Fuori sincrono
E comunque la mia, di voglia, sta ancora tutta qua.
[...e l'autunno è una sciocca convenzione sociale.]
Essemmesse
- C’ho voglia…
25/06/2009 – 01:16
***
- Di che?
25/06/2009 – 01:17
[Certe cose mi lasciano perplessa.]
Ti voglio facile
Ho sempre pensato che lui sentisse i miei vuoti, che cogliesse da lontano quei momenti di interregno emozionale che, così spesso, ghiacciavano le mie relazioni. E che colasse, piano, per riempirli.
Lui non chiedeva, non faceva promesse nè voleva pegni, in cambio. La sua era una proposta spicciola e silenziosa, quella di carezzarsi per un po’, magari, di fingeresi ubriachi per poi reclinare i sedili. Mi sarebbe apparso squallido, se non fosse stato per questa faccenda della tempestività. E, non che passasse la sua vita ad osservare le mie mosse! Attratto, com’era, dal pacchiano, credo che mi abbia sempre considerata esteticamente insulsa. Le ho viste le sue donne, tutte di bellezze grossolane e appariscenti, come le femmine polpose dei video delle canzoni reggaeton. Non so cosa cercasse in me: tolti i sentimenti, ai quali rinunciavamo senza rimpianti, e una fisicità prorompete, che di certo non mi apparteneva, non so cosa potesse interessargli di me.
I nostri dialoghi erano motteggi fitti di ghigni e frecciatine: ironizzavamo l’uno sulle abitudini dell’altro, ci insultavamo e ci scaldavamo. Le nostre serate le trascorrevamo in auto, lui alla guida e io accanto. Non ricordo di aver mai passaggiato con lui, o di averci visto un film. Ci fermavamo per fumare e per bere, ma erano pause brevi, di necessità, come se quest’andare senza meta ci incalzasse irrimediabilmente.
L’auto era il perimetro delle nostre faccende. Fuori, probabilmente, saremmo stati dei perfetti sconosciuti. La nostra ritualità era metodica: ogni volta sembrava la prima volta, con le sue strategie di avvicinameti e le sue mani incerte. Eravamo noi, gli stessi, imprigionati in un clichè adolescenziale. Dopo c’erano sempre le coccole, anche quando, spesso, non le avrei volute. Era il suo modo di fare le cose per bene, evidentemente.
I -ci sentiamo- di commiato erano una promessa mai disattesa: potevano covare attese lunghe mesi, ma alla fine venivano esauditi. Non ho mai capito come facesse a indovinare i momenti in cui avevo il cuore sgombro. Io, d’altronde, non lo avrei mai cercato di mia iniziativa. Eppure, col suo discreto e insinuante manifestarsi, mi si configurava come necessità. Una di quelle necessità banali e essenziali, come il bere e il respirare.
Non mi soddisfacevano quegli incontri, non erano la botta di vita che si cerca per ripartire, per rimettersi in sesto. Li accoglievo con stanca rassegnazione, come un temporale un lunedì di Marzo. Non c’erano palpitazioni, non c’erano preoccupazioni, non c’era quell’effervescente condizione di stato nascente. Ma neppure c’erano la noia e il fastidio della routine, la gabbia opprimente del clichè, l’assillo categorico della progettualità.
Ci volevamo e ci prendevamo, così. Mi voleva e mi lasciavo prendere. Lo volevo e lui veniva a prendermi.
Non ci volevamo, magari.
Ma era così dannatamente facile aversi…
5:19
Sto sospesa
tra la paura e la voglia di abbandonarmi a questo scorcio di notte.
E’ di sicurezza
la voglia che ho e che vorrei non avere.
Ticchetta sulla spalla e ha il rumore della notte. Il fruscio perso del vento.
Non basta chiamare le mille me a raccolta, sentirle squittire nel vuoto pneumatico della mente assorta.
Di mille voci, una. Fatta di stralci, collage di sillabe, patchwork di dialoghi.
Una, e chiede certezze.
Elemosina argilla nella quale affondare le dita.
Spuntoni di roccia fragile ai quali arpionarsi.
Radici picchetti fondamenta binari
Immobile,
al cospetto della sistematica smentita di ogni ovvia ovvietà.
Piove
mi accartoccio nel mio essere me.
Mi comprimo nel punto minimo della mia pochezza:
non sapresti dirlo se sono gambe o braccia o orecchie o capelli quelli che vedi:
un grumo d’incertezza.
Ho voglia di fumare, di urlare, di fare l’amore, di vedere e sentire e toccare.
Di partire.
Ho voglia di volere tutto quello che si può avere.
Ma resto qui
rattrappita nel centimentro stupido di me.
Bozza di me
Eccomi qui.
A rimuginare sull’ennesima partenza, o ritorno che dir si voglia.
A rimandare il momento drammatico del dover costringere in una valigia un pezzo di vita.
Attorno ai trolley, per me, tira aria di sacralità e di bilanci. Sto lì, che nella mano destra tengo un paio di stivali, e nella sinistra un paio di ricordi.
Riempire un bagaglio significa svecchiare, fare una cernita, aprire gli armadi e valutare cosa ti serve ancora, davvero, e cosa è lì solo per infittire la nebbia densa della memoria, per alimentare il ricordo.
Ma con le cose di dentro non si può fare come con i jeans a zampa e gli scarponcini con le zeppe (reliquie scomode degli inoltrati anni ’90). A smuovere i ricordi si fa polvere, di quella polvere che dà il prurito, che si insinua negli occhi gonfiandoli di rosso e di lacrime.
E stasera non ne ho voglia.
Già sento quei mille perchè stupidi e insolubili affollarsi ai margini della coscienza.
Voglio leggerezza, serendipità, treni di marzapane che scivolano su binari d’arcobaleno.
Farmi da ora in poi, voglio.
Non avere memoria.
Non essere frenata da quel che è stato e da quello che potrebbe essere.
Così, senza impegno.
Prendere i carboncini della sorte e disegnarmi sul marciapiede della vita: pochi tratti, essenziali, colori tenui, sfumati, contrasti cromatici.
Temporanea, effimera.
Una me in balia dei piedi dei passanti, delle pipì dei cani.
Ammirata per un attimo, poi dimenticata.
Destinata all’oblio istantaneo.
Me d’asfalto.
Me di sorriso.
Me, appena me.
Me che teme la pioggia.
Me che attende di esser lavata via.
Un caffè. Antiteticamente.
Odio i vecchietti che mi sbirciano il decoltè, però solo se sono lucidi e arzilli. Con quelli male in arnese prevale la compassione. Che quasi mi avvicinerei per farli sbirciare meglio (bambini miei).
Amo il 22 Settembre perchè ognuno si veste un po’ come cazzo gli pare: indistintamente si inforcano infradito sabbiose o stivaletti di pelliccia di foca. E non è il clima a disciplinare la passerella, ma il tempo umorale, quello che ti senti dentro, che sul limitare delle stagioni si amplifica incedibilmente.
Odio essere fissata, mi imbarazza, la trovo una cosa estremamente intima. Una violazione bella e buona dell’anima.
Amo inchiodare con gli occhi, arpionare pupille a pupille, imporre il mio ritmo di respiro e la contrazione dei miei muscoli. Così, guardando. Ma solo quando voglio io.
Odio il portiere che mi saluta viscidamente, che si attarda a fissarmi quando ormai gli dò le spalle.
Amo scendere a prendere il caffè, fare lunghi giri contorti e solitari per arrivare sempre negli stessi posti.
Odio il traffico congestionato e gli autisti scazzati che non rispettano i passaggi pedonali.
Amo fare un cenno di ringaziamento agli automobilisti che rallentano per lasciarmi passare, anche se non sono sulle strisce. A quelli potrei dedicare una sculettata, se proprio fossi particolarmente ispirata.
Odio i lampadati, i pompati, gli anabolizzati, i tirati, i lucidati, gli impomatati.
Amo qualcosa di tutti gli altri, più o meno.
Odio i sorrisi di circostanza.
Amo sorridere ai bambini, per strada.
Odio il caffe bruciato.
Amo i baristi simpatici che mi augurano buona giornata sorridendo. Se calvi con grazia poi, è il top.
Odio il riporto e trovo estremamente patetici gli uomini col riporto.
Amo il mio amore per le imperfezioni: rughe, asimmetrie, cicatrici, calvizie drasticamente corrette da rasature radicali, nei.
Odio i cambi di rotta improvvisi e senza ragione apparente.
Amo i cambiamenti, li ricerco dal piccolo al grande. Sorrido per un’alba come per una tempesta marina. Per un giro in centro come per un anno a Bogotà.
Odio essere ignorata, essere messa da parte, essere mortificata con frasi che mi relegano ad una categoria: le mie ex, le mie amiche, le mie allieve, le mie donne, le mie confidenti, i miei flirt. Io sono io: se dovete marchiarmi, abbiate la compiacenza di farlo a bassa voce.
Amo suscitare ricordi specifici e coltivare ricordi specifici. Stupire con la mia portentosa quanto inutile memoria fotografica. Lasciare tracce di me.
Odio i clichè. Inoltrasi per percorsi già battuti. Attardarsi in conversazioni sterili. Recitare sempre sullo stesso canovaccio.
Amo i riti. Quello dell’attesa e quello dell’addio. La ciclicità dei giorni e delle stagioni. Il riproporsi di certe voglie e di certi sentimenti.
Odio chi recita nella vita vera.
Amo accentuare la realtà, renderla caricaturale, grottesca, cinematografica.
Odio chi non sa andare oltre lo sguardo globale.
Amo chi ama i dettagli. Amo i dettagli. Io sono un dettaglio. Un imprescindibile dettaglio.
Odio la mollezza, l’inconcludenza.
Amo la casualità e il prestigiare del destino.
Odio i risvegli convulsi, col solletico alla bocca dello stomaco.
Amo le attese ansiose, col solletico alla bocca dello stomaco.
Odio quando mi dici forse oggi, preferisco un sì, tra un anno!
Amo quando quel forse oggi diventa inaspettatamente realtà.
Odio chi ha mille certezze, chi sa di essere dalla parte della ragione, chi non si chiede mai perchè, chi non è disposto al cambio di opinione. Parimenti odio le bandiere al vento, i senza-ideali, gli opportunisti e quelli che ballano disinvolti sulla scacchiera degli eventi.
Amo chi ascolta, chi non chiude l’audio, chi non ripete convulsamente lo so, chi riduce i punti esclamativi, chi presta attenzione agli incisi e alle parentesi.
Odio chi mi odia.
Amo chi mi ama.
Odio chi mi ama.
Amo chi mi odia.
Perchè questo non puoi pianificarlo. Non puoi stabilirlo prima.
Ma una certa dose di tatto, ecco, quella è sempre apprezzata.









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