenere che i lampioni disegnano la notte.
C’è un mondo sotto al lampione.
Lo sa anche il cane che ci piscia contro. Al lampione.

Noi

siamo due di quelle solitudini

che non sanno farsi compagnia.

Almeno

Lasciami stare bene.

O, almeno, lasciami stare e basta.

Le ragioni del coro

Vent’anni passati a sentirsi fuori dal coro. Sempre troppo oltre, o troppo puri, o troppo ingenui, o troppo consapevoli, o troppo coglioni.

Vent’anni a braccetto con le proprie intime solitudini. A oleare e a limare (controvoglia) i propri ingranaggi per funzionare con gli altri.

Vent’anni a sentirsi minoranza. Che dico! unità.

Fuori dal coro non c’è un contro-coro. Fuori dal coro, solo molecole impazzite che cozzano in moti frenetici e disordinati. Possono affiancarsi per un pezzo, avere l’illusione di un passo a due, ma il tempo le scaglierà ciascuna nella propria spirale di solitudine. Irrimediabilmente.

E allora, certi giorni, io quasi lo capisco, il coro. Con la sua armonia di voci educate e corrette. Misurate, ponderate, pesate, concordate.

Io le capisco le ragioni del coro e di chi ci sta dentro.

Lo capisco l’occhio triste di desiderio di chi si scopre a bramare l’ovvietà.

Wallace sul tram

E’ anziano, sui 70, forse di più. Ha i capelli candidi, burrosi, soffici: come una nuvola sul capo. Gli occhi belli, contornati da rughe morbide, plastiche, dolci.

Parla.

E’ seduto svariate file di sedili dietro di me, ma lo sento. Ha una di quelle voci che non puoi non sentire: morbida, lenta, che disegna nelle pause tra le parole, si attarda sulle vocali, soppesa gli accenti, è ricca di sa’? ‘nevvero? non crede?

Parla agli sconosciuti. Parla perchè ha qualcosa da dire. Qualsiasi cosa. Lui ha la voglia di dirla.

Intesse trame di pubblico e privato. Fila arazzi di storie improbabili. Ricama a punto croce quotidianità e  eccezione. Follia e grigiore. E’ un collettore di mondi disparati.

Sa’ quello scrittore? Quello che s’è suicidato? L’ho letto oggi, sul giornale. Era uno felice lui, aveva una moglie bellissima, ‘n sacco de successo…

Noi eravamo dieci in famiglia, sei già sell’è portati via. Due da bambini.

Erano artri tempi…

Oltre il vetro lurido del finestrino, Roma si affaccenda nel suo pomeriggio.

Sa’ che io dipingo? Sì, ora sto a fa’ la Dama coll’Ermellino, di Leonardo.

C’ha presente? Quella ha una collana, di perle, nere.

Io però le sto a fa’ violette…

Microcosmo e macrocosmo. Uniti da un filo di perle.

Non mi piace arrampicarmi su argomenti troppo impervi. Dare giudizi all’ingiudicabile. Chiedermi perchè.

Non mi piace dire mi dispiace. Chè chi sono io per dispiacermi?

Il dolore è un pegno che ora come ora non posso concedermi.

A Wallace rapporto di queste quattro parole, sentite per caso, rubate ad un vecchio coi capelli di zucchero filato, sul tram.

Mi sembrano le più adatte.

Il 15 Settembre Roma si riappropria della sua estate.

E’ una città forte, sa difendersi.

Io imparerò.

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