Un altro ritorno
Si distanziano sempre di più l’uno dall’altro. Perchè per tornare bisogna avere un buon motivo, e io non ce l’ho.
Mi corazzo, mi stringo nel punto più interno e recondito di me.
…
Saranno ore e passeranno come passeranno. Tra un revival, uno sguardo strano, qualche accusa.
Ci saranno anche momenti belli, cose per cui si sentirà la voglia di piantare i picchetti e montare la tenda.
Ci si dispiacerà in silenzio guardando chi se ne sta andando per sempre, chi se n’è già andato e chi è lì, ancora, ma è come se non ci fosse più da un pezzo.
Forse si resisterà alla tentazione di fare i conti col passato. Forse no.
Si indulgerà a qualche capriccio sciocco, giusto per il tempo di accertare di essere vivi.
Si rievocherà e ci si sentirà diversi, si diranno dei ti voglio bene incrociando le dita e se ne taceranno altri. Sinceri, quelli.
Poi il tempo farà il suo lavoro.
Un nuovo saluto alla stazione. Fermi immagine, qua e là, di brividi passati.
Lo sferragliare ritmico delle rotaie e l’oblio.
Due ore per ricordare e dimenticare, per resettare, per offuscare, per ricominciare.
Ancora.
Mi capita ogni volta
di pensare che fino a quando ci sarà un treno a fischiare sotto la mia finestra, a scandire il tempo col suo incedere compassato, a disperdere i rugginosi fremiti delle rotaie nell’aria
io sarò al sicuro.
Ognuno si attacca a quello che può
e di domenica io sono ghiotta di certezze
e di ritualità.
Alla vita non vissuta
agli incroci non attraversati
ai bivi mancati
alle dita non immerse nella panna delle torte di compleanno
ai treni persi
all’amore non fatto, a quello fatto male
alle scuse non porte
agli sguardi non incrociati
alle parole non urlate
ai veli non squarciati, alle porte non spalancate
alle mani non strette
A voi la dedico, questa nottata. Ai mille freni, ai no!, alla coscienza, alla paura, ai perchè?, alla ragione.
Io i brividi li voglio.
Tutti.
Ora.
Qui.
Perchè vivere così, è vivere a metà.
Bozza di me
Eccomi qui.
A rimuginare sull’ennesima partenza, o ritorno che dir si voglia.
A rimandare il momento drammatico del dover costringere in una valigia un pezzo di vita.
Attorno ai trolley, per me, tira aria di sacralità e di bilanci. Sto lì, che nella mano destra tengo un paio di stivali, e nella sinistra un paio di ricordi.
Riempire un bagaglio significa svecchiare, fare una cernita, aprire gli armadi e valutare cosa ti serve ancora, davvero, e cosa è lì solo per infittire la nebbia densa della memoria, per alimentare il ricordo.
Ma con le cose di dentro non si può fare come con i jeans a zampa e gli scarponcini con le zeppe (reliquie scomode degli inoltrati anni ’90). A smuovere i ricordi si fa polvere, di quella polvere che dà il prurito, che si insinua negli occhi gonfiandoli di rosso e di lacrime.
E stasera non ne ho voglia.
Già sento quei mille perchè stupidi e insolubili affollarsi ai margini della coscienza.
Voglio leggerezza, serendipità, treni di marzapane che scivolano su binari d’arcobaleno.
Farmi da ora in poi, voglio.
Non avere memoria.
Non essere frenata da quel che è stato e da quello che potrebbe essere.
Così, senza impegno.
Prendere i carboncini della sorte e disegnarmi sul marciapiede della vita: pochi tratti, essenziali, colori tenui, sfumati, contrasti cromatici.
Temporanea, effimera.
Una me in balia dei piedi dei passanti, delle pipì dei cani.
Ammirata per un attimo, poi dimenticata.
Destinata all’oblio istantaneo.
Me d’asfalto.
Me di sorriso.
Me, appena me.
Me che teme la pioggia.
Me che attende di esser lavata via.
Sgrammaticature
Non lo so, non lo so… continuo a ripetermi scrollando furiosamente la testa.
Indago le sillabe: non – lo – so. Tre monosillabi. Tre accenni di parole. Tre guizzi lessicali.
Che da soli faticano a stare in piedi.
Con l’amore che covo per la trasposizione grafica delle attitudini del parlato, io questa frasetta la comprimerei in una parola sola.
Cucirei consonanti, stenderei ponti di doppie.
Nollosò
Ecco come la scriverei se fosse per me. Con tanto di accento finale, a ricalcare la prosodia frettolosa del concetto: Nollosò, e devo dirtelo d’un fiato! Perchè fa paura ammettere di non sapere, perchè indugiare nell’incertezza è doloroso, perchè se ora tu sapessi che nollosò, saremmo in due a non sapere, e io mi sentirei meno sola.
Ammemmi piacciono i treni, le stazioni, i ciaociao bianchicandidi dai finestrini. Mi piace il senso di sospensione che solo la rotaia è capace di darmi (no, l’aereo no). Il cuore a lutto e in festa, il sussulto ad ogni stazione, l’ansia dell’arrivo e l’amore per l’indugio, lì, proprio a quattro passi dalla meta.
Perchè, per quanto irrealmente cinematografiaca questa scena possa essere, evvèra! L’ultimo sguardo perplesso allo specchio prima di un appuntamento, il pit stop fremente prima dell’apertura della busta di una comunicazione importante, la serrata ottusa degli occhi davanti al comparire di forme geometriche che attestano o non attestano la tua maternità.
Ed in questi casi io, davvero, mi chiedo se sia il cinema ad imitare la vita, o la vita ad imitare il cinema.
C’hoppaura, indugio in questo timore irrazionale e inspiegabile.
Paura di andare, paura di tornare, paura di perdere, paura di realizzare, compiutamente, di aver già perso.
Voglia di andare, voglia di tornare, voglia di perdersi, voglia di realizzare, finalmente, di essersi già persi.
Di esserci già persi.
Tentenno negli avvallamenti della vita: vengo da una discesa vorticosa, colle mani mobili accanto ai fianchi, a darsi la spinta. Ora guardo la salita e esito, appena. Mi concedo il piacere straziante di un’incertezza. Di un saluto. Di un ciaociao biancocandido a quella che sono tornata ad essere, per un mese o poco più.
Si esita sempre sugli usci.
Il tempo di un ma, di un se, di un proposito improbabile, di un bacio sulla fronte.
Dispenso qualche fattisentì e qualche fattivedè.
E vado via.
Che forseforse mi scappa da piangere.









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